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S&P’s: le banche italiane rischiano una crescita al rallentatore

pubblicato da Ferry Boat in: Banche Azioni Italia Unicredito

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Gioie e dolori dell’essere italiane. Le banche del Bel Paese si sono mantenute ben capitalizzate nel mezzo della crisi grazie alla scarsa esposizione agli strumenti finanziari globali più sofisticati, ma ora potrebbero pagare il proprio radicamento sul territorio. Nessuna novità, invero, ma gli ultimi report di Standard & Poor’s che valutano le prospettive del credito nazionale in questa seconda parte della crisi rivelano che la crescita del rischio potrebbe colpire come un boomerang in nostri istituti.

Secondo gli analisti guidati da Renato Panichi la nostra economia rimarrà “frenata” nei prossimi anni e questo inevitabilmente si rifletterà sui bilanci delle nostre banche che sono estremamente connesse al nostro sistema di piccole e medie imprese tramite le proprie esposizioni.

In base a quanto calcolato da Standard&Poor’s la qualità degli asset gestiti dalle banche italiane potrebbe tornare sui livelli dei primi anni ’90 e le perdite sui crediti nel comparto bancario potrebbero anche raggiungere il 3,8% dei prestiti alla clientela entro il 2011. In soldoni significherebbe perdite da 59 miliardi di euro sui crediti nel periodo 2009-2011 e quindi una ripresa alla moviola per tutto il comparto.

Sicuramente le situazioni sono diverse da banca a banca e non mancano elementi positivi nel contesto italiano, tanto che in generale il settore bancario dovrebbe rimanere in utile sia nel 2010 che nel 2011: il quadro generale non è, però, brillante.

Il rating complessivo del comparto bancario italiano passa da AA- ad A+ e diversi istituti potrebbero finire in passivo temporaneamente per coprire le perdite sui crediti che potranno emergere.

Fra i grandi gruppi bancari, solo Unicredit e Monte dei Paschi mantengono il proprio rating di lungo periodo (A e A- rispettivamente), però si pongono al di sotto della media del settore. Il downgrade di Intesa Sanpaolo da AA- ad A+ è esemplare sotto questo punto di vista. S&P’s lo giustifica con la forte esposizione di questa “banca di sistema” alla debolezza della ripresa italiana: “il 66% dei debitori di Intesa sono italiani”, evidenzia il report di Renato Panichi. Il Pil italiano, secondo l’agenzia di rating, crescerà dello 0,5% quest’anno e dell’1% l’anno prossimo: in queste condizioni le performance di Intesa e delle sue colleghe non potranno essere brillanti. Una patrimonializzazione adeguata e una liquidità che dimostratasi resistente agli attacchi della crisi potranno forse aiutare la banca guidata da Corrado Passera a mantenersi profittevole, ma non potranno fare molto di più.

Interessanti anche le considerazioni svolte da Standard & Poor’s su Ubi Banca che, pur passando in outlook negativo, ha registrato un deterioramento dei propri asset inferiore alla media delle altre banche italiane. L’Unione delle banche italiane si è mostrata più resistente di altre anche grazie alle sue minori esposizioni al settore del real estate.

Il sistema creditizio dello Stivale si mostra dunque ancora robusto, ma i contraccolpi della crisi sulle aziende esposte con le nostre banche sembrano destinati a farsi sentire ancora per un paio d’anni. Così si moltiplica il rischio di una ripresina che potrebbe lasciare al palo anche le nostre banche.

Unicredit: manovre su Seb, nonostante le pressioni della Lega sulla territorialità

pubblicato da Ferry Boat in: Banche Azioni Italia Unicredito

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Chissà se a Roma si stanno già organizzando, sicuramente a Piazza Cordusio ci pensano. In questi mesi la discussione sulle regole ha messo a rischio non poco le banche italiane. Mario Draghi, in occasione del recente incontro dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di Madrid, ha sottolineato che i pericoli delle nuove regole bancarie per il sistema creditizio italiano sono notevoli e bisogna conciliarle con l’esigenza della ripresa. Il timore in Italia è, infatti, vivo perché il Fondo Monetario Internazionale sembra ora orientato a una tassa che vada a una sorta di fondo anticrisi per le banche e a un’altra imposta che invece sia di matrice reddituale e penalizzi profitti, dividendi e bonus anche suggerendo un ritorno delle banche a una corretta patrimonializzazione.

