Hera in assetto strategico in vista della ripresa

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Hera si trova nuove sfide davanti, nei bilanci e in Borsa. Dal punto di vista borsistico va infatti osservato che le performance del gruppo nell’ultimo anno sono molto peggiori di quelle delle altre multiutility. Il titolo negli ultimi 12 mesi ha ceduto il 15,74% del proprio valore di Borsa a fronte del -6,92% di A2A e del +4,37% di Acea (per fare due esempi). Questo ha reso relativamente conveniente il titolo che sugli utili del 2009 mostra un rapporto price/earnings di 22,46 contro il 45,67 di A2A e il 254,21 di Iren. Il rapporto tra prezzi e mezzi propri in effetti vede Hera in vantaggio su A2A, Iren e Acea, nel senso che è pari a 0,97 contro lo 0,99 di A2A, l’1,3 di Iren e l’1,5 di Acea.

A questa relativa “convenienza comparativa” del titolo corrispondono dei fattori fondamentali importanti che potrebbero già regalare un apporto positivo dalla prossima semestrale. Per esempio la crescita di oltre il 24% del business dei rifiuti nell’ultimo trimestre che ha portato il margine operativo lordo delle attività connesse a 52,2 milioni di euro su un totale di 185,1 milioni di euro. Oltretutto il termovalorizzatore di Modena ha funzionato a pieno regime per soli due mesi su tre a causa dei lavori di manutenzione.

Nel trimestre a una flessione dei ricavi del 18,2% a poco più di un miliardo di euro, il gruppo ha associato una crescita del mol dell’11,1% con un ebitda margin passato dal 12,9% di un anno prima al 17,6% dello scorso 31 marzo. Questo notevole incremento della redditività del gruppo è in gran parte attribuibile al taglio dei corsi per materie prime e materiali passati (in un confronto 1Q2009/1Q2010) da 909,9 a 643,3 milioni di euro. I due effetti opposti sul conto economico (calo dei ricavi e incremento del mol) sono però generati dalle medesime cause efficienti ossia la riduzione dell’attività di trading sull’energia e i risultati della vendita del gas che (come testimoniato dal calo dei costi delle materie prime) ha registrato un calo del prezzo parzialmente compensato dall’aumento dei volumi di vendita.

Il gas rimane comunque la prima attività del gruppo con un apporto al mol di 81,9 milioni di euro (+5,9%). Da evidenziare anche il notevole calo degli investimenti da 86 a 63,8 milioni di euro (-25,8%). Il calo generale dei prezzi dell’energia elettrica – dovuto alla minore domanda in tempi di recessione – ha impattato notevolmente sulle performance della società che potrebbe dunque approfittare in questo senso di un probabile miglioramento delle condizioni di questo mercato legato alla stagionale crescita della domanda estiva e ai primi effetti della ripresa che si sono già in parti avvertiti nella rilevazione della domanda elettrica nazionale. Dal punto di vista del leverage, il gruppo mostra un patrimonio netto da 1,75 miliardi e un debito finanziario netto di 1,91 miliardi di euro e dunque un rapporto debt/equity di poco superiore all’unità. Complessivamente, dunque, Hera pare molto ben posizionata in vista di una eventuale ripresa. Sperando che questa non tardi ancora a venire.

