
La questione intorno agli assetti di Vivo per Telecom Italia è assai meno marginale di quanto a volte appaia dalla cronaca finanziaria nazionale. In Brasile, alla fine del primo trimestre, il colosso telefonico italiano realizza più di un quinto del proprio fatturato ossia circa 1,39 miliardi di euro. Certo in termini di redditività la società ha ancora molto da dare e i margini rimangono assai esigui: l’ebit della business unit brasiliana ammonta a soli 65 milioni di euro su un risultato operativo complessivo di Telecom di 1,4 miliardi di euro. Va però osservato che il ritorno a un utile operativo è recente per Tim Brasil e che gli investimenti da 277 milioni di euro (su cui però ha influito anche il cambio) sicuramente contribuiranno ai risultati nei prossimi anni.
Il contesto appare incoraggiante: San Paolo continua a essere il cuore economico di tutto il continente e le stime ipotizzano che già quest’anno la crisi dovrebbe sparire con una crescita del Pil del Paese intorno al 4-5 per cento. Una crescita così, come noto, in Europa ce la sogniamo e neanche le ottimistiche previsioni di Ben Bernanke attribuiscono al Pil statunitense un recupero superiore al 3,5 per cento nel 2010. Insomma il Brasile è quasi un El Dorado e la nuova crisi interna a Vivo potrebbe creare anche delle occasioni per Telecom Italia, sebbene più di un dubbio sorga all’idea che le Autorità locali approvino che Telefonica raggiunga un quasi monopolio nella telefonia brasiliana, viste anche le sue importanti partecipazioni in Telecom Italia. Si spera che almeno questa volta non sia incolpata la società italiana delle manovre della sua azionista.
Al riguardo occorre senz’altro ricordare che ieri in Argentina Telecom Italia ha ottenuto un importante successo legale con le decisioni della Corte di Appello locale che ha annullato le risoluzioni in merito al diritto di voto dei rappresentanti della società italiana in Telecom Argentina. In realtà si tratta soltanto di un successo parziale. Nonostante il Fuero Penal Economico abbia in parte accolto le richieste della società italiana la partita, che si gioca in diverse sedi legali e su diversi argomenti, è ancora aperta come ha dichiarato la famiglia Werthein. Quest’ultima è particolarmente interessata dal caso anche perché fra i temi in discussione c’è quello su un’opzione call in mano a Telecom Italia sul capitale dei Werthein in Sofora, la holding di controllo di Telecom Argentina. Tale opzione finora non è stata esercitata dal gruppo italiano, ma gli consentirebbe di ottenere il controllo della società argentina.
Il contenzioso legale però appare ancora lungo e incerto, anche perché diversi investitori argentini fanno pressione per ottenere la possibilità di subentrare a Telecom Italia nel capitale di Telecom Argentina e il governo della stessa Kirchner schiera contro il gruppo italiano il segretario Guillermo Moreno al Commercio Estero. Come ha giustamente sottolineato il quotidiano argentino La Nacion appare invece davvero strano che, tra tanti soggetti coinvolti in questa complessa partita, non figuri proprio Telefonica dalle cui mosse, invece, ha preso avvio proprio quella concentrazione oggi contestata a Telecom Italia.

L’espansione di Telefonica in Sudamerica, Cina ed Europa sembra inarrestabile. Martedì sera, di fronte alle incertezze portoghesi sull’offerta per la brasiliana Vivo, il numero uno di Telefonica Cesar Alierta ha alzato la posta in gioco e messo sul piatto 6,5 miliardi di euro per il 50% della compagnia brasiliana divisa tra Portugal Telecom e la stessa Telefonica.
Le pressioni su Lisbona, negli ultimi giorni, sono state granitiche. Telefonica ha anche messo nell’offerta il 10% della stessa Portugal Telecom che, direttamente o indirettamente, controlla: come a dire “dateci il vostro futuro, che al momento passa inevitabilmente per il Brasile, e vi renderemo la vostra libertà”. Il management da subito fortemente contrario all’offerta di Alierta adesso fa i conti con una proposta che copre una cifra vicina a quella della capitalizzazione attuale della stessa Portugal Telecom.