Le banche italiane, che si sono dimostrate tra le più virtuose del mondo e hanno fatto appena marginalmente ricorso ad aiuti pubblici, corrono quindi il rischio di pagare una sorta di “multa immeritata”: colossi come Unicredit e Intesa Sanpaolo potrebbero risentirne notevolmente. A questo andrebbe aggiunto che il nostro sistema fiscale impone che gli accantonamenti sulle svalutazioni sui crediti siano esentasse per gli istituti di credito fino a una certa soglia. In parole povere, oltre un certo livello di svalutazioni correlate ai fallimenti delle imprese, le nostre banche rischiano di pagare tasse salate a Roma che le colleghe europee non hanno e questo proprio a causa dei prestiti che hanno concesso alle imprese. Bisogna stare attenti insomma.

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Banche, buone le prospettive per il settore

pubblicato da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Educational Unicredito Intesa Sanpaolo

Parlando a un’audizione della commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha dichiarato che “quasi tutte le banche sono sulla strada della risoluzione dei loro problemi di finanziamento” avvertendo tuttavia anche che “i loro bilanci restano ancora esposti a elementi di fragilità, legati soprattutto allo stato della ripresa economica”. I rischi per gli istituti bancari sono legati al deterioramento della qualità del credito dovuto alla crisi. La via del risanamento non è quindi ancora percorsa per intero, c’è infatti per Draghi ancora “un duro lavoro da completare davanti a noi”, tuttavia le condizioni sui mercati finanziari internazionali sono notevolmente migliorate nel corso dell’ultimo anno.

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Il comparto della banche Usa tenta l'inversione al rialzo, più incerte invece quelle europee

pubblicato da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Educational Unicredito Intesa Sanpaolo

La crisi dei mercati finanziari avviatasi con i massimi di borsa dell’ottobre 2007 era legata, come la maggior parte degli investitori ricorderà, alle difficoltà del settore finanziario e di quello immobiliare. La discesa dei prezzi delle case ha infatti iniziato un effetto domino anche sul valore di prodotti finanziari contenenti i mutui utilizzati per comprarle con il risultato che i bilanci di banche ed assicurazioni di importanza primaria si sono trovati appesantiti da perdite gigantesche. Nel tentativo di uscire da questa situazione gli istituti di credito hanno avviato una stretta creditizia che ha a sua volta strangolato l’economia reale facendola cadere in recessione. Questa a grandi linee la storia di quella che è risultata essere per alcuni dei paesi maggiormente industrializzati la crisi peggiore dalla seconda guerra mondiale. Gli sforzi immensi fatti dai governi di tutto il mondo per interrompere la spirale negativa della recessione sembra aver ottenuto dei risultati tangibili. I due grandi malati, il comparto finanziario e quello immobiliare sembrano infatti in via di guarigione. Prova ne è l’andamento degli indici di borsa relativi a questi settori.

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Prove di rimbalzo per le banche, quali prospettive per Intesa Sanpaolo ed Unicredit?

pubblicato da AleOne in: Compratienivendi Fatti del giorno Educational Unicredito

Il comparto bancario è quello che ha sofferto più di altri nel corso della fase ribassista iniziata dal top dello scorso ottobre. Il settoriale domestico ha lasciato sul terreno dal massimo del 15 ottobre fino ai recenti minimi di febbraio il 25% circa, molto di più del 16% circa perso dal mercato nel suo complesso. Nel corso delle ultime due settimane si è modificata tuttavia la situazione della forza relativa che vede messe in rapporto le serie storiche dei principali rappresentanti del settore bancario, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, e il Ftse All Share.

