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Up & Down

Kodak: una bancarotta probabile o un affare a prezzi di saldo?

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Tecnologia Titoli esteri


Qualcuno voleva una prova ulteriore dell’isteria che sta attanagliando i mercati finanziari? La vicenda di Kodak è esemplare in questo senso: venerdì il titolo ha perso più di metà del proprio valore in una sola seduta a Wall Street. Che cos’era successo? Semplicemente si inseguivano le voci su una possibile bancarotta della società, che a quanto pare aveva nominato un consulente dello studio legale Jones Day per un’eventuale richiesta di protezione sotto il Chapter 11, la procedura di fallimento concordato in vigore negli Stati Uniti.

La società - che pure sta attraversando un momento molto difficile anche a causa del ciclone digitale che ha spazzato via le vecchie pellicole fotografiche - ha smentito recisamente ogni ipotesi di bancarotta controllata e ribadisce l’intenzione di valorizzare il proprio patrimonio di brevetti con l’obiettivo di diventare definitivamente una “digital company”.

Dopo questa comunicazione il panic selling si è placato, ma il titolo venerdì aveva chiuso sotto gli 80 centesimi - dopo essere crollato a 54 - e ieri ha recuperato solo in piccola parte il terreno perduto ed è tornato a 1 dollaro e 34 per azione. Una quotazione che implica una capitalizzazione della società di soli 360 milioni di dollari, un livello incredibilmente basso sia in relazione ai flussi di cassa generati sia, ancor di più, a fronte del patrimonio d’impresa.

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Il manager di un hedge fund accusato di frode dalla Sec

pubblicato da alessandro condina in: Risparmio tradito Up & Down

Un faccione che ispira fiducia e sembra non poter nascondere insidie. Eppure affidandosi a questa faccia - quella di Corey Ribotsky - parecchi investitori americani hanno perso il loro denaro, nonostante avessero avuto rassicurazioni sulla completa restituzione delle somme investite oltre a un significativo guadagno.

Secondo le conclusioni di un’indagine condotta negli ultimi due anni dalla Sec - la Consob americana - Ribotsky non solo mentì ai suoi clienti, ma si appropriò di almeno un milione di dollari, spesi in Rolex, berline e altri beni di lusso. L’accusa per lui è di frode e appropriazione indebita e la Sec ha appena presentato una causa civile alla corte federale di Brooklyn, a New York.

Ribotsky gestiva il fondo NIR Group LLC, che è coinvolto nella causa insieme all’analista Daryl Dworkin, ma almeno a partire dal 2008 nascose ai suoi clienti che la crisi di Borsa stava danneggiando seriamente gli investimenti e presentò documenti falsi per continuare il suo lavoro, nella speranza di recuperare i capitali che aveva perso.

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Investire nell'oro? Meglio investire nelle miniere

pubblicato da alessandro condina in: Commodities Up & Down


Quale potrebbe essere la prossima miniera d’oro per gli investitori? Forse proprio mettere i propri soldi in azioni di miniere d’oro. Dopo la corsa all’oro degli ultimi mesi forse i prezzi del metallo giallo sono troppo alti, ma c’è un’alternativa che potrebbe dare anche maggiori soddisfazioni: investire direttamente nelle miniere d’oro.

Non è un caso che le miniere storiche della California, quelle della famosa corsa all’oro dei tempi eroici del Klondike, vengano riaperte sull’onda degli ultimi aumenti: se negli ultimi decenni cercare nuovi filoni auriferi era diventato anti-economico, viste le valutazioni del metallo giallo, adesso con un’oncia che si avvicina ai duemila dollari rimettersi a scavare può diventare un buon affare.

Dal punto di vista finanziario tutti questi cambiamenti - che ci riportano alla mente le immagini dei cercatori d’oro e dello zio Paperone - si traducono in un suggerimento molto chiaro: investire in azioni di miniere d’oro. Come consiglia MoneyMorning, è possibile scegliere un Etf che riproduce un paniere di azione, come il Market Vectors ETF Trust, con le grandi compagnie estrattive, e il Market Vectors Junior Gold Miners, che raggruppa i piccoli produttori: nelle ultime 14 settimane il primo indice è cresciuto del 28%, il secondo del 48%.

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Dopo un mese senza Jobs, Apple ai massimi in Borsa

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Assicurazioni Titoli esteri


Sono passati meno di trenta giorni dall’addio di Steve Jobs alla compagnia che ha fondato e poi riportato ai fasti delle origini, ma Apple sembra riuscire a camminare con le proprie gambe, almeno in Borsa. Come riportano i nostri “cugini” di Melablog, Apple ha toccato un nuovo massimo storico, con le azioni che hanno raggiunto i 412 dollari.

La società di Cupertino non aveva mai raggiunto un valore così alto in Borsa e per adesso sembra poter esorcizzare gli annunci dei profeti di sventura che al momento del passo indietro di Jobs preconizzavano grosse difficoltà e problemi crescenti: negli anni infatti la società della Mela si era sempre identificata con il suo fondatore e guru; non era strano quindi immaginare una certa esitazione nel passaggio di timone che è finito nelle mani di Tim Cook.