In alternativa il numero uno di Portugal Telecom, Henrique Granadeiro, potrebbe optare per una conquista più “soft” di Vivo con la cessione a Telefonica prima di un terzo delle quote portoghesi (per oltre 2,16 miliardi di euro) e dunque con l’esercizio entro tre anni di un’opzione put delle azioni della società brasiliana rimaste in portafoglio. A quel punto comunque Telefonica avrebbe da subito il controllo di Vivo e quindi la questione, da un punto di vista strategico, sarebbe marginale.
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Questo Paese a tratti si rivela inquietante. Di certo una vicenda come quella di Telecom Italia Sparkle avrebbe causato terremoti peggiori in un’altra nazione anche se scandali simili si sono visti altrove. Nel mezzo delle elezioni britanniche si potrebbe ricordare che il News Group pagò secondo il Guardian 1 milione di sterline per risarcire personaggi pubblici spiati dai suoi giornalisti. Più spesso avviene il contrario, ossia che siano i giornalisti ad essere spiati come nel caso italiano, in cui è stato acclarato che Marco Mancini, il numero due del Sismi che lavorava anche in Telecom, spiava i giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Lo ha ammesso lui stesso. In Germania è successa la stessa cosa con le Ferrovie tedesche che spiavano clienti, fornitori, giornalisti e persino parlamentari e gli esempi si potrebbero moltiplicare ancora.
Ma quel che inquieta è il corto circuito che si sta creando e che è tutt’altro che finito. Secondo diverse indiscrezioni assai diffuse da tempo sul mercato motivi di sicurezza strategica imporrebbero al gruppo Telecom Italia di non cedere Sparkle che pure è stata l’epicentro del maxicarosello che ha imposto accantonamenti per 507 milioni di euro di cui solo 10 scontati già nel 2009. Il caso grave di un sistema di frodi collegate al primo e al secondo operatore di telefonia italiana (Fastweb) rimane comunque ancora aperto e gli sviluppi sono tutt’altro che certi.
Basta osservare che ieri le dure accuse dei piccoli azionisti di Telecom (Asati), dei sindacati e persino di Beppe Grillo hanno comunque scosso l’assemblea. Mentre i rappresentanti dei lavoratori inscenavano il funerale dell’azienda, lo stesso consigliere indipendente Luigi Zingales (pur specificando che i fatti sono precedenti all’insediamento dell’attuale consiglio) affermava: “È un fallimento del cda essere arrivati a questo punto” nella vicenda Sparkle.
D’altra parte le batoste di Telecom Italia sembrano davvero non finire mai: dal caso Tavaroli-Mancini, alla vendita a Telefonica con successive cessioni di Hansenet e problemi ancora irrisolti in Argentina a quest’ultimo scandalo delle carte prepagate per siti porno che chiama anche in causa La ‘Ndrangheta sembrano davvero una discesa agli inferi.
Forse l’azione di responsabilità contro il vecchio management potrebbe ridare un po’ di credibilità a una società che non può certo vivere soltanto dei sorrisi di Belén Rodrìguez. Bisognerà senz’altro fare qualcosa di più che accantonare 10 milioni. Nel frattempo un aiuto forse insperato arriva dall’Autorità delle Telecomunicazioni che ha proposto un rinnovo delle tariffe unbundling a tutto vantaggio di Telecom Italia.
Si tratta in pratica delle tariffe che le altre compagnie pagano al gestore della rete telefonica di Telecom Italia, ossia all’unica rete veramente nazionale e per loro è previsto un graduale aumento da 8,7 a 9,67 euro al mese entro il 2012. Fastweb nella pubblicazione odierna della prima trimestrale ha calcolato che “L’aumento che scatterebbe a maggio avrebbe un impatto negativo sull’EBITDA 2010 di FASTWEB pari a 1,7 milioni di euro (non incorporato nella guidance). Considerando l’aumento già introdotto nel 2009 e quelli proposti, l‘impatto cumulato sull’EBITDA nel periodo 2009-2012 sarebbe negativo per circa 70 milioni di euro”.