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Caso Delta in via Nazionale: debiti per oltre 3 miliardi pesano sulle grandi banche

pubblicato da Ferry Boat in: Azioni Italia Unicredito Intesa Sanpaolo

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Tutti insieme in Banca d’Italia per trovare una soluzione al difficile caso di Delta, società del credito al consumo collegata a esponenti di spicco della finanza di San Marino e un certo numero di creditori intenzionati a chiudere il dossier. Oggi la quotata Sopaf ha annunciato l’incasso di una prima tranche di 10 milioni di euro sul caso per la cessione delle proprie quote del 15,95% di Delta che passerà alla Cassa di Risparmio di San Marino. La finanziaria dei Magnoni che credeva una volta nella formazione di un grande polo del credito al consumo che inglobasse anche Delta incasserà per questa operazione altri 25 milioni di euro, quindi si potrebbe immaginare un valore complessivo di Delta sui 220 milioni di euro. In realtà, però, il calcolo del valore di Delta risulta assai più complesso in quanto i debiti per circa 3,3 miliardi di euro sono assai superiori al capitale proprio della società e rappresentano la vera leva delle manovre delle banche sul gruppo.

Intesa Sanpaolo ha già sottolineato un interesse per Bentos, Sedicibanca, Plusvalore e Carifin Italia e sarebbe spinta proprio dalle complessa natura dei propri rapporti con il gruppo, dalle esposizioni e dalle garanzie che la coinvolgono più che da manovre di crescita nel mercato del credito al consumo. Il caso è però complicato anche dalle posizioni di molti altri creditori (da Unicredit a Barclays) che vorranno tutelare i propri interessi e ottenere delle quote eque in caso di spartizione dei titoli.

In seguito ad accertamenti della Banca d’Italia risalenti allo scorso febbraio (e di successivi provvedimenti del Tribunale di Forlì) si è scoperto che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illegalmente (e indirettamente) il gruppo. La Cassa non poteva infatti essere autorizzata al controllo “in relazione sia alle carenze del sistema antiriciclaggio sammarinese rilevate in sede internazionale, sia all’assenza di un accordo di collaborazione tra le Autorità di vigilanza dei due Stati” (così Banca d’Italia Ndr).

Di recente Mario Fantini si è visto bocciare dal Tar del Lazio proprio il ricorso contro i provvedimenti di via Nazionale che il 23 aprile scorso aveva revocato alla stessa Cassa di Risparmio di San Marino l’autorizzazione alle partecipazioni nel capitale di Delta. Gli intrecci tra le due sono ben rappresentati dal fatto che Mario Fantini è il fondatore di entrambe le società. Così si giunge agli incontri settimanali tra le parti presso Banca d’Italia e alle manovre di ricapitalizzazione per 150 milioni di euro della Cassa di San Marino a cui, rivela Il Sole 24 Ore, potrebbero aggiungersi altri 200 milioni di bond subordinati. L’obiettivo generale sembra quello di salvare il salvabile di Delta: come ne uscirà fuori quella che era la tredicesima società italiana di credito al consumo solo tre anni fa è però ancora impossibile da dire. Di certo debiti per 3,3 miliardi di euro pesano anche sulle spalle larghe di gruppi come Intesa o Unicredit.

Intesa Sanpaolo: si complica il problema Agricole

pubblicato da AleOne in: Fatti del giorno Banche Unicredito Intesa Sanpaolo

Mentre la rivale Unicredit festeggia l’annuncio del prezzo cui verranno emesse le nuove azioni nell’ambito dell’aumento di capitale da 4 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo perde terreno, andando ad occupare una delle ultime posizioni nella classifica delle performance giornaliere tra le blue chip.

Il titolo della banca guidata da Corrado Passera viene penalizzato dalle indiscrezioni di stampa relative al procedimento avviato dall’Antitrust nei confronti di Intesa a causa del patto di consultazione siglato tra gli azionisti Credit Agricole e Generali.

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Impregilo-Fonsai: voci di cambiamento in Citylife

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Niente di ufficiale, ma di certo le nuove ipotesi sul futuro di Citylife in Borsa si sentono. Stamane il quotidiano MF ha infatti tirato fuori un’ipotesi molto verosimile che sui corsi di Fondiaria Sai e Impregilo già si sente con ribassi dell’1,21% e dello 0,43% rispettivamente.

Il teorema sarebbe questo: Impregilo compra il 25% di Citylife da Ligresti (Fondiaria Sai-Milano Assicurazioni) e rilancia il progetto alleggerendo anche un po’ del debito del costruttore. Attualmente Ligresti avrebbe spalmato tra i suoi vari gruppi debiti per circa 900 milioni di cui quasi la metà alle stesse banche che hanno in pegno le azioni di Citylife. Si tratta dei soliti grandi: Unicredit, Intesa e Popolare di Milano che ora potrebbero chiudere il cerchio e rilanciare il progetto che vuole costruire tre grandi grattacieli al posto della vecchia Fiera di Milano.