In realtà è passato troppo poco tempo dall’annuncio ufficiale per poter dire che non ci saranno problemi e l’addio di Jobs sarà indolore. Molti progetti e molti nuovi prodotti e le strategie di fondo che vengono attuate adesso erano stati adottati e avviati sotto la guida di Jobs, quindi bisognerà aspettare ancora per vedere se la società si manterrà sempre innovativa e creativa anche nel medio periodo.

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Altro che recessione, forse siamo già in depressione. E fingiamo di no

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Assicurazioni


Il 2011 sarà ricordato “solo” come l’anno della recessione oppure passerà alla storia per aver aperto una nuova “depressione”? Anche fra gli economisti - che pure in teoria definiscono recessione un periodo di due trimestri consecutivi in cui si registra un calo della ricchezza nazionale - non hanno mai trovato una definizione e una distinzione universalmente accettate.

La battuta più frequente è che si parla di recessione quando il tuo vicino perde il lavoro; e di depressione quando lo perdi tu! In ogni caso sull’Huffington Post Peter G. Miller si domanda se in effetti gli Stati Uniti non sia trovino in una vera e propria depressione, anche se costa fatica ammetterlo.

In effetti la recessione è ormai un dato acquisito, ma parecchi segnali sembrano indicare un quadro ancora più negativo, aggravato dalla volatilità dei mercati e dalla crisi del debito sovrano per diversi paesi dell’Eurozona. La teoria della depressione senza mezzi termini è abbracciata da Richard A. Posner, un giudice federale e cultore della materia di diritto a Chicago. Per lui sarebbe meglio ammettere la depressione e impegnarsi seriamente per superarla.

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Puntare sul calo delle Borse? Ubs lancia 12 nuovi volatility Etn

pubblicato da alessandro condina in: Obbligazionario Up & Down Assicurazioni


I mercati sono in piena altalena: dopo i crolli degli ultimi mesi basta una notizia o la “speranza” di una notizia - come l’intervento dei paesi Brics a sostegno del’Europa - per provocare un rialzo improvviso, spesso seguito da nuovi cali. In questo quadro è molto difficile decidere come investire e soprattutto trovare un settore che possa proteggere dalle perdite. E se si investisse sui cali o almeno sull’incertezza? È possibile farlo grazie agli Etf o Etn che riproducono un indice di volatilità; ma bisogna fare attenzione.

Non è un caso che Ubs abbia lanciato 12 nuovi Volatility Etn indicizzati sui Vix futures legati all’indice S&P 500. In pratica si può investire su questi strumenti - gli Exchange Traded Note che sul modello degli Etf prendono in considerazione un paniere di prodotti finanziari, ma formalmente sono obbligazioni strutturate, quindi di fatto titoli di credito che il cliente acquista e che dovranno essere onorati dalla banca.

L’idea - che non è nuova, perché esistevano già altri prodotti collegati al Vix index, cioè l’indice di volatilità dei mercati - è affascinante, anche perché Ubs offre 6 prodotti legati al “fear index”, ma bisogna prendere in considerazione i rischi. Un Etn, infatti, somma in sé i rischi di un Etf - quelli legati all’andamento dei futures sull’indice di volatilità - e quelli di un’obbligazione.

E anche se i prodotti possono essere scambiati sul mercato secondario, è vero che la commerciabilità dipende anche dal rating della banca emittente. E d’altronde bisogna considerare un altro aspetto: questi Etf ed Etn non replicano esattamente l’andamento del Vix index e il più delle volte riducono le possibilità di guadagno. Quelle che ci guadagnano di sicuro sono le banche emittenti.

Bce e Fed deprimono i mercati: l'irrazionalità prevale

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down


Ci sarebbe anche da sorridere se la situazione non fosse delicata e forse drammatica. Ieri sera le contrattazioni a Wall Street si sono chiuse in calo perché il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, non ha annunciato niente di ciò che NON era atteso. Avete letto bene: gli operatori non avevano aspettative dalla Fed, eppure un intervento molto chiaro, ma privo di ricette “magiche” ha depresso i corsi di Borsa.

Bernanke ha spiegato che la tanto attesa crescita economica tarda a presentarsi, anzi si allontana - almeno negli Stati Uniti - per due motivi, fra gli altri: il sostanziale arresto del mercato immobiliare e quindi delle costruzioni e le preoccupazioni legate alla crisi finanziaria.

In pratica i mercati sono deboli perché si sentono poco bene! Non sembra una spiegazione molto razionale, ma in realtà sono i mercati ad essere irrazionali. Altrimenti non si spiegherebbe com’è possibile che due non notizie, come l’intervento di Bernanke e quello del presidente della Bce Jean Claude Trichet, abbiamo pesato tanto sui corsi azionari, come spiega Walter Riolfi sul Sole24Ore.