Non si tratta dunque di bruscolini, anzi. Sempre in base alle indiscrezioni (che però sul mercato come noto contano) negli ultimi mesi si sarebbe coagulato un interesse degli operatori antagonisti a Telecom per la costituzione di una rete alternativa per la copertura almeno delle grandi città. In effetti di infrastrutture alternative (ma non complete per il territorio nazionale) ne esistono, come quella di Retelit o di Eutelia, ma finora ogni riflessione ufficiale su una rete alternativa a quella di Telecom Italia è approdata a un solo aggettivo: “antieconomico”.
Di certo, però, la rendita di posizione che ancora la ex Sip vanta non potrà essere eterna. Senza considerare che la riduzione delle attività nei mercati emergenti e l’uscita da diversi mercati maturi rischia di comprimere la redditività del gruppo e di marginalizzarlo ulteriormente nel contesto internazionale. Forse, come per i paesi, anche per le grandi aziende l’unico modo per uscire realmente dal debito è quello di guadagnare di più.

Giornata brillante per Telecom che guadagna circa tre punti percentuali portandosi a 1,12 euro dopo l’annuncio di un dividendo in crescita per il prossimo anno. La cedola per ora è stata mantenuta a 5 centesimi, ma il management confida di potere incrementare ancora l’efficienza del gruppo e di riuscire a migliorare i risultati della compagnia nel prossimo triennio. Per quest’anno è prevista una ulteriore flessione del giro d’affari, ma la solida generazione di cassa dovrebbe gradualmente consentire a Telecom di mantenere e incrementare la propria redditività. Nel prossimo triennio Franco Bernabè si attende una generazione di cassa da 21 miliardi di euro che dovrebbe raggiungere una incidenza sui ricavi del 2012 del 26 per cento. Riprenderà con forza l’azione sul debito e l’obiettivo del 2012 è quello di una riduzione delle esposizioni a 28 miliardi di euro contro i 34,7 miliardi di euro di fine 2009.
A rassicurare il mercato contribuiscono pure i tentativi di composizione dell’”affaire Sparkle” per il quale l’azienda ha accantonato un fondo rischi da 507 milioni di euro. L’impatto economico della vicenda nel 2009 si sarebbe limitato a 10 milioni di euro di oneri finanziari. Quasi 300 milioni di euro deriverebbero direttamente dall’Iva indebitamente sottratta al fisco mentre il resto sarebbe da attribuire a varie sanzioni.
Secondo alcuni osservatori questa soluzione da mezzo miliardo sarebbe la più economica per Telecom Italia che potrebbe altrimenti vedere lievitare notevolmente la bolletta per la frode carosello contestata dagli inquirenti fino anche a un miliardo di euro. Segnali di normalizzazione provengono anche dai mercati sudamericani dove il management conta di chiudere “abbastanza rapidamente” la cessione di Telecom Argentina e punta a estrarre maggiore valore dalle proprie attività brasiliane.
L’azione di progressiva riduzione dei costi (anche tramite i tagli del personale) ha alleggerito il conto economico, tuttavia per invertire la graduale tendenza del gruppo a ridurre il proprio giro d’affari servirà che l’azienda si concentri sull’allargamento della base clienti tramite un miglioramento dei servizi offerti. Gli analisti hanno approvato la stabilizzazione dell’ebitda e la sua proiezione oltre i 12 miliardi di euro per il 2012, tuttavia da Milano potrebbero ancora arrivare problemi.
