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Capi-azienda narcisisti: una minaccia per le società quotate?

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Assicurazioni


In una società come la nostra in cui il personalismo - che sfocia fino al culto della personalità - ha pervaso omai tutti i settori, dalla politica alla cultura all’arte alla finanza - come si deve valutare il rapporto che gli amministratori delegati e i capi-azienda in genere hanno con il proprio ego?

Un professore di Management della Pennsylvania University, Donald C. Hambrick, ha deciso di studiare questo aspetto della gestione aziendale ed è arrivato a una conclusione che forse non ci sorprende, ma che dovrebbe spaventare molti piccoli e grandi investitori aziendali: i Ceo narcisisti sono dannosi per le loro aziende e, anche se a volte ottengono risultati eclatanti, spesso nel medio periodo rischiano di mettere a repentagli l’esistenza stessa della società che guidano.

Per narcisismo - dovremmo saperlo tutti - si intende un innamoramento eccessivo di sé stessi, che porta alla voglia di mettersi in mostra e coltivare il culto della propria immagine. In una certa misura, la fiducia in sé stessi, la spavalderia e l’ottimismo sono caratteristiche necessarie di un capo azienda, ma se sfociano in arroganza e megalomania diventano deleterie; in che senso, però, si può definire un Ceo “narcisista”.

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È il momento giusto per una Robin Hood tax globale?

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Politica


Stai a vedere che il momento è quello buono e che forse stavolta una tassa sulla speculazione finanziaria e sulle attività di chi fa soldi con i soldi potrebbe diventare realtà? Parliamo della Robin Hood tax, una tassa per togliere risorse alla speculazione finanziaria e dirottarle verso il settore pubblico e il sostegno alle fasce di popolazione più deboli.

Ne torna a parlare il New York Times, che registra un interesse notevolmente aumentato attorno a questa ipotesi che non piace più solo ai no global e ai movimenti di estrema sinistra oppure al movimento Occupy, ma piace anche ai governi, a potenti della Terra (Al Gore), leader religiosi (Papa Benedetto XVI e l’Arcivescovo di Canterbury) e persino a protagonisti dell’industria e della finanza, come Bill Gates e George Soros.

Una tassa sulle transazioni finanziarie, per togliere ai ricchi (banche e operatori della finanza) per dare ai poveri (i cittadini) come faceva Robin Hood, è complicata ma possibile da realizzare e soprattutto potrebbe ottenere due risultati: da un lato rallentare e dissuadere la speculazione selvaggia, dall’altro fornire risorse per rilanciare l’economia e attenuare le disuguaglianze all’interno delle società occidentali. Ma ci sono alcune resistenze da superare.

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Banche e trader contro le regole Usa anti-speculazione

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Up & Down Banche


La lotta alla speculazione non ha molti fan, specialmente nel mondo della finanza e tra gli operatori che temono di perdere buona parte delle laute commissioni che finora hanno sempre lucrato. Con una riduzione dei movimenti speculativi, infatti, si ridurrebbero anche le movimentazioni in generale, così i primi a rimetterci sarebbero gli intermediari che per primi si ribellano.

In Italia la Consob ha limitato fortemente le vendite allo scoperto, ma mentre l’Europa sta cercando ancora una regolamentazione comune, proprio dagli Stati Uniti, patria dell’economia di mercato, arrivano le norme più severe contro cui si sono già levate le voci polemiche delle associazioni finanziarie.

La Cftc, Commodity Futures Trading Commission, degli Stati Uniti, infatti, ha promulgato a ottobre un Position Limits Rule, che limita fortemente il numero di contratti derivati che un operatore può comprare o vendere in un determinato periodo di tempo, con l’obiettivo dichiarato di disincentivare e contrastare la speculazione finanziaria. Ma due associazioni di categoria - la International Swaps and Derivatives Association e la Securities Industry and Financial Markets Association - hanno presentato un ricorso davanti a una Corte federale contro la Cftc e la sua decisione.

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Usa: prestiti per gli studenti, una bolla da $ 550 miliardi

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Banche Politica


La crisi dei mutui sub-prime? La bolla delle carte di credito? Il debito sovrano? Il credito al consumo? Tutto questo ci sembrera quasi uno scherzo quando sarà scoppiata la vera, grande bolla che minaccia - anzi ha giù compromesso - il presente e, purtroppo, anche il futuro dell’economia americana: l’indebitamento degli studenti
.