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Oro, nuovo record: il Venezuela nazionalizza, supererà i 2mila dollari l'oncia?

pubblicato da Administrator in: Up & Down Valutario Politica

oro record quotazioniIeri, in serata l’oro è arrivato alla quotazione record di 1,829.70 dollari l’oncia (un’oncia corrisponde a 28,34 grammi). In un momento critico per la finanza e le borse mondiali, chi ha da spendere vuole il genere di certezza che solo il metallo giallo può garantire. I dealer sono tutti rialzisti, come scrive il Sole24Ore

«I dealer ne comprano tantissime e sembra che tutti siano rialzisti». Le ’scommesse’ suggeriscono che c’è una diffusa aspettativa di vedere presto infranta anche la barriera dei 2mila dollari. L’obiettivo è del resto ritenuto possibile da molti influenti analisti, anche se ieri Paul Walker della Gfms (società di consulenza specializzata in metalli preziosi, che produce statistiche per il World Gold Council) ha escluso che questo possa accadere nei prossimi sei mesi: «In questo arco di tempo dovrebbero esserci notizie davvero drammatiche per spingere l’oro sopra 2mila dollari. Crediamo invece che il picco sarà a 1.900 dollari»

A quanto arriverà l’oro? Supererà il muro - anche psicologico - dei 2mila dollari all’oncia? Lo vedremo nei prossimi mesi, ma altre notizie che circondano sempre il metallo prezioso, non fanno ben sperare in un calo del prezzo. Il Venezuela per esempio, ha deciso di “ritirare” 11 miliardi di dollari di riserve auree venezuelane custodite all’estero e di nazionalizzare l’industria estrattiva operante localmente. Spiega Stefano Agnoli:

«Abbiamo tra i 12 e i 13 miliardi di dollari di riserve in oro e non possiamo consentire che venga esportato all’ estero», ha dichiarato il presidente venezuelano. Chavez, in realtà sta tornando sui suoi passi: lo scorso anno aveva autorizzato l’ esportazione del 50% del metallo prezioso, contro il tetto del 30% in vigore in precedenza, destinando alle riserve nazionali il restante 50%

Ma chi estrae l’oro venezuelano? Una sola società, la Rusoro, controllata dai russi della famiglia Agapov, che sul suo sito pochi ore fa ha pubblicato un comunicato in cui casca dalle nuvole, e spiega di non avere avuto indicazioni precise dal governo. Inoltre, il giro di vite di Chavez sarebbe destinato a chiudere miniere illegali e scavi non autorizzati. Chiude il Sole:

Sorpresi? È l’effetto Etf. Questi sì sono stati abbandonati dagli investitori: -82% rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso. È vero che il confronto è con un periodo di eccezionale successo di questi strumenti. Ed è anche vero che le 51,7 tonnellate di lingotti accumulati in questo modo tra aprile e giugno 2011 non sono poi così pochi.

Foto | Flickr

Contro le speculazioni, stop alle vendite allo scoperto in Francia, Belgio, Spagna e Italia

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Banche


Stop alle speculazioni, stop alle vendite allo scoperto. In piena tempesta sui mercati finanziari, quattro paesi europei hanno deciso di bloccare lo short selling, cioè la possibilità di effettuare vendite a breve allo scoperto: il meccanismo con cui si può “scommettere” sul calo dei corsi azionari e guadagnare anche in un quadro ribassista.

Dopo Francia e Belgio, anche la Spagna e l’Italia hanno proibito per un periodo di tempo limitato le vendite a breve, coordinandosi attraverso l’Esma, l’Autorità europea di vigilanza sui mercati. L’Esma ha spiegato che, se lo short selling in sé è un meccanismo assolutamente lecito, diventa una pratica scorretta quando è accompagnato da notizie fuorvianti ai mercati.

È il caso delle ultime ondate di vendite che hanno travolto i titoli bancari - in particolare quelli degli istituti francesi e italiani - sull’onda di un rumor che annunciava il possibile fallimento di una grande banca francese. Da qui è nato il mercoledì nero delle Borse, che ieri hanno recuperato solo una piccola parte delle perdite e anche oggi viaggiano a vista.

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Sulle Borse si avvicina il tempo dei saldi? Occhio alle occasioni

pubblicato da alessandro condina in: Up & Down Banche Unicredito


Il mercoledì nero di ieri, 10 agosto 2011, ha dato un ulteriore scossone ai listini finanziari di tutto il mondo e anche se oggi la tendenza rialzista si dovesse confermare saremmo ben lontani da un recupero. I timori - in buona parte ingiustificati - per un possibile deterioramento della finanza pubblica francese, e quindi per un conseguente downgrade, hanno fatto crollare gli indici e hanno penalizzato in particolare i titoli bancari da entrambe le parti delle Alpi.

Grandi istituti di credito francesi come SocGen, Bnp Paribas e Crédit Agricole hanno registrato perdite comprese fra il 15 e il 20 per cento: per tentare di recuperare ci vorrà molto più di una seduta positiva, ammesso e non concesso che oggi si concluda con un segno più.

A Milano i grandi titoli bancari sono crollati a prezzi di saldo: Unicredit -9,3% sotto il valore di un euro per azione, IntesaSanpaolo -13%, Ubi -9%. Anche gli assicurativi hanno lasciato sul terreno buona parte del proprio valore, comprese società solidissime come Axa e Generali.

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