Il passaggio di un ramo dell’inchiesta romana al procuratore aggiunto Francesco Greco potrebbe, infatti, preludere a nuovi scontri fra avvocati e giudici sul caso della maxi frode da oltre 2 miliardi di euro che ha coinvolto anche Fastweb. Il Corriere della Sera di oggi riassume i contrasti con la Procura evidenziando che secondo i pm di Milano il reato da contestare sarebbe la frode fiscale e quindi si dovrebbe andare in tribunale. Secondo gli avvocati del gruppo il caso comporterebbe invece solo un’elusione fiscale e quindi porterebbe al massimo a un confronto con l’Agenzia delle Entrate. Nel 2010 comunque i manager e gli avvocati della compagnia dovranno ancora fare gli straordinari.

Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere l’isolamento della divisione Wholesale che controlla le attività incriminate. Una figura di garanzia potrebbe governare questa business unit dal peso ormai ridotto, lasciando integre, però, le altre attività. Una soluzione simile sembra pronta anche per Telecom Italia Sparkle, ma, di fronte alla gravità delle accuse, ancora tutto rimane incerto.
Quarantotto ore per il rinvio della decisione sul commissariamento rischiano di essere troppo poche e si diffondono le prime preoccupanti voci sugli effetti di questa pesante inchiesta sull’operatività della compagnia telefonica. Alcuni grandi clienti avrebbero già congelato il rinnovo dei contratti con Fastweb e ora corrono rischi i rapporti con le pubbliche amministrazioni che fino a ieri erano un fiore all’occhiello tra le attività della società della fibra ottica. Se la sfiducia si allargasse al retail, la situazione potrebbe davvero aggravarsi.

Quello che coinvolge Fastweb e Telecom è già un caso di dimensioni internazionali, ma rischia di avere conseguenze economiche e politiche di primo piano per il Bel Paese, nonostante la svizzera Swisscom sia da tempo il socio di controllo della compagnia della fibra ottica. Le dimensioni inevitabilmente politiche di quanto sta emergendo dalle indagini si possono riportare non solo all’arresto di Nicola di Girolamo, senatore Pdl già accusato di avere utilizzato l’appoggio della famiglia calabrese della ‘Ndrangheta Arena per essere rieletto nei seggi esteri e in particolare dalla città di Strasburgo, ma perché rischia di entrare nell’inchiesta anche il nome di Riccardo Ruggiero, ex presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex ministro degli esteri del Pdl Renato Ruggiero. A legami con ambienti politici riportano anche le frequentazioni di Gennaro Mokbel, misterioso personaggio che avrebbe collegato Nicola Di Girolamo alla famiglia degli Arena e che avrebbe gestito la complessa rete di cartiere in cui confluivano i fondi neri ingenti creati con il sistema del carosello.
In pratica un sistema di fatturazioni false avrebbe permesso di evadere imposte per oltre 365 milioni di euro e di creare veri e propri tesoretti esteri non dichiarati. Un mandato di cattura è stato emesso anche nei confronti di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb (ai tempi e.Biscom) che si trovava in Sudamerica, ed è indagato pure Stefano Parisi, altro storico manager di Fastweb e attuale amministratore delegato del gruppo. Arrestato anche Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle.
Il sistema utilizzato per creare credito d’imposta in Italia e fondi neri all’estero attraverso delle “cartiere” era quello del “carosello”, una delle frodi fiscali più diffuse. Soltanto nel primo semestre del 2009 sono stati scoperti e denunciati in Italia giri di fatture false con evasioni d’Iva per 1,5 miliardi di euro. I fondi neri creati tramite catene societarie in Italia e all’estero (fra queste ci sarebbero Acumen, I Globe, Telefox e Broker Management) rimpallavano tra i paradisi fiscali di mezzo mondo e sparivano.
Da dove venivano questi soldi? Da Iva che in realtà spariva all’estero mentre le società accumulavano crediti di imposta immotivati. Le cifre sono appunto enormi e adesso Fastweb e Tim Sparkle rischiano il commissariamento che è già stato chiesto dal pubblico ministero. Le due società controllano migliaia di chilometri di fibra ottica in giro per l’Italia e per il mondo: in gioco ci sono asset di primo piano della telefonia italiana.