Citylife avrebbe attualmente un debito di circa 500 milioni di euro, ma sembra che i costi del progetto possano lievitare fino a 1,5 miliardi di euro. La gara indetta dalla quotata Fiera Milano fu aggiudicata nel 2004 dalla cordata Citilife per 523 milioni di euro e sembra che la valutazione degli immobili oggi si aggiri su una media 8 mila euro al metro quadro. Così almeno ha detto Antonio Talarico, numero uno di Immobiliare Lombarda lo scorso aprile, difendendo dei prezzi che le prenotazioni confermerebbero come sostenibili. Poco dopo, a maggio, Claudio Artusi è diventato il nuovo amministratore delegato di Citylife lasciando la stessa carica ricoperta prima in Fiera Milano. Ma oggi City Life di chi è?

I soci, oltre ai Ligresti, sono Generali, Allianz e Lamaro Appalti, la società della famiglia Toti. Sicuramente l’operazione è complessa e

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Banche italiane a sconto, ma pesa la crisi dell'economia

pubblicato da Ferry Boat in: Banche Azioni Italia Unicredito Intesa Sanpaolo

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Un pericoloso recupero quello che le banche hanno avviato. Gli istituti di credito italiani rimangono comunque una storia a parte nel contesto europeo per via delle peculiarità della nostra economia, della struttura del nostro risparmio e per altri fattori ancora. L’internazionalizzazione dei nostri gruppi maggiori non ha niente da invidiare al resto d’Europa, anzi, ma diverse cose ci caratterizzano. Alcune positive e alcune negative.

Ieri il presidente dell’Associazione banche italiane Corrado Faissola ha fatto un intervento importante alle commissioni riunite di Camera e Senato. Segnali di allarme molto forti provengono dall’economia reale. Ad agosto le sofferenze lorde sono cresciute del 20% sul dato del 2008 portandosi a 51,8 miliardi di euro (+8,6 miliardi di euro, 2,94% degli impieghi). Le sofferenze al netto delle svalutazioni sono cresciute di un miliardo fra luglio e agosto e di 7,3 miliardi di euro su base annua (dall’1,24 all’1,67% degli impieghi e al 9,97% del patrimonio di vigilanza).

Le rettifiche di valore netto per deterioramento, ha evidenziato ancora Faissola, nel primo semestre si son portate a 8,5 miliardi di euro e potrebbero raddoppiare per la fine dell’anno. Le perdite sui crediti sono schizzate dai 5,5 miliardi del 2007 ai 9,9 del 2008 e potrebbero raggiungere i 18 miliardi di euro nel medio periodo.

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Unicredit al bivio tra Tremonti Bond e aumento di capitale

pubblicato da Ferry Boat in: Banche Azioni Italia Unicredito

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Oggi il comitato strategico permanente di Unicredit si riunisce in vista della prossima riunione del consiglio di amministrazione della banca fra una settimana. Al centro del dibattito sulle prossime azioni da intraprendere per rafforzare il patrimonio della banca di Piazza Cordusio il dilemma tra un aumento di capitale e un ricorso ai Tremonti Bond. Un dilemma di difficile soluzione.

L’aumento di capitale (indiscrezioni di stampa ipotizzano una cifra di 4 miliardi di euro) comporterebbe un nuovo investimento dei grandi azionisti, fondazioni come quella di Torino o quella di Verona che non sembrano intenzionate ad appoggiare nuove ricapitalizzazioni. Lo strumento dell’aumento di capitale, però, sarebbe forse più economico dei Tremonti Bond per la banca. Il prestito pubblico richiede, infatti, un tasso dell’8,5% dal primo anno e un tasso crescente negli anni successivi.

Soprattutto l’intervento dello stato nel capitale dei grandi gruppi bancari implicherebbe un peso politico nuovo nell’amministrazione delle banche e molte di queste chiedono invece le mani libere. La necessità di rimpinguare i patrimoni bancari non nasce, però, soltanto dalla crisi e dal deterioramento dei crediti forniti ad aziende e clienti retail, ma anche dalla facile previsione di un giro di vite nelle norme internazionali sui requisiti patrimoniali delle banche.

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