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Turbine di incontri in Unicredit e fra i suoi azionisti alla ricerca di una soluzione per la rapida elezione di un nuovo amministratore delegato. Stamane la stampa, in maniera assai articolata tra una testata e l’altra, avvalora l’ipotesi di una scelta affidata a Roberto Nicastro, attuale deputy ceo del gruppo e uomo a cui riferisce lo stesso Gabriele Piccini, il country manager per l’Italia del gruppo di Piazza Cordusio. Nicastro è sicuramente di uno dei massimi dirigenti del gruppo e conosce bene anche i mercati esteri, vi ha lavorato spesso prima e dopo l’ingresso in Unicredit e per Piazza Cordusio ha seguito con attenzione i mercati dell’Est europeo. E’ anche intervenuto in vicende chiave in Italia, come in quella del Banco di Sicilia di cui è consigliere, d’altra parte ha seguito prima di diventare deputy ceo il retail nel Bel Paese direttamente.
Ieri l’Ansa ha rivelato un incontro tra alcuni rappresentanti degli azionisti e Andrea Olcer, manager di Bank of America-Merrill Lynch che in passato ha seguito alcune delle più grandi fusioni bancarie italiane, come quella fra la stessa Unicredit e Capitalia. Sempre secondo indiscrezioni de Il Corriere della Sera il manager potrebbe anche sostituire il deputy-ceo Sergio Ermotti che sarebbe in uscita.
Si tratta solo di una delle ipotesi, secondo il Riformista per esempio, prenderebbe quota la candidatura a nuovo amministratore delegato di Unicredit di Giampiero Auletta Armenise che si è distinto in passato al vertice di Ubi Banca e che attualmente ha la carica di presidente non esecutivo di Rotschild in Italia.
Sarebbe invece tramontata l’ipotesi di Vittorio Grilli sostenuta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti che però potrebbe, anche per questo, apparire troppo in odor di politica in un momento in cui la banca ha bisogno di tranquillizzare il mercato proprio su questo versante.
Di certo al momento c’è solo dunque il ruolo delle fondazioni che, come confermato dall’incontro con Orcel dopo avere in qualche modo incoraggiato la fuoriuscita del manager, stanno cercando rapidamente un sostituto.
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Piccoli cambiamenti che attirano l’attenzione. La Libian Investment Authority ha incrementato secondo diverse indiscrezioni la propria partecipazione dal 2,075 al 2,59% circa del capitale di Unicredit destando molta preoccupazione in quanti temono una scalata della banca di Piazza Cordusio. Già, infatti, la Banca centrale libica controlla circa il 4,61% (da tabelle Consob) e dunque la quota libica complessiva in Piazza Cordusio sale al 7,2 per cento.
Contemporaneamente a questa salita, però, si apprende anche che la Fondazione Cariverona, che soprattutto tramite il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi ha criticato aspramente questa ascesa dei libici nel capitale di Unicredit, è scesa dal 4,98 al 4,63 per cento. Oggi pomeriggio la stessa Fondazione sarà chiamata a rinnovare 25 membri in scadenza dei 32 che compongono il consiglio generale in vista dell’incontro previsto per la fine di ottobre quando il nuovo consiglio sarà chiamato a eleggere anche il presidente. La carica di vertice della fondazione è attualmente ricoperta da Paolo Biasi che da anni guida la Fondazione e sembra aver trovato anche un’ottima intesa con il sindaco di Verona al quale spettano direttamente 4 dei consiglieri della Fondazione e che oggi presenterà pertanto quattro terne di possibili candidati al Consiglio generale. Da ricordare anche che, riguardo ad alcune iniziative giudiziarie attinenti ad operazioni del gruppo Biasi, il Consiglio della Fondazione Cariverona ha di recente confermato piena fiducia nel suo presidente “esprimendo l’auspicio che la Magistratura possa in tempi brevi accertare la realtà dei fatti”.