Sia Fastweb che Telecom Italia si sono dichiarati parte lesa in questi procedimenti, né è del tutto nuova la notizia di queste indagini su un giro di fatture false: la stessa Swisscom ha ammesso di essere a conoscenza di queste inchieste quando rilevò il gruppo, qualche altra notizia in merito in passato era stata pubblicata. Adesso Swisscom chiede un chiarimento, con lei il mercato. Nuovi appaiono invece i possibili legami di personaggi coinvolti nella gestione dei fondi neri esteri di Telecom Italia Sparkle e Fastweb con la ‘Ndrangheta e nuova sembra anche l’entità degli importi dovuti allo Stato.
In attesa di un chiarimento Fastweb, la seconda compagnia telefonica italiana, cede in Borsa l’1,66 per cento. Telecom Italia e la sua controllata Telecom Italia Media cedono invece l’1,48 e l’1,82% a Piazza Affari. Ancora una volta la telefonia made in Italy è al centro di uno scandalo. I tempi della giustizia italiana lasciano ipotizzare lunghe attese ed esiti incerti e rendono di dubbia efficacia una sospensione dei titoli dalle contrattazioni: l’operatività dei gruppi interessati, d’altra parte, non pare ancora a rischio (specialmente nel caso di Telecom Italia). Detto questo non si può non osservare che il turbine di privatizzazioni e intercettazioni è finito persino in Carosello e che ancora una volta il futuro dei servizi di telefonia in Italia passa per un tribunale.

Di rumor in rumor il titolo Telecom Italia continua a guadagnare terreno a Piazza Affari. L’annunciata e “pluri-smentita” ipotesi di una fusione con Telefonica ha portato l’azione del big italiano della telefonia persino a 1,175 euro facendogli superare anche gli ostacoli di area 1,15. Gli annunci odierni di Repubblica su un via libera del governo (ma dal governo smentiti) sulle nozze italo-spagnole sicuramente influenzano questi recuperi, però va osservato che i movimenti di oggi sono in scia a rialzi già partiti lo scorso 26 gennaio.
Già i volumi del 22, quando le prime ipotesi di fusione carta contro carta fra Telefonica e Telecom con successiva opa cominciavano a circolare sulla carta stampata, erano nettamente superiori alla media mensile. Insomma, vera o no che sia l’ipotesi di una fusione con gli spagnoli, il titolo reagisce a questi rumor. Se si considera che viaggiava su 1,00-1,02 euro alla loro uscita, si può dedurre che il premio standard che di solito circola in caso di opa permetterebbe un allungo fino a quota 1,25-1,30 euro.
L’Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom, in realtà ha da tempo bocciato come penalizzante una simile valorizzazione del titolo e anche le ipotesi di creazione di una holding a monte con gli azionisti di Telco rischia di creare ancora due valutazioni diverse fra grandi soci e piccoli azionisti.
Il vero problema per il momento sembra, però, quello della posizione del governo che non può nazionalizzare la rete che appartiene da tempo a dei privati, ma non può neanche permettere a cuor leggero che un asset tanto strategico, e già oggetto in passato di abusi, passi in mani straniere.
Nel frattempo almeno in Argentina la linea dell’esecutivo di Buenos Aires sembra un po’ più morbida dopo le dichiarazioni della Marcegaglia che ha chiesto più sostegno agli italiani e le contestazioni della linea dura di Buenos Aires su una cessione entro i termini previsti (e contestati dalla stessa Telecom) del 25 febbraio. Il capo di Gabinetto Fernandez ha accennato alle responsabilità di Telefonica e forse qualcuno si comincerà a chiedere se non siano gli spagnoli più che gli italiani i responsabili di questa concentrazione su quel mercato. Ovviamente una simile apertura si dissolverebbe come neve al sole se davvero asset spagnoli e italiani confluissero in un’unica società.
