
L’espansione di Telefonica in Sudamerica, Cina ed Europa sembra inarrestabile. Martedì sera, di fronte alle incertezze portoghesi sull’offerta per la brasiliana Vivo, il numero uno di Telefonica Cesar Alierta ha alzato la posta in gioco e messo sul piatto 6,5 miliardi di euro per il 50% della compagnia brasiliana divisa tra Portugal Telecom e la stessa Telefonica.
Le pressioni su Lisbona, negli ultimi giorni, sono state granitiche. Telefonica ha anche messo nell’offerta il 10% della stessa Portugal Telecom che, direttamente o indirettamente, controlla: come a dire “dateci il vostro futuro, che al momento passa inevitabilmente per il Brasile, e vi renderemo la vostra libertà”. Il management da subito fortemente contrario all’offerta di Alierta adesso fa i conti con una proposta che copre una cifra vicina a quella della capitalizzazione attuale della stessa Portugal Telecom.
In alternativa il numero uno di Portugal Telecom, Henrique Granadeiro, potrebbe optare per una conquista più “soft” di Vivo con la cessione a Telefonica prima di un terzo delle quote portoghesi (per oltre 2,16 miliardi di euro) e dunque con l’esercizio entro tre anni di un’opzione put delle azioni della società brasiliana rimaste in portafoglio. A quel punto comunque Telefonica avrebbe da subito il controllo di Vivo e quindi la questione, da un punto di vista strategico, sarebbe marginale.
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Questo Paese a tratti si rivela inquietante. Di certo una vicenda come quella di Telecom Italia Sparkle avrebbe causato terremoti peggiori in un’altra nazione anche se scandali simili si sono visti altrove. Nel mezzo delle elezioni britanniche si potrebbe ricordare che il News Group pagò secondo il Guardian 1 milione di sterline per risarcire personaggi pubblici spiati dai suoi giornalisti. Più spesso avviene il contrario, ossia che siano i giornalisti ad essere spiati come nel caso italiano, in cui è stato acclarato che Marco Mancini, il numero due del Sismi che lavorava anche in Telecom, spiava i giornalisti di Repubblica Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo. Lo ha ammesso lui stesso. In Germania è successa la stessa cosa con le Ferrovie tedesche che spiavano clienti, fornitori, giornalisti e persino parlamentari e gli esempi si potrebbero moltiplicare ancora.
Ma quel che inquieta è il corto circuito che si sta creando e che è tutt’altro che finito. Secondo diverse indiscrezioni assai diffuse da tempo sul mercato motivi di sicurezza strategica imporrebbero al gruppo Telecom Italia di non cedere Sparkle che pure è stata l’epicentro del maxicarosello che ha imposto accantonamenti per 507 milioni di euro di cui solo 10 scontati già nel 2009. Il caso grave di un sistema di frodi collegate al primo e al secondo operatore di telefonia italiana (Fastweb) rimane comunque ancora aperto e gli sviluppi sono tutt’altro che certi.
Basta osservare che ieri le dure accuse dei piccoli azionisti di Telecom (Asati), dei sindacati e persino di Beppe Grillo hanno comunque scosso l’assemblea. Mentre i rappresentanti dei lavoratori inscenavano il funerale dell’azienda, lo stesso consigliere indipendente Luigi Zingales (pur specificando che i fatti sono precedenti all’insediamento dell’attuale consiglio) affermava: “È un fallimento del cda essere arrivati a questo punto” nella vicenda Sparkle.
D’altra parte le batoste di Telecom Italia sembrano davvero non finire mai: dal caso Tavaroli-Mancini, alla vendita a Telefonica con successive cessioni di Hansenet e problemi ancora irrisolti in Argentina a quest’ultimo scandalo delle carte prepagate per siti porno che chiama anche in causa La ‘Ndrangheta sembrano davvero una discesa agli inferi.
Forse l’azione di responsabilità contro il vecchio management potrebbe ridare un po’ di credibilità a una società che non può certo vivere soltanto dei sorrisi di Belén Rodrìguez. Bisognerà senz’altro fare qualcosa di più che accantonare 10 milioni. Nel frattempo un aiuto forse insperato arriva dall’Autorità delle Telecomunicazioni che ha proposto un rinnovo delle tariffe unbundling a tutto vantaggio di Telecom Italia.
Si tratta in pratica delle tariffe che le altre compagnie pagano al gestore della rete telefonica di Telecom Italia, ossia all’unica rete veramente nazionale e per loro è previsto un graduale aumento da 8,7 a 9,67 euro al mese entro il 2012. Fastweb nella pubblicazione odierna della prima trimestrale ha calcolato che “L’aumento che scatterebbe a maggio avrebbe un impatto negativo sull’EBITDA 2010 di FASTWEB pari a 1,7 milioni di euro (non incorporato nella guidance). Considerando l’aumento già introdotto nel 2009 e quelli proposti, l‘impatto cumulato sull’EBITDA nel periodo 2009-2012 sarebbe negativo per circa 70 milioni di euro”.
Non si tratta dunque di bruscolini, anzi. Sempre in base alle indiscrezioni (che però sul mercato come noto contano) negli ultimi mesi si sarebbe coagulato un interesse degli operatori antagonisti a Telecom per la costituzione di una rete alternativa per la copertura almeno delle grandi città. In effetti di infrastrutture alternative (ma non complete per il territorio nazionale) ne esistono, come quella di Retelit o di Eutelia, ma finora ogni riflessione ufficiale su una rete alternativa a quella di Telecom Italia è approdata a un solo aggettivo: “antieconomico”.
Di certo, però, la rendita di posizione che ancora la ex Sip vanta non potrà essere eterna. Senza considerare che la riduzione delle attività nei mercati emergenti e l’uscita da diversi mercati maturi rischia di comprimere la redditività del gruppo e di marginalizzarlo ulteriormente nel contesto internazionale. Forse, come per i paesi, anche per le grandi aziende l’unico modo per uscire realmente dal debito è quello di guadagnare di più.

Giornata brillante per Telecom che guadagna circa tre punti percentuali portandosi a 1,12 euro dopo l’annuncio di un dividendo in crescita per il prossimo anno. La cedola per ora è stata mantenuta a 5 centesimi, ma il management confida di potere incrementare ancora l’efficienza del gruppo e di riuscire a migliorare i risultati della compagnia nel prossimo triennio. Per quest’anno è prevista una ulteriore flessione del giro d’affari, ma la solida generazione di cassa dovrebbe gradualmente consentire a Telecom di mantenere e incrementare la propria redditività. Nel prossimo triennio Franco Bernabè si attende una generazione di cassa da 21 miliardi di euro che dovrebbe raggiungere una incidenza sui ricavi del 2012 del 26 per cento. Riprenderà con forza l’azione sul debito e l’obiettivo del 2012 è quello di una riduzione delle esposizioni a 28 miliardi di euro contro i 34,7 miliardi di euro di fine 2009.
A rassicurare il mercato contribuiscono pure i tentativi di composizione dell’”affaire Sparkle” per il quale l’azienda ha accantonato un fondo rischi da 507 milioni di euro. L’impatto economico della vicenda nel 2009 si sarebbe limitato a 10 milioni di euro di oneri finanziari. Quasi 300 milioni di euro deriverebbero direttamente dall’Iva indebitamente sottratta al fisco mentre il resto sarebbe da attribuire a varie sanzioni.
Secondo alcuni osservatori questa soluzione da mezzo miliardo sarebbe la più economica per Telecom Italia che potrebbe altrimenti vedere lievitare notevolmente la bolletta per la frode carosello contestata dagli inquirenti fino anche a un miliardo di euro. Segnali di normalizzazione provengono anche dai mercati sudamericani dove il management conta di chiudere “abbastanza rapidamente” la cessione di Telecom Argentina e punta a estrarre maggiore valore dalle proprie attività brasiliane.
L’azione di progressiva riduzione dei costi (anche tramite i tagli del personale) ha alleggerito il conto economico, tuttavia per invertire la graduale tendenza del gruppo a ridurre il proprio giro d’affari servirà che l’azienda si concentri sull’allargamento della base clienti tramite un miglioramento dei servizi offerti. Gli analisti hanno approvato la stabilizzazione dell’ebitda e la sua proiezione oltre i 12 miliardi di euro per il 2012, tuttavia da Milano potrebbero ancora arrivare problemi.
Il passaggio di un ramo dell’inchiesta romana al procuratore aggiunto Francesco Greco potrebbe, infatti, preludere a nuovi scontri fra avvocati e giudici sul caso della maxi frode da oltre 2 miliardi di euro che ha coinvolto anche Fastweb. Il Corriere della Sera di oggi riassume i contrasti con la Procura evidenziando che secondo i pm di Milano il reato da contestare sarebbe la frode fiscale e quindi si dovrebbe andare in tribunale. Secondo gli avvocati del gruppo il caso comporterebbe invece solo un’elusione fiscale e quindi porterebbe al massimo a un confronto con l’Agenzia delle Entrate. Nel 2010 comunque i manager e gli avvocati della compagnia dovranno ancora fare gli straordinari.