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Iren si presenta al mercato

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Giornate difficili queste per presentarsi al mercato: l’azionario subisce continui scossoni e niente sembra certo, né la tenuta dell’Europa periferica, né la ripresa dell’economia statunitense. Qualche dubbio si proietta pure sulla Cina. Nonostante questo Iren, l’attesa creatura nata dalla fusione tra Iride ed Enìa ha deciso di muovere i suoi primi passi in Borsa e, nel suo secondo giorno di Borsa, sembra riuscire a vincere la sfida. Si è trattato i realtà di un ingresso condizionato, con il management che quasi da subito ha precisato che per il piano industriale bisognerà aspettare l’anno prossimo. La conferma di una ricca politica dei dividendi con la distribuzione del 70% almeno degli utili agli azionisti ha riportato un po’ di buon umore. Certo qualche accenno più corposo alle strategie avrebbe rassicurato sul raggiungimento delle sinergie da 70 milioni di euro in quattro anni attese dal mercato. Arrivare all’appuntamento con il mercato non era però affatto scontato, anzi. Dopo anni di attesa e mille intoppi e imprevisti che hanno bloccato diverse volte il merger, la nascita della prima “multiutility sovraregionale” rimane una notizia importante per tutto il mercato. Si affaccia, infatti, in Borsa un gruppo da 3,16 miliardi di euro di ricavi con 5 mila dipendenti e un ebitda di 567 milioni di euro. Soprattutto si presenta al mercato un operatore verticalmente integrato e capace di competere in tutti gli ambiti delle multiservizi tradizionali, dall’acqua all’energia passando per teleriscaldamento e ambiente. Nel teleriscaldamento Iren vanta ora il primato nazionale, ma le sfide si misurano anche nel settore dell’acqua e del gas. Nel mercato dell’energia la crescita dei volumi (Iren è già il sesto operatore nazionale) sia di vendita che di generazione e approvvigionamento è vista come una priorità. Una nuova centrale a ciclo combinato a Torino dovrebbe aiutare, così come il potenziamento del fotovoltaico e il repowering di Valle Orco. Nel ciclo idrico integrato la recente alleanza con F2i è considerata come una mossa strategica per la crescita di questa promettente attività sulla quale puntano anche molti altri competitor. A Parma è previsto adesso un Polo Ambientale Integrato che punta alla totale autonomia nello smaltimento dei rifiuti. A Parma porta anche la dorsale di collegamento prevista nell’ambito dei progetti che riguardano il teleriscaldamento. Gli enti pubblici che controllano la nuova Iren dovranno trovare la quadra all’interno del consiglio di amministrazione con 13 membri e dimostrare di potere lavorare insieme a questo nuovo e imponente progetto. Già da oggi Iren si pone come polo di aggregazione proiettato verso tutti i centri compresi tra Parma e Torino. Come noto in questo settore le sinergie di scala e la contiguità territoriale rappresentano una forte spinta al merger dunque riuscire a portare dentro Iren nuovi municipi significa dare una continuità alla stessa idea che ha sostenuto le fusioni più recenti (prima di Torino con Genova e dunque di Iride con Enìa). La crescente competizione nel settore e la crescente presenza di stranieri dalle spalle larghe in svariati rami di attività impongono d’altronde una massa critica adeguata. Qualche spunto in più sulle prossime mosse, sarebbe comunque stato utile a valutare meglio questa sofferta fusione.

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Acea: 2009 in rosso, forse a Roma è ora di cambiare strada

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C’è poco da girarci attorno: il 2009 di Acea si è chiuso con un rosso da 52,5 milioni di euro e il management non ha potuto che tagliare la cedola. Sicuramente pesano gli effetti straordinari e iniqui della “moratoria fiscale” ossia 78,8 milioni di euro che le società dei servizi pagano per l’avere approfittato di regole poste dal nostro governo e poi rinnegate dall’Unione Europea. Oggi le pesanti perdite del titolo, però, riflettono anche diverse altre “pecche” che forse si potevano evitare e che soprattutto proiettano incertezze notevoli sul futuro del gruppo.

Ancora una volta è proprio l’incertezza sui rapporti con Suez GdF che lascia spaesato il mercato, oltre a performance davvero deludenti dovute sicuramente anche a fattori congiunturali, ma non solo. Le ultime novità ufficiali sui rapporti con la francese GdF, che con una quota del 9,9 per cento è la seconda azionista di Acea dopo il Comune capitolino (al 51%), indicano che già dal 17 febbraio la questione è stata rimessa al presidente e all’amministratore delegato (Giancarlo Cremonesi e Marco Staderini) che hanno avviato la remissione delle procedure a un Arbitrato internazionale. Insomma si va per le lunghe, come se i mesi di stagnazione di queste “composizioni” non fossero sufficienti.

La cosa in fondo ricorda un po’ il caso di A2A, dove altri francesi, quelli di EdF, si trovano in conflitto con gli azionisti italiani di Edison sulle strategie. A Parigi non hanno di questi problemi vista la nostra scarsa presenza sul mercato d’Oltralpe dell’Energia (e come arrivarci senza nucleare e con le tradizionali politiche dell’Eliseo?).

Di certo questo bilancio di Acea sostiene molti progetti con poche risorse. Quest’anno ha infatti portato poco fieno in cascina e i ricavi sono scesi da 3,05 a 2,88 miliardi di euro a causa soprattutto del “risultato delle attività della Joint Venture con Gas de France Suez che hanno scontato anche la riduzione delle quantità di energia prodotta per indisponibilità tecnica degli impianti e la flessione dei consumi di energia elettrica e del prezzo dell’energia”.