Tornando alla partecipazione in lieve calo di Cariverona nel capitale del gruppo, sembra inoltre confermato che si tratti di una variazione legata esclusivamente a operazioni di trading sui titoli. La questione della partecipazione dei libici nel capitale della banca guidata da Alessandro Profumo che durante le scorse settimane ha affermato di non aver chiamato questi azionisti nel capitale della banca e sottolineato di ritenere
che si sia trattato di un’iniziativa autonoma di questi soci del gruppo rimane invece in qualche maniera aperta.
Banca d’Italia ha chiesto dei chiarimenti nell’ambito delle sue normali operazioni di controllo e la Consob sta verificando se le operazioni sul capitale del gruppo abbiano rispettato l’articolo 120 del TUF che regolamente le comunicazioni in tema di partecipazioni rilevanti. Soprattutto il prossimo 30 settembre il presidente Dieter Rampl si esprimerà in una riunione del consiglio di amministrazione.
Come noto, lo statuto della banca vieta i diritti di voto che eccedano il 5% del capitale del gruppo e quindi secondo alcuni azionisti Lia e Banca centrale della Libia, se fossero considerati un soggetto unico, dovrebbero rinunciare ai diritti di voto oltre questa soglia. Al prossimo cda, però, secondo fonti vicine al dossier, Dieter Rampl potrebbe sostenere la tesi di una distinzione tra i due soggetti sia formale, che giuridica. Da questo deriverebbe implicitamente l’attivazione di tutti i diritti dei due soggetti.
Nel frattempo la questione del prossimo dividendo su cui ancora non è stata presa alcuna decisione definitiva rimane ancora molto seguita dagli azionisti e soprattutto proprio dalle fondazioni socie che hanno visto un calo egli introiti provenienti dal gruppo e registrato nell’ultima semestrale una flessione degli utili di Unicredit del 38,2% a 669 milioni di euro. Qualche spunto positivo viene invece dalla divisione Russa che di recente ha stimato per quest’anno un miglioramento degli utili e una crescita del portafoglio dei crediti a due cifre, nonostante la compressione dei margini.
Il titolo di Unicredit rimane incerto anche oggi a Milano, con performance lievemente sotto la parità e concreti pericoli di ritorni in zona 1,80-1,85 e di ulteriori affondi. D’altra parte agosto è un mese di volumi ridotti e i dossier che aspettano a Piazza Cordusio di essere chiusi sono numerosi. Il più discusso in questi giorni è probabilmente quello di Pioneer, l’ala risparmio del gruppo che gestisce oltre 185 miliardi di euro con un’offerta di 180 fondi e circa 2 mila persone al suo servizio. Si tratta di un asset che negli ultimi mesi il gruppo ha deciso di vendere o dare in gestione, possibilmente per intero, in maniera da rafforzarsi patrimonialmente.
Alessandro Profumo in merito è stato abbastanza chiaro: le dimensioni al momento non sono adeguate perché il futuro è di piccole boutique dell’eccellenza o di giganti globali e Pioneer si trova nel mezzo. Dare in gestione a qualcuno (a un leader del settore) quanto c’è in Pioneer è comunque un’opzione assai più industriale di una cessione tout court. Oltre e più che la valorizzazione degli asset (gli analisti calcolano in 3-4 miliardi di euro l’ammontare dell’operazione) quello che sembra interessare al manager è una prospettiva che renda il gruppo più competitivo grazie a un partner di rango. Questo consentirebbe in seconda battuta alla clientela globale di Unicredit di essere “ben servita” in un settore strategico come quello del risparmio gestito dove la competizione è ogni giorno più difficile.
Diversi fattori influenzeranno notevolmente ogni valutazione di prezzo. Intanto bisognerà capire cosa vuol cedere Unicredit: si parla di minorities, di quote anche di controllo o dell’intero pacchetto? Ci sarà uno spezzatino come ipotizzato da MF stamane? Una simile ipotesi sembra suggerire che alcuni investitori siano interessati ai soli asset americani (ma questo potrebbe non piacere a Piazza Cordusio).
Altro importante discorso riguarda la distribuzione: se Unicredit, come sembra, chiederà delle garanzie sulla distribuzione con dei vincoli pluriennali alla propria rete, allora il valore di Pioneer scenderà. Tutto rimane in forse e ieri il management ha precisato che nessuna decisione è ancora stata presa. Solo da settembre, come detto a maggio, si tornerà ad essere più operativi in merito a questa cessione o partnership che sia. Al momento comunque non c’è fretta, anche perché la congiuntura attuale non incoraggia particolarmente la cessione di questo genere di attività.