Il quadro di Fastweb rimane fluido in attesa delle decisioni della magistratura. In queste ore il titolo cede ancora qualcosa a Piazza Affari, il consiglio di amministrazione ha deciso di chiedere l’isolamento della divisione Wholesale che controlla le attività incriminate. Una figura di garanzia potrebbe governare questa business unit dal peso ormai ridotto, lasciando integre, però, le altre attività. Una soluzione simile sembra pronta anche per Telecom Italia Sparkle, ma, di fronte alla gravità delle accuse, ancora tutto rimane incerto.
Quarantotto ore per il rinvio della decisione sul commissariamento rischiano di essere troppo poche e si diffondono le prime preoccupanti voci sugli effetti di questa pesante inchiesta sull’operatività della compagnia telefonica. Alcuni grandi clienti avrebbero già congelato il rinnovo dei contratti con Fastweb e ora corrono rischi i rapporti con le pubbliche amministrazioni che fino a ieri erano un fiore all’occhiello tra le attività della società della fibra ottica. Se la sfiducia si allargasse al retail, la situazione potrebbe davvero aggravarsi.
Stamattina Telecom Italia non partecipa ai recuperi di Piazza Affari e lascia sul parterre di Borsa Italiana circa un punto percentuale del proprio valore dopo i tre punti e oltre di ieri. A Fastweb va ancora peggio, perché oggi il titolo della compagnia della fibra ottica perde il 3,62% contro i 9 punti di ieri. Nel frattempo le cifre delle Phun Card, le carte a pagamento per l’accesso a siti di carattere erotico che venivano utilizzate per frodare il fisco e rimpolpare i conti delle due compagnie telefoniche, si fanno impietose: il numero degli indagati è salito a 85 dopo i 56 arresti dei giorni scorsi, la truffa si inserisce in un sistema di conti correnti e asset spalmati su 24 paesi dal Delaware ad Hong Kong, dalle Isole vergini britanniche agli Emirati Arabi Uniti. Ieri, come era prevedibile l’approvazione dei conti di Telecom Italia è passata in secondo piano, prima è stato necessario parlare di Telecom Italia Sparkle, la controllata a cui sono stati sequestrati 300 milioni di euro.
Franco Bernabè, l’attuale amministratore delegato del gruppo, ha sottolineato che il management di Sparkle di allora non lavora più in Telecom Italia, che Riccardo Ruggiero e Stefano Mazzitelli, insomma, non toccano più i bilanci. La situazione, però, appare ancora critica e il management di oggi ha chiesto tempo per valutare correttamente l’ordinanza ricevuta da Sparkle.
Nel frattempo i risultati preliminari anticipati da Telecom Italia confermano gli obiettivi proposti dal gruppo, anche se lasciano qualche perplessità su taluni aspetti. Il fatto che il comunicato sul bilancio del gruppo cominci con l’ebitda – in calo di 44 milioni a 11,3 miliardi di euro, ma con una marginalità sui ricavi in crescita di 2,2 punti percentuali al 41,7% - ribadisce il focus di Telecom Italia sulla redditività della società. Il debito si è ulteriormente ridotto a 34 miliardi di euro.
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Quello che coinvolge Fastweb e Telecom è già un caso di dimensioni internazionali, ma rischia di avere conseguenze economiche e politiche di primo piano per il Bel Paese, nonostante la svizzera Swisscom sia da tempo il socio di controllo della compagnia della fibra ottica. Le dimensioni inevitabilmente politiche di quanto sta emergendo dalle indagini si possono riportare non solo all’arresto di Nicola di Girolamo, senatore Pdl già accusato di avere utilizzato l’appoggio della famiglia calabrese della ‘Ndrangheta Arena per essere rieletto nei seggi esteri e in particolare dalla città di Strasburgo, ma perché rischia di entrare nell’inchiesta anche il nome di Riccardo Ruggiero, ex presidente di Telecom Italia Sparkle e figlio dell’ex ministro degli esteri del Pdl Renato Ruggiero. A legami con ambienti politici riportano anche le frequentazioni di Gennaro Mokbel, misterioso personaggio che avrebbe collegato Nicola Di Girolamo alla famiglia degli Arena e che avrebbe gestito la complessa rete di cartiere in cui confluivano i fondi neri ingenti creati con il sistema del carosello.