D’altra parte più di un indizio suggerisce dei vivaci rapporti politici ed economici tra la Spagna e l’Italia: si tratta di legami importanti perché, come noto, Telecom Italia è da tempo un tema non solo economico, ma anche politico in quanto l’unico network che potrebbe consentire una rete di nuova generazione a costi competitivi è quello controllato da lei. Gli intrecci fra Spagna e Italia – il più grande azionista singolo di Telecom Italia è appunto la spagnola Telefonica – però di recente si sono anche moltiplicati e diventano particolarmente suggestivi, viste le manovre iberiche di Mediaset, le voci su un prossimo interessamento di De Agostini ad altri asset televisivi (sempre in Spagna), le nuove indiscrezioni su nuovi progetti di Abertis in Italia… Se l’operazione di fusione fra Telecom e Telefonica (con o senza ingresso dei Fossati al posto dei Benetton) sia verosimile o meno è però difficile da dire. Finora in mezzo a tanto fumo, non si è visto tanto arrosto.
Poco mossa Telecom all’indomani di un cda che aveva attirato le attenzioni degli operatori. Secondo indiscrezioni nella riunione di ieri il board avrebbe preso decisioni relative al destino di Telecom Argentina, la controllata per la quale da tempo si parla di ipotesi di vendita al fine di uscire dall’impasse determinata dai conflitti con e autorita’ antitrust del paese sudamericano.
Nessuna decisione e’ stata presa in quanto la questione non era all’ordine del giorno, ma i consiglieri ne hanno sicuramente parlato, anche alla luce del fatto che i rappresentati di Telefonica, Julio Linares e Caesar Alierta, hanno lasciato il cda a meta’ dell’opera, come previsto dai regolamenti in quanto la societa’ spagnola ha importanti asset in Argentina.
Questo e’ stato confermato dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato Franco Bernabe’ al termine della riunione. Il manager, oltre alle dichiarazioni di rito, ha affermato che Telecom Italia punta sul Brasile, citando il passo in avanti nel processo di fusione tra Tim Participacoes e l’operatore brasiliano di telefonia a lunga distanza Intelig.
Da queste parole sembra di poter indirettamente intuire che il destino di Telecom Argentina sia segnato, ovvero che il management intenda vendere la partecipazione nella controllante Sofora. Si tratta di un’ipotesi che vede la contrarieta’ della famiglia Fossati, che tramite Findim detiene il 5% di Telecom Italia, secondo la quale le offerte giunte finora sarebbero inadeguate.
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Telecom Italia torna a far parlare di sé. Dopo le tensioni registratesi delle ultime sedute, quando sembrava che si stesse coagulando un fronte antispagnolo pronto a trovare un sostituto agli spagnoli di Telefonica, la rete di telefonia fissa torna a catalizzare l’attenzione del mercato. La novità è una proposta di Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, che ha ipotizzato la creazione di una società mista pubblico-privato per la costruzione della rete di nuova generazione.
Il piano sembra già dotato di un certo appeal e Bassanini ha fatto esplicito riferimento alla possibilità di un intervento sul progetto di finanziatori esteri come la banca europea Bei e la China Development Bank. Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia e principale interlocutore sul tema visto il ruolo della compagnia nella telefonia fissa (a giugno il 74% degli accessi alla rete fissa) non dice di no, ma pone le sue condizioni e ricorda il forte impegno dell’azienda su tutto il territorio nazionale e anche su quei servizi che i concorrenti abbandonano per la loro scarsa redditività, ma che mantengono unito il Paese.
L’idea rispolvera dunque l’ipotesi di un consorzio di aziende e investitori del settore che promuovano il difficile sviluppo della rete in Italia: già la relazione sulla rete di nuova generazione presentata a marzo da Francesco Caio al ministero dell’Economia parlava di “necessità di un coinvolgimento di più attori per il coordinamento di processi un tempo gestiti all’interno di un unico soggetto (l’operatore ex-monopolista)”.