Non è ancora del tutto chiaro a gran parte dell’opinione pubblica, anche perché i giornali di casa nostra spesso si occupano più del “colore” che dei contenuti; eppure il movimento Occupy Wall Street è formato in buona parte anche da studenti o neo-laureati, che protestano contro banche e grandi istituzioni finanziarie proprio a causa dei debiti che stanno strangolando un’intera generazione, prima ancora che cominci a lavorare.

Fino a qualche anno fa - lo ricordo nettamente - i lodatori del sistema capitalista americano in servizio permanente effettivo illustravano con ammirazione il sistema universitario degli States, dove gli studenti per pagare le costose rette universitarie si indebitavano a dismisura, ma ricevevano (si diceva così) il sostegno delle banche e delle finanziarie, a volte in accordo con la stessa università.

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Con la crisi attenti alla "febbre dell'oro"

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Commodities


La crisi morde, le Borse tremano, i mercati paventano l’eventuale default degli Stati Uniti e molti investitori puntano sull’oro. Il metallo giallo tocca ogni giorno nuovi record anche nei tempi attuali in cui non c’è una forte inflazione; e anche il piccolo investitore si chiede se sia o no il caso di investire sull’oro.

Altre volte abbiamo spiegato che non è più necessario comprare gioielli o addirittura lingotti per investire nell’oro. Adesso ci sono fondi specializzati indicizzati al valore dell’oro: basta comprare quote in quei fondi, gli Etc, e si può partecipare alla “corsa all’oro” senza dover possedere una cassaforte in cantina.

Detto questo, vale la pena investire adesso nell’oro? Avevamo espresso dubbi quando il metallo giallo era sotto i 1450 dollari l’oncia, adesso è volato sopra i 1600. Quindi? Nel breve periodo è possibile che le quotazioni salgano ancora, ma è davvero improbabile che ci sia spazio per rialzi importanti.

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L'oro aggiorna il record, l'argento vola: vale la pena di investire?

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Commodities


Le quotazioni dell’oro hanno segnato un nuovo massimo storico, a 1447,4 dollari l’oncia, mentre l’argento ha raggiunto le quotazioni di oltre 30 anni fa, a 38,17 dollari l’oncia, massimo da gennaio 1980. I metalli preziosi - compreso il platino - sembrano davvero aver toccato la fascia alta della quotazione: ma quindi vale la pena di investire sperando di intercettare nuovi rialzi? oppure non è il caso di entrare ormai che i prezzi sono così alti?

Secondo il blogger Investorjunkie, l’argento è un’ottima alternativa all’oro sia per i prezzi competitivi sia per gli usi industriali che lo rendono appetibile sia in epoca di crisi sia quando l’economia riprende a correre. Ma i rialzi delle ultime settimane hanno più un carattere speculativo che reale, dal momento che la produzione mineraria mondiale coprirà la domanda: il punto è che moltissimi investitori vogliono puntare sui beni rifugio. Secondo Metalli-Preziosi.it, comunque, c’è spazio per ulteriori rialzi.

In effetti a sostenere le quotazioni dei preziosi arrivano nuovi Etc (Exchange traded commodities), fondi che replicano le quotazioni delle commodities, come Etc Physical Silver di Etf Securities e Etf Silver Trust di iShares: proprio iShares sta per lanciare nuovi Etc basati su metalli fisici e, se dovesse comprarne ancora per creare una dotazione iniziale darebbe un ulteriore contributo alla spinta rialzista.

Gli Etc sono lo strumento più agevole per chi vuole investire in metalli preziosi senza sobbarcarsi il costo per la custodia fisica dei lingotti o la difficoltà di rivendere gli oggetti d’oro o d’argento: basta comprare azioni di una delle società che seguono l’andamento delle quotazioni.

Diversi osservatori e analisti credono a un boom che porterebbe l’argento fino a 50 dollari l’oncia e l’oro a superare i 1500. Attenzione però: negli ultimi anni, come dicevamo, i prezzi sono saliti in modo importante, dunque potrebbero arrivare alcune correzioni; in più bisogna considerare che l’investimento in argento, come in oro platino o diamanti, non genera reddito - al contrario di obbligazioni o immobili - e dunque è puramente speculativo. Può andar bene per chi vuole diversificare un portafogli di investimenti già vario e soprattutto chi è disposto a un investimento di medio/lungo periodo.

Salta la fusione tra le Borse di Sydney e Singapore: rispunta l'interesse nazionale

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!!

Niente fusione tra la Borse di Sydney e quella di Singapore. Il progetto era stato presentato come la risposta di Asia e Oceania ai grandi merger transatlantici che hanno visto unirsi Londra (e Milano) con Toronto, mentre Deutsche Boerse e il New York Stock Exchange a loro volta annunciavano una fusione storica.