Natixis si è comunque detta interessata, altri concorrenti potrebbero essere Amundi e diverse sgr americane, le proposte sarebbero insomma numerose. Comunque sia, gli offerenti sono ancora ben lontani da offerte vincolanti o due diligence. Ma come sta Pioneer?
I dati ufficiali più aggiornati sono quelli della prima trimestrale di Unicredit che, però, si possono integrare con le rilevazioni mensili di Assogestioni che rivelano consistenti deflussi negli ultimi mesi, ma anche una crescita del patrimonio: si tratta di dati che misurano solo una parte limitata, anche se importante delle attività dell’asset manager: quella italiana che pesa per circa il 50% sul totale.
In effetti i dati complessivi di Pioneer del primo trimestre indicano, a perimetro completo, afflussi positivi per 2 miliardi di euro soltanto in Italia e una raccolta da 2,7 miliardi in totale. Il patrimonio da 185 miliardi a fine giugno risulta sostanzialmente invariato rispetto al dato di marzo consultabile sul sito della società. Nel primo trimestre il rapporto cost/income è in miglioramento e con esso la redditività. Di certo, visto il preponderante peso dell’Italia, l’allargamento della compagine sociale a un gruppo straniero potrebbe portare benefici anche alla clientela di Unicredit che è di fatto internazionale.
Fondata nel 1928 da Philip Carret Pioneer è stata la prima società di gestione a proporre fondi comuni di investimento in Italia, entrata nel perimetro di Unicredit nel 2000, adesso si trova davanti nuove sfide. Comunque vada è probabile che passino ancora per Piazza Cordusio per qualche anno almeno.

Pressioni politiche sulla Bpm. Umberto Bossi, leader della Lega, ha infatti ribadito nel fine settimana il legame del suo partito con la banca milanese. “Massimo Ponzellini lo abbiamo nominato noi”, ha affermato il politico di Cassano Magnago facendo riferimento alla recente nomina del numero uno di Impregilo anche al vertice della Bpm. Come noto il crescente successo elettorale della Lega Nord ha spinto questo movimento a esercitare una certa pressione sulle fondazioni bancarie con cui si è trovato a diretto contatto.
Quasi quotidiane le preoccupazioni del sindaco leghista di Verona Flavio Tosi (a cui spetta la nomina diretta di 4 dei 22 consiglieri della Fondazione Cariverona che controlla il 4,98% di Unicredit) sull’ascesa libica nel capitale dell’istituto di credito. “Questa mi pare una scalata”, aveva detto Tosi dopo che i due azionisti libici principali erano saliti al 7% circa del capitale di Piazza Cordusio. Contare quanto Gheddafi nella banca guidata da Profumo (lo statuto limita comunque i diritti di voto al 5%) non era insomma cosa gradita, anche se l’ingresso di Unicredit a Tripoli come prima banca straniera della nuova fase di apertura del Paese prometteva prospettive di business interessanti.
A Ponte di Legno, però, Bossi ha gettato acqua sul fuoco, affermando che la presenza libica in Unicredit non preoccupa: un’inversione di marcia bilanciata da una presa di posizione forte su un’altra banca del Ftse Mib la Bpm.
Che Ponzellini godesse dell’appoggio della Lega era cosa nota, ma che addirittura questa se ne arrogasse la nomina è sembrato eccessivo alla Uilca: il segretario del potente sindacato bancario Massimo Masi ha infatti risposto che “il presidente di una banca cooperativa come la Popolare di Milano, viene eletto dagli azionisti e non dal potere politico”. “Pur condividendo alcune posizioni della Lega sulla vicinanza delle banche ai Territori – ha aggiunto Masi - è evidente che il Presidente della BPM dovrà rapportarsi con gli azionisti di riferimento (che altro non sono che i dipendenti e le organizzazioni sindacali interne) e tutelare i loro interessi”.