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Non è certo una coincidenza che il premio Tiepolo organizzato dalla Camera di commercio italiana di Madrid sia stato assegnato a Cesar Alierta e a Fulvio Conti. Il primo controlla tramite Telefonica il 40% di Telco, la holding cui fa riferimento Telecom Italia; il secondo invece ha conquistato con Enel Endesa diventando in pratica il protagonista dell’energia spagnola. Un premio dedicato alle collaborazioni tra Italia e Spagna non poteva che andare a questi due, sebbene gli esiti delle due operazioni appaiano più che mai divergenti.
Se infatti Conti nel tempo ha consolidato la posizione finanziaria di Enel dopo l’acquisizione di Endesa e pensa già al futuro e al nucleare, Cesar Alierta si trova in una situazione sempre più spinosa in Italia. Proprio in occasione del premio consegnato a Madrid, il manager ha sottolineato le relazioni di trasparenza e lealtà che legano Telefonica e Telecom Italia promettendo per il futuro sinergie e complementarità che finora si sono viste poco sia nel Vecchio che nel Nuovo Continente.
Nonostante il solido appoggio dell’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè le incertezze rimangono però nell’aria e gli intrecci internazionali sulla nostra compagnia telefonica di rango si aggrovigliano. Innanzitutto bisogna ricordare la data del 29 settembre, quando il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani affermò che la quota del 42,3% di Telco in pancia a Telefonica era un “problema da risolvere” e che l’italianità della rete delle telecomunicazioni di Telecom Italia era una priorità: il problema lo deve risolvere l’azienda, ma il governo monitora il dossier.
Già da tempo la sfilza di problemi di Antitrust in Sudamerica ha creato perplessità negli azionisti di Telecom Italia, la società appare ancora oggi paralizzata negli importanti mercati emergenti dell’Argentina e del Brasile a causa della presenza di un socio ingombrante come Telefonica nel proprio azionariato. La stessa associazione dei piccoli azionisti di Telecom, l’Asati, ha di recente chiesto una ricapitalizzazione da 10 miliardi di euro a cui Telefonica non possa partecipare.
Le dichiarazioni di Romani sono state comunque lette a livello internazionale come l’annuncio di un intervento del Governo Italiano sul dossier. Entro il 28 ottobre i soci di Telco dovranno confermare o disdire il patto di sindacato e da più parti si è invocata una rottura con gli spagnoli e una riprogettazione della compagine proprietaria di Telecom Italia in chiave italiana. Fra le ipotesi un ingresso di Mediaset o un riposizionamento degli azionisti di Findim (i Fossati). Nel frattempo, a complicare le cose, diverse indiscrezioni della stampa straniera parlano di un interesse della stessa Mediaset per Cuatro e Digital+, due asset del gruppo Prisa che interesserebbero molto alla società del biscione già fortemente presente in Spagna con Telecinco.
Questi due asset potrebbero interessare un più ampio dossier su Prisa, società per la quale già la stessa Telefonica e il gruppo Vivendi hanno avanzato delle offerte. Quanto possano essere collegate le scelte del Governo su Telecom Italia con le manovre di Mediaset sui mercati esteri è però difficile da dire. Nel frattempo anche in Sudamerica i rappresentanti del Governo sondano il terreno e si scopre che in casa di Ernesto Eurnekian, uno degli interessati alle quote di Telecom Argentina in via di dismissione, si sono recati anche il presidente della Commissione Telecomunicazioni della Camera Mario Valducci e il presidente del Comitato Microcredito Mario Baccini. Degli abboccamenti insomma, in occasione di questa grigliata sudamericana, ci sono già stati e probabilmente gli incontri nei prossimi mesi si moltiplicheranno. Resta solo da capire adesso dove vuole andare Telecom Italia e qual è il ruolo esatto del governo nella vicenda.