In pratica un sistema di fatturazioni false avrebbe permesso di evadere imposte per oltre 365 milioni di euro e di creare veri e propri tesoretti esteri non dichiarati. Un mandato di cattura è stato emesso anche nei confronti di Silvio Scaglia, il fondatore di Fastweb (ai tempi e.Biscom) che si trovava in Sudamerica, ed è indagato pure Stefano Parisi, altro storico manager di Fastweb e attuale amministratore delegato del gruppo. Arrestato anche Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle.
Il sistema utilizzato per creare credito d’imposta in Italia e fondi neri all’estero attraverso delle “cartiere” era quello del “carosello”, una delle frodi fiscali più diffuse. Soltanto nel primo semestre del 2009 sono stati scoperti e denunciati in Italia giri di fatture false con evasioni d’Iva per 1,5 miliardi di euro. I fondi neri creati tramite catene societarie in Italia e all’estero (fra queste ci sarebbero Acumen, I Globe, Telefox e Broker Management) rimpallavano tra i paradisi fiscali di mezzo mondo e sparivano.
Da dove venivano questi soldi? Da Iva che in realtà spariva all’estero mentre le società accumulavano crediti di imposta immotivati. Le cifre sono appunto enormi e adesso Fastweb e Tim Sparkle rischiano il commissariamento che è già stato chiesto dal pubblico ministero. Le due società controllano migliaia di chilometri di fibra ottica in giro per l’Italia e per il mondo: in gioco ci sono asset di primo piano della telefonia italiana.
Sia Fastweb che Telecom Italia si sono dichiarati parte lesa in questi procedimenti, né è del tutto nuova la notizia di queste indagini su un giro di fatture false: la stessa Swisscom ha ammesso di essere a conoscenza di queste inchieste quando rilevò il gruppo, qualche altra notizia in merito in passato era stata pubblicata. Adesso Swisscom chiede un chiarimento, con lei il mercato. Nuovi appaiono invece i possibili legami di personaggi coinvolti nella gestione dei fondi neri esteri di Telecom Italia Sparkle e Fastweb con la ‘Ndrangheta e nuova sembra anche l’entità degli importi dovuti allo Stato.
In attesa di un chiarimento Fastweb, la seconda compagnia telefonica italiana, cede in Borsa l’1,66 per cento. Telecom Italia e la sua controllata Telecom Italia Media cedono invece l’1,48 e l’1,82% a Piazza Affari. Ancora una volta la telefonia made in Italy è al centro di uno scandalo. I tempi della giustizia italiana lasciano ipotizzare lunghe attese ed esiti incerti e rendono di dubbia efficacia una sospensione dei titoli dalle contrattazioni: l’operatività dei gruppi interessati, d’altra parte, non pare ancora a rischio (specialmente nel caso di Telecom Italia). Detto questo non si può non osservare che il turbine di privatizzazioni e intercettazioni è finito persino in Carosello e che ancora una volta il futuro dei servizi di telefonia in Italia passa per un tribunale.

Fastweb guadagna per il secondo giorno di seguito in Borsa, d’altra parte i risultati del 2009 non possono che incoraggiare l’andamento del titolo. I ricavi hanno superato gli 1,8 miliardi di euro e l’ebitda del gruppo ha toccato i 551 milioni portando a un record di utili a 36 milioni di euro.
La cassa si è dimostrata solida a 39 milioni di euro e gli investimenti si sono mantenuti in linea con le guidance di capex al 23% sui ricavi. In realtà le capital expenditure sono diminuite notevolmente negli ultimi anni passando dal 42 al 23% dei ricavi tra il 2006 e il 2009 e in valore assoluto da 529 milioni a 434 milioni di euro nel corso degli ultimi quattro anni. È un elemento molto importante perché rispecchia questa fase della società di concentrazione sui servizi al cliente e di attenuazione degli investimenti in immobilizzazioni e infrastrutture di rete.
I successi commerciali del gruppo sono d’altra parte evidenti se si considera che la clientela è cresciuta dell’11% nell’ultimo anno (di crisi) e che ha raggiunto 1.644.000 unità. Sicuramente il calo dell’Arpu, ossia del ricavo medio per cliente, peserà ancora sui risultati in futuro visto che l’accesa concorrenza sul mercato italiano della telefonia fissa caratterizza tutto il settore e comprime i margini.