In questo contesto non pare peregrino nemmeno quell’“E’ partito bene” del governatore leghista del Piemonte Roberto Cota in riferimento al nuovo presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo Andrea Beltratti. Alla Regione Piemonte, infatti, tocca uno dei diciassette membri del Consiglio generale della Compagnia di San Paolo che a sua volta è il maggiore azionista singolo di Intesa con il 9,88% del capitale. Nel bel mezzo della crisi politica in corso la Lega dunque non rinuncia a far sentire il suo peso nel mondo finanziario, anche se, come ha sottolineato lo stesso Bossi a Ponte di Legno: “Le banche, sembrerà strano, ma funzionano a soldi: ha ragione chi ci mette i soldi”. Insomma i voti per il momento potrebbero non bastare.
Più degli stress test poterono le trimestrali. Parafrasando il sommo poeta è così che può essere descritto il motivo alla base del recente rialzo del comparto bancario. La pubblicazione dei risultati sugli stress test elaborati per le banche europee (tutte promosse con onore le 5 italiane sottoposte all’esame) non ha sortito infatti effetti dirompenti sul comparto, in negativo e in positivo, come invece temuto nelle sedute precedenti la pubblicazione stessa, mentre sono state le trimestrali di alcune grandi banche europee a convincere gli investitori, anche quelli nostrani, a comprare con decisione. In particolare al mercato sono piaciuti i risultati di Deutsche Bank, che ha chiuso il secondo trimestre dell’anno con un utile pari a 1,2 miliardi di euro, in crescita del 6,4% sullo stesso periodo dell’anno precedente e leggermente migliore delle attese, quelli della svizzera Ubs, che ha archiviato il secondo trimestre dell’anno con un utile pari a 2,01 miliardi di franchi svizzeri, a fronte di attese in media di un utile di 1,12 miliardi, e quelli di Bnp Paribas. La seconda banca di Francia, ha archiviato il secondo trimestre dell’anno con un utile netto in crescita a 2,11 miliardi di euro (+31%). Le sofferenze sono scese sui minimi degli ultimi due anni. Le attese medie erano di 1,6 miliardi di euro di utile.
Continua a leggere: Banche, c' e' voglia di rialzo. Bene Intesa ed Unicredit, ma anche BP Milano
Per la Borsa Italiana il comparto bancario pesa per un terzo circa del totale, anticiparne i movimenti equivale dunque ad approssimare con un buon grado di precisione l’andamento degli stessi listini. Guardiamo allora nello specifico quali siano le prospettive grafiche dei big del settore, ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Banca Mps, ovvero le banche italiane sottoposte agli stress test.
Continua a leggere: Banche, il quadro grafico dei principali titoli
Mancano ormai pochi giorni al 23 luglio, data in cui verranno pubblicati i risultati degli stress test sugli istituti bancari europei. Si tratta di un esercizio condotto dal CEBS (Committee of European Banking Supervisors, il comitato delle autorità di vigilanza europee sul settore bancario) al fine di verificare la solidità del sistema bancario nel suo complesso e la capacità delle banche di assorbire gli effetti di possibili nuove crisi del credito e di eventuali incrementi del rischio di mercato, compreso quello connesso ai titoli di debito di stati sovrani.
Continua a leggere: Banche: aumenta l'attesa per i risultati degli stress test

Cerca di riguadagnare terreno Unicredit. Il titolo che già ieri, in controtendenza a un mercato in ribasso, ha registrato un rialzo dell’1,79 per cento. In tarda mattinata l’azione incassa un altro punto percentuale di rialzo dopo aver testato un top a quota 1,64 euro. Il titolo insomma mostra qualche recupero dopo i recenti ribassi e potrebbe puntare nei prossimi giorni alle resistenze in zona 1,70 e 1,77 euro. L’estrema volatilità dei mercati azionari e in particolare del settore finanziario suggeriscono tuttavia prudenza, anche perché le previsioni per i prossimi mesi vedono grigio per gli istituti di credito e il quadro tecnico del titolo mostra ancora diverse criticità.