Il ministro del Tesoro australiano, Wayne Swan, invece ha detto no e per adesso non si uniranno l’Sgx e l’Asx: secondo Canberra questa fusione non favorisce l’interesse nazionale, per cui “non s’ha da fare”. Una decisione importante e in un certo senso coraggiosa da parte della politica, che spesso tende a tirarsi fuori dal mondo della finanza per lasciar fare al mercato.

Le Borse mondiali tendono a raggrupparsi per risparmiare sugli investimenti e aumentare i margini: non dimentichiamo che le società di gestione dei mercati finanziari - Borsa Italiana, il Nyse, eccetera - sono compagnie private, in cui fine è il profitto. Quindi aumentare le dimensioni e globalizzarsi è una strada utile per migliorae i rendimenti. Che questo poi sia un vantaggio per i paese che ospitano i listini, beh è un altro discorso. Da quando si è unita con Londra, Milano conta ancora meno di prima.

È interessante andarsi a leggere che cosa scrive Morya Longo sul Sole24Ore, citando le perplessità che queste fusioni creano a proposito dei sistemi-paese:

In Canada si sono levate proteste dal mondo politico. Negli Usa si lamenta le fine della centralità di New York come piazza finanziaria. A Milano il dibattito è acceso dal 2007, quando Piazza Affari si unì alla Borsa di Londra. Il punto è infatti che le Borse, oltre ad essere società private (che dunque devono massimizzare i profitti), sono anche strumenti per la crescita economica di ogni paese: sono il volano per l’espansione delle imprese. Ebbene: i benefici derivanti da queste fusioni per i paesi e i sistemi economici appaiono a molti osservatori molto più sbiaditi. Il rischio è che l’interesse degli azionisti prevalga su quello degli stati.

L’Australia ha deciso in modo diverso da Italia, Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti: l’interesse nazionale prevale sull’interesse degli azionisti dell’Asx, una lezione che forse potremmo rimpiangere di non aver seguito.

Un'alternativa: investire in fondi dei paesi nordici

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!!


A caccia di affari - o almeno di investimenti non troppo rischiosi per i nostri risparmi - vale la pena di dare un’occhiata a una manciata di paesi che sono in Europa, vantano ancora economie solide e hanno buone prospettive di crescita: i Paesi del Nord Europa, Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca.

Negli ultimi dieci anni le Borse di questi paesi hanno registrato ottimi risultati e le loro economie sembrano meno fragile di quelle del resto del Continente, specie degli stati del Sud: da gennaio 2010 a gennaio 2010 l’indice MCSI Nordic Countries è cresciuto del 27,4 %, mentre l’MSCI Euro del 10,6 %; su cinque anni, invece, l’indice nordico guadagna un 28,3 % a fronte di quello della zona euro che cala del 2,6 %.

Un’opportunità di investimento, dunque? Gli analisti sottolineano diversi aspetti positivi: le buone prospettive di crescita per molte società, l’apertura ai mercati emergenti come l’India e la Cina e anche l’aspetto valutario. Tranne la Finlandia gli altri tre paesi hanno mantenuto la propria moneta, il che potrebbe significare una garanzia in caso di svalutazione dell’euro.

In ogni caso si tratterebbe di una diversificazione che non può che fare bene a un portafoglio. Ma è il caso di investire direttamente in azioni di determinate società? Bisognerebbe conoscere a fondo il mercato, il che non è semplice: più facile e immediato sottoscrivere un Etf legato all’indice dei mercati nordici. In questo modo i risultati del fondo non fanno che replicare la performance dell’indice, con il rischio - non va taciuto - che in caso di calo azionario cali anche il nostro Etf.

In alternativa si possono scegliere fondi di investimento che opera sui mercati del Nord Europa e scegliere un profilo più concentrato sulle azioni o sulle obbligazioni. C’è il Mornigstar North Europe o i fondi Nordea che hanno un’ampia scelta.

Capitali di investimento: nella Silicon Valley è l'ora dei Super Angeli

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!!


Non solo il mondo della finanza quotata in Borsa tenta di rinnovarsi: anche le start up stanno attraversando cambiamenti che vedono emergere nuovi protagonisti, a volte con idee nuove a volte con un modo diverso di operare a differenza di altri attori. È il caso dei “Super Angels” (Super Angeli), come vengono chiamati gli investitori di nuovo tipo che si affiancano alle due categorie di finanziatori delle start up, in particolare nella Silicon Valley: gli angeli da una parte e i venture capitalist dall’altra.

Come i venture capitalist i super angels raccolgono fondi e non si limitano a investire parte del proprio patrimonio, ma come gli angeli investono in una fase iniziale della start up e si limitano a iniettare somme ridotte, comprese fra i 250mila e i 500mila dollari. Ma a che servono questi super angeli e perché c’è bisogno di questa nuova figura?

Negli ultimi anni, come si legge su Fast Company, l’attività dei venture capitalist nelle aziende del settore hi-tech si è via via trasformata in una specie di gioco ai tavoli del casinò: i fondi venivano distribuiti a pioggia senza preoccuparsi troppo della validità dell’impresa e della fattibilità del piano industriale. Tanto alla fine da qualche parte arrivava un ritorno economico. Ogni 100 iniziative fallimentari bastava che venisse fuori un caso di successo per garantire la remunerazione degli investitori.

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Nomura sceglie una donna, ma l'Italia rinvia le quote in cda

pubblicato da alessandro condina in: Varie !!! Politica


Da un paese conservatore come il Giappone arriva la notizia che una grande azienda sceglie una donna, oltre ad alcuni top manager stranieri, in un posto chiave; dall’Italia invece arriva lo stop del governo che ha fatto rinviare l’accordo bipartisan sui posti da riservare alle donne nei cda, almeno delle società a paertecipazione pubblica. Nella recente tornata di nomine, la banca d’affari giapponese Nomura ha scelto una donna, Junko Nakagawa, come chief financial officer: è un fatto assai inusuale per una società tradizionalista come quella del Sol Levante, anche se l’azienda sottolinea di non aver scelto la signora Nakagawa perché è una donna, ma perché è un ottimo top manager, che dal 1988 lavora in Nomura per cui ha curato anche alcuni dossier delicati come la quotazione a Wall Street.

In ogni caso Nomura dimostra un’apertura all’innovazione inaspettata, visto che oltre ad aver promosso ai vertici una manager donna, ha scelto anche alcuni senior manager stranieri, come l’indiano Jasjit “Jesse” Bhattal, vicepresidente del gruppo e direttore esecutivo della divisione banca wholesale, in uno sforzo di internazionalizzazione che rimane ancora una lontana prospettiva per le grandi imprese italiane quotate, dove la presenza di donne e di stranieri è estremamente rara, con una conseguente carenza di varietà e innovazione.

Secondo LaVoce.info

numerosi studi empirici trovano una relazione positiva significativa tra diversità del board, con presenza di donne, di stranieri e di determinate minoranze, e performance societaria. Ma anche perché questi dati confermano che la scarsa mobilità delle élite italiane è un problema non solo generazionale, ma anche di background: tutti uomini, se possibile italiani.

C’è una strada per riequilibrare la presenza dei sessi nei cda: le famose quote rose che quasi tutti, le donne in testa, aborriscono, ma che si sono dimostrate efficaci e utili per sfondare il famoso “tetto di cristallo” che impedisce alla componente femminile della società di emergere nei posti chiave. A gennaio la Francia ha approvato una legge secondo cui entro il 2017 il 40% dei posti in cda dovrà essere coperto da donne, ma il 20% dovrà essere raggiunto entro il primo gennaio 2014.

Anche altri paesi - per prima fu la Norvegia poi si è aggiunta la Spagna socialista - hanno leggi simili e l’Italia da mesi sembra sul punto di dotarsi di una norma che va in questa direzione, grazie all’impegno di Lella Golfo, parlamentare del Pdl e presidente della Fondazione Marisa Bellisario. In commissione Finanze al Senato era stato raggiunto un accordo fra maggioranza e opposizione proprio su questo punto, per approvare in quella sede la nuova legge senza passare dall’Aula: un terzo di donne in cda entro tre rinnovi dei consigli di amministrazione.

Il sì sarebbe dovuto arrivare ieri, proprio in occasione dell’8 marzo, ma il governo ha stoppato l’accordo dando un parere negativo, nonostante l’impegno dello stesso presidente del Senato: al governo non piace che le società partecipate da capitali pubblici debbano adeguarsi alla quota del 30% entro tre rinnovi e preferisce lasciare più tempo alle aziende per adeguarsi.

Sono mesi che questo balletto va avanti, ma c’è un motivo facilmente comprensibile: abbandonare la poltrona non fa piacere a nessuno e una norma che obbliga a cambiare praticamente un terzo dei consiglieri - visto che la presenza femminile è risibile - fa storcere il naso a molte lobby. Vedremo mai la legge sulle quote rosa in cda? È lecito dubitarne.