Fastweb gode però del vantaggio competitivo della rete in fibra ottica che per ora gli dà la possibilità di garantire un servizio migliore di quello degli altri operatori concorrenti regalandogli vantaggi nel ramo della clientela business. Sicuramente l’indebitamento da 1,41 miliardi di euro contro un patrimonio netto di 919 milioni di euro è ancora eccessivo, ma la società riesce a chiudere in utile e gli oneri finanziari sono scesi da 86 a 64 milioni di euro in un anno. Insomma i volumi crescono e coprono il calo della redditività dei singoli clienti, in altre parole Fastweb riesce a competere.
Poco mossa Telecom all’indomani di un cda che aveva attirato le attenzioni degli operatori. Secondo indiscrezioni nella riunione di ieri il board avrebbe preso decisioni relative al destino di Telecom Argentina, la controllata per la quale da tempo si parla di ipotesi di vendita al fine di uscire dall’impasse determinata dai conflitti con e autorita’ antitrust del paese sudamericano.
Nessuna decisione e’ stata presa in quanto la questione non era all’ordine del giorno, ma i consiglieri ne hanno sicuramente parlato, anche alla luce del fatto che i rappresentati di Telefonica, Julio Linares e Caesar Alierta, hanno lasciato il cda a meta’ dell’opera, come previsto dai regolamenti in quanto la societa’ spagnola ha importanti asset in Argentina.
Questo e’ stato confermato dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato Franco Bernabe’ al termine della riunione. Il manager, oltre alle dichiarazioni di rito, ha affermato che Telecom Italia punta sul Brasile, citando il passo in avanti nel processo di fusione tra Tim Participacoes e l’operatore brasiliano di telefonia a lunga distanza Intelig.
Da queste parole sembra di poter indirettamente intuire che il destino di Telecom Argentina sia segnato, ovvero che il management intenda vendere la partecipazione nella controllante Sofora. Si tratta di un’ipotesi che vede la contrarieta’ della famiglia Fossati, che tramite Findim detiene il 5% di Telecom Italia, secondo la quale le offerte giunte finora sarebbero inadeguate.
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Eutelia rischia di diventare più un caso di cronaca che di borsa. La società ha infatti fatto parlare di sé da mesi più per le sorti dei propri ex dipendenti del settore IT finiti in Agile ora ribattezzata Omega, che per le proprie strategie. Di recente anche l’ingresso dell’ex amministratore delegato Samuele Landi in uno stabilimento con dei collaboratori per scongiurare l’occupazione da parte di alcuni operai ha finito per complicare le cose. Sempre di recente Tommaso Pompei si è dimesso dal consiglio di amministrazione per incompatibilità con altre cariche.
Nel frattempo Eutelia si trova nella black list della Consob a causa di una situazione patrimoniale molto a rischio. L’accordo di stand still con le banche per il congelamento del debito fino alla fine del 2010 non è ancora approdato a un assetto definitivo. La previsione di un aumento di capitale da 20 milioni di euro per l’anno prossimo può essere un utile pungolo, ma il via libera delle banche, dopo la violazione dei covenant sul debito è tuttora una condizione imprescindibile se si vuole evitare un default della società.
Allo scorso 30 settembre il conto economico dei tre mesi precedenti evidenziava ricavi da 71,7 milioni di euro a fronte dei 100,19 milioni del terzo trimestre 2008. Il conto sui nove mesi indicava invece una flessione da 319,2 a 245 milioni di euro. II costi per il personale risultano scesi notevolmente sicuramente grazie alla vendita degli asset IT che ha portato a un alleggerimento della struttura della società innegabile almeno dal punto di vista della struttura dei costi. Il rosso del terzo trimestre 2008 era di 25,5 milioni di euro, il rosso dell’ultimo trimestre è di 2,5 milioni di euro.
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Riceviamo da Ferry Boat e con piacere pubblichiamo
Mattinata positiva per Tiscali dopo la pubblicazione dei dati al 30 settembre. Questo nonostante la flessione dei ricavi del 9,5% a/a a 221,6 milioni di euro e il forte aumento delle perdite, salite dai 98,2 milioni di euro dello stesso periodo del 2008 a 418,4 milioni. Questo ultimo dato risente pero’ della minusvalenza da 365 milioni di euro contabilizzata con la cessione di Tiscali UK.
Il dato sui ricavi risulta pero’ in linea con le stime incluse nel piano industriale 2009-2013; l’ebitda rettificato, inoltre, ha segnato un incremento del 15% a/a attestandosi a 69,9 milioni di euro. Questo ultimo dato risulta sostanzialmente in linea con i target di fine esercizio a 70 milioni: e’ molto probabile quindi che l’ebitda complessivo per il 2009 si riveli superiore alle attese.
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