Ancora peggiori le performance del risultato operativo che scivola da 385 a 185 milioni di euro anche a causa dell’incremento di 100,8 milioni di euro degli investimenti che sono arrivati a 518,1 milioni di euro (concentrati soprattutto in Reti e Idrico). Gli ammortamenti legati a questa importante voce del conto economico crescono così di 21,6 milioni, ma alla flessione del risultato operativo contribuiscono anche maggiori svalutazioni su crediti per 15,9 milioni e maggiori accantonamenti per una corretta valutazione dei rischi fiscali e legali connessi a fattori non prevedibili (in particolare ben 36 milioni di euro deriverebbero dalla verifica fiscale per gli anni 2005 e 2006 mentre altri 39 milioni di euro sarebbero collegati ad altri rischi).

Il profilo patrimoniale del gruppo non desta però meno preoccupazioni di quello reddituale che pure ha subito gli effetti di diverse poste straordinarie. In particolare la posizione finanziaria netta indica un saldo negativo di oltre 2,1 miliardi contro gli 1,6 miliardi di euro di fine 2008. Il gearing (debito finanziario netto su capitale investito) sale cosi di quasi 10 punti percentuali al 62,8 per cento, il debt/ebitda passa da 2,62 a 3,86. Il patrimonio netto in calo a 1,28 miliardi conferma un cattivo rapporto tra mezzi propri e di terzi (debt/equity a quasi 1,7): in altre parole i debiti a fine 2009 sono troppi.

La posizione finanziaria di breve termine è passata da un saldo positivo di 44,4 milioni a fine 2008 a uno negativo per ben 357,6 milioni di euro, l’indebitamento a breve verso le banche è più che triplicato da 200 a oltre 650 milioni di euro, servono insomma interventi di rafforzamento della base di capitale proprio del gruppo.

Né l’azionariato appare unito nel sostegno del gruppo in questo momento difficile. I piccoli azionisti, secondo quanto riportava stamane MF, si sarebbero orientati verso l’impugnazione presso il Tar e la Consob delle delibere che, modificando l’articolo 15 dello Statuto, hanno introdotto il sistema dei quozienti per l’elezione dei membri del cda in vista della prossima assemblea del 29 aprile. In soldoni i soci di minoranza temono di essere scavalcati in vista delle decisioni importanti sulla cessione il 21% del capitale in mano al Comune e la riorganizzazione del ciclo idrico integrato. Tutte le strade portano a Roma, si dice, ma forse adesso è necessario a Roma si cambi strada.

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Fonti rinnovabili all'attenzione del mercato in attesa del nuovo sistema di incentivi

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Periodo importante per i titoli del comparto delle energie rinnovabili. Il settore è sicuramente influenzato da un certo fermento visibile anche dalle performance borsistiche di gran parte delle aziende interessate.

Spiccano casi come quello di TerniEnergia, il cui titolo è passato dagli 1,5-1,7 euro di inizio anno agli attuali 4 euro (dopo massimi in zona 5 euro). Il gruppo comunica di continuo la sigla di nuovi contratti e con qualche strappo vola in Borsa. Qualcuno ritiene che dopo aver superato i 100 milioni di euro di capitalizzazione TerniEnergia quoti ormai in linea con il proprio fair value, ma il comparto e questo stesso titolo rimangono molto dinamici. Casi simili quelli di Kinexia, Pramac ed Erg Renew. Non mancano, però, società dalle performance deludenti. KR Energy in un mese è passata da 20 a 13 centesimi in buona parte per via della crescita dell’indebitamento della holding e anche Actelios, la società dei Falck attiva nel ramo dei termovalorizzatori, ha visto i prezzi scendere da 4,4 a 3,4 euro in pochi mesi. Tutto il comparto delle rinnovabili sarà comunque influenzato dall’atteso cambiamento normativo.

Qualche tempo fa un analista evidenziava che il taglio degli incentivi all’energia solare in Germania, primo produttore globale di energia fotovoltaica, ha permesso lo spostamento di notevoli capitali in Italia dove le più giovani politiche di incentivazione sembrano garantire un contesto più vantaggioso. In Italia, però, gli incentivi alla produzione da fonti rinnovabili iniziano a costare cari ed è già prevista una riduzione nel 2010, pertanto in realtà la partita si gioca ormai sull’entità del taglio e sui vantaggi che il Bel Paese potrà lasciare alle società dell’energia verde.

Il presidente dell’autorità per l’Energia Alessandro Ortis in un recente intervento in Parlamento ha ricordato che gli incentivi hanno superato i 2 miliardi di euro nel 2009, che dovrebbero raggiungere i 3 miliardi quest’anno e superare i 5 miliardi di euro nel 2015: “Rischiano dunque di emergere, nel medio termine, evidenti problemi di sostenibilita’ economica degli attuali meccanismi di incentivazione posti a carico dei consumatori – ha concluso Ortis - ciò suggerisce una necessaria rivisitazione del complesso degli stessi meccanismi”.