La profittabilità delle banche, con questi bassi tassi d’interesse, è destinata a rimanere per un po’ compressa. Lo ha ammesso lo stesso amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo qualche tempo fa. Il gruppo di Piazza Cordusio ha comunque una situazione tutta particolare per diversi motivi tutti riconducibili alle sue enormi dimensioni che la coinvolgono in numerosi e importanti dossier in tutta Italia e Oltreconfine.
Per quanto riguarda le debolezze ungheresi conviene subito sgomberare il campo a dubbi. L’Ungheria ospita 135 sportelli della divisione dell’Europa centro-orientale del gruppo e nel primo trimestre ha una raccolta di 4,12 miliardi e prestiti alla clientela per 3,9 miliardi di euro: si tratta dunque di attività interessanti, ma trascurabili a fronte di attivi complessivi del gruppo sono di quasi 950 miliardi di euro e la raccolta da clienti e titoli di circa 590 miliardi. Non è un caso che il titolo abbia risentito poco dell’allarme di Budapest. Nel resto dell’Europa dell’Est la presenza del gruppo è solida e pervasiva, ma va evidenziato che solo l’Ungheria ha un debito superiore al 60% del Pil nell’area.
Più preoccupante il calo generale non solo del margine di interesse di oltre 700 milioni (1Q 2010/1Q 2009) di euro al di sotto dei quattro miliardi a fronte della flessione più ridotta di Intesa Sanpaolo. Nello stesso periodo le commissioni nette sono cresciute a 2,1 miliardi di euro (quasi 300 milioni in più del dato del 31 marzo 2009). Dal trading la società ha realizzato 560 milioni di euro fra gennaio e marzo, tuttavia le incertezze dei mercati mettono a rischio un settore nel quale oltretutto il gruppo registra continui deflussi dalla controllata Pioneer. Nel primo trimestre la banca di Piazza Cordusio ha registrato anche una crescita delle rettifiche sui crediti e degli accantonamenti per garanzie e altri impegni a 1,79 miliardi di euro rispetto agli 1,65 miliardi della prima parte del 2009 (ma in calo sul dato dell’ultimo trimestre 2009).

Stamattina la trimestrale di Unicredit passa l’esame del mercato e il titolo registra un rialzo del 2,3% a 1,98 euro. L’utile netto da 520 milioni di euro in crescita del 16,5% su base annua ha battuto le attese del mercato e premia dunque il titolo in Borsa. Il margine d’interesse della banca di Piazza Cordusio si è dimostrato ancora debole, come per tutto il settore bancario, ed è sceso del 16,4% (a cambi e perimetri costanti) a quota 3,97 miliardi di euro. Gli utili della banca si sono invece avvantaggiati della forte crescita delle commissioni nette (a 2,16 miliardi con un incremento del 16,5%) e di un risultato della negoziazione, di coperture e fair value che torna a un saldo positivo di 560 milioni contro il rosso da 94 milioni di euro del primo trimestre del 2009.
L’attenzione degli analisti si è però concentrata anche su diversi altri dossier “contingenti”. Fra i primi dati illustrati al mercato c’è quello delle esposizioni nei confronti dei paesi dell’Europa periferica. Nel complesso Unicredit è esposta per 993 milioni di euro in titoli di Stato della Grecia e per 550 milioni di euro in titoli del debito sovrano spagnolo: aggiungendo Irlanda e Portogallo le esposizione ai titoli di stato a rischio arrivano a 1,5 miliardi di euro e si dimostrano dunque trascurabili rispetto alle esposizioni complessive in bond sovrani. Al riguardo basta evidenziare che i titoli di Stato italiani controllati dal gruppo ammontano a ben 41,5 miliardi di euro.
Un altro dossier “caldo” su cui si è soffermato il mercato è quello dei fondi di Pioneer che ad aprile hanno registrato un deflusso netto di 312,7 milioni di euro. In merito Alessandro Profumo ha specificato di avere già dato mandato per una valorizzazione di questi asset a BoA-Merrill Lynch: non si tratterà però di una vendita tout court, ma di un’operazione industriale che sembra essere diretta verso un’aggregazione di rango con un altro professionista del settore. D’altra parte il momento non sembrava dei più adatti per una cessione nell’asset management.

Le accuse mosse dalla Consob alle maggiori banche italiane sono molto gravi, è inutile girarci attorno. Si immagini un cliente qualunque che vada in banca dal proprio consulente finanziario e gli chieda dove investire quei 5.000-10.000 euro che ha risparmiato e che non vuole lasciare immobili sul conto. A quel punto il promoter comincerà a parlare, a studiare il profilo del cliente che conosce già da tempo e gli suggerirà magari una gamma di investimenti. Il cliente penserà a dei suggerimenti fatti nel suo interesse e si alzerà contento, stringerà la mano al suo consulente e se ne andrà convinto di essere stato ascoltato e consigliato. Probabilmente non saprà mai che il consulente sapeva già cosa vendergli, che i prodotti che doveva rigirare ai mercati erano già stati studiati dalla sua banca che stila dei budget precisi e promuove campagne pubblicitarie in base ai propri obiettivi. L’interesse del cliente rischia così di sparire o di annacquarsi negli interessi miliardari di colossi come Unicredit o Intesa Sanpaolo, come Mps o Bnl. Senza considerare i casi più gravi di vendita di prodotti come i titoli di Parmalat o Cirio in cui spesso le banche hanno deliberatamente venduto roba di cui si volevano liberare.
Questo è l’argomento in cui entra la Consob con le sue ultime richieste che impongono alle prime cinque banche d’Italia un ordine del giorno che potrebbe cambiare radicalmente le loro politiche commerciali. Questa volta, ha già specificato l’Autorità di controllo guidata da Lamberto Cardia (in foto), la Consob non si accontenterà di un report o un dossier, ma andrà nelle banche per verificare l’applicazione della Mifid e delle procedure che le banche dovranno attuare. Sicuramente l’intervento viene al termine di quasi tre anni di ispezioni e controlli, di “educazione finanziaria” degli operatori al nuovo panorama che la Mifid impone, tuttavia la coincidenza con il nuovo clima internazionale di questi giorni non può apparire casuale. Proprio in questi giorni Lloyd Blankfein, numero uno di Goldman Sachs ammette di avere contribuito alla crisi dei mutui subprime e subisce con il suo gruppo accuse di frode ai danni dei propri clienti. Pochi giorni fa la stessa Sec ha accusato Goldman Sachs di avere scommesso contro i prodotti che vendeva ai suoi clienti: un doppio gioco che potrebbe essersi verificato in molti casi anche in Italia.
L’approccio amichevole dell’Autorità è tipico del suo ruolo e caratterizza anche i commissari antitrust o per l’energia: adesso la palla passa alle banche. La norma del Tuf (l’articolo 7 in merito agli interventi della Banca d’Italia e della Consob sui soggetti abilitati) che permette a Cardia di imporre un ordine del giorno a Profumo e a Passera è applicata per la seconda volta (si era già presentato il caso di Banca Network e Banca Generali) a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Si inserisce probabilmente in un nuovo corso della finanza nostrana che si sta ridisegnando in base alle norme europee che raccomandano la tutela dei risparmiatori e la trasparenza del ruolo degli intermediatori.
In Italia il patrimonio gestito complessivo ammontava a poco meno di 950 miliardi di euro a fine 2009, tuttavia il dibattito sulla professionalità dei gestori, sulla competitività delle regole del mercato nazionale e sulle performance dei prodotti venduti allo sportello sta vivendo solo con la Mifid una nuova stagione. Casi come quello dei bond argentini o quello dei vari crack Parmalat e Cirio hanno dimostrato che la posizione del risparmiatore rimane molto svantaggiata. La separazione tra banche e gestori che dovrebbe andare nella direzione di una riduzione del potenziale (e spesso concreto) conflitto di interessi fra la banca e il cliente fa un passo avanti anche con il progetto di quotazione di Fideuram che avvia la separazione (si spera) della rete dalla banca e quindi potenzialmente riduce quei conflitti che la stessa Consob ha appena messo in luce. Forse è meglio chiedersi ancora perché il gestore ci dà un consiglio o un altro, ma senz’altro l’intervento della Consob in questo senso è una bella notizia.