Sul tema è intervenuta anche l’Aper (l’Associazione produttori energia da fonti rinnovabili) che ha condannato le indiscrezioni sulle modifiche ancora in via di elaborazione, ma ha anche sottolineato che l’ultima versione del testo di decreto giuntale a fine gennaio lascia qualche perplessità. Fra le altre cose, sarebbero eccessivi i tagli previsti alle tariffe incentivanti e il decremento annuale delle stesse tariffe stimato nel documento desterebbe perplessità.

Il dibattito sull’argomento è dunque molto vivo in questi giorni e i corsi dei titoli interessati ne rispecchiano le alterne vicende. In un settore tanto complesso e variegato ogni società presenta spesso delle peculiarità che vanno analizzate singolarmente, tuttavia l’evoluzione del quadro normativo e tariffario rimane per tutti uno dei principali catalizzatori del prezzo.

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Edison a tutto gas

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Per quanto divisa appaia ogni giorno di più fra azionisti d’orientamento antitetico, Edison conferma negli ultimi mesi la propria attività ad ampio respiro su tutto il Mediterraneo (e oltre) e si dimostra un gruppo più che dinamico anche a livello commerciale.

Le ultime novità provengono da Galsi, il gasdotto da 8 miliardi di metri cubi all’anno di cui la società controllata da EdF e da un gruppo di azionisti italiani guidati da A2A controlla circa il 20,8% del capitale. La nuova pipeline rappresenta una grande occasione per la Regione Sardegna (che partecipa con una quota dell’11,6% al progetto tramite Sfirs) e per il gigante del gas algerino Sonatrach che è il maggiore azionista (e fornitore) con una quota nel progetto Galsi del 41,6%. In Galsi sono presenti anche Enel ed Hera, ma il ruolo di Edison è il secondo dopo quello degli algerini. Né si tratta dell’unico progetto infrastrutturale messo in piedi da Edison.

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Iride-Enia: non c'è accordo sul dividendo straordinario

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Ancora tensioni intorno alla travagliata fusione Iride-Enìa. Le difficoltà in vista della scadenza ormai prossima - per il prossimo 30 novembre dovrebbe essere siglato un improbabile accordo definitivo - invece di diminuire si accrescono, anche se bisogna dire che più che le intenzioni a mutare negli ultimi mesi è stato il contesto legale delle multiutility. Iride ed Enia insomma rischiano di cambiare o sono già cambiate rispetto a quando hanno deciso un concambio di 4,2 azioni ordinarie Iride per ogni azione Enìa: sia per via del nuovo dl Ronchi, che della maximulta Ue da 65 milioni di euro pagata da Iride per aiuti di Stato.

Un colpo durissimo che probabilmente ridurrà pesantemente il dividendo destinato ai comuni azionisti di Iride. Proprio le mutate condizioni della multiutility nata a cavallo tra Torino e Genova hanno suggerito la richiesta di nuove condizioni agli emiliani di Enia.

Tramontata rapidamente l’ipotesi di un intervento sul concambio che rimetterebbe in gioco tutta l’operazione, era emersa quella di un dividendo straordinario per i soci di Enia che però in questi giorni è contestata dalla stessa Iride che mette in gioco il Decreto Ronchi. Essendosi quotato dopo il primo ottobre 2003 il gruppo Enia è infatti l’unica società dei servizi quotata che rischia di dover rimettere a gara le concessioni su rifiuti e la gestione idrica già dal prossimo anno: se questi business dovessero finire in mano ad altri operatori (ma potrebbero anche essere aggiudicati agli attuali gestori), sicuramente il profilo reddituale della stessa Enia ne risentirebbe. Quanto?

Dall’ultima trimestrale di Enia si apprende che i ricavi del gruppo sono stati pari nei primi nove mesi del 2009 a 728,3 milioni di euro di cui 123,6 provenienti dal ciclo idrico e 157,7 provenienti dal settore ambiente.

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Hera: nessun timore per il dividendo

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I circa 23 milioni di euro da pagare allo Stato come risarcimento per gli aiuti pubblici del periodo 1996-98 non metteranno a rischio i dividendi di Hera. Lo ha dichiarato ieri Tomaso Tommasi di Vignano presidente della più importante multiutility dell’Emilia Romagna. I dati del primo semestre dell’anno sono stati soddisfacenti e hanno battuto le attese del mercato, ma su un eventuale incremento della cedola del 2009 il management preferisce non esprimersi.

Meglio attendere il saldo di fine anno per valutare l’andamento delle varie attività del gruppo e decidere di conseguenza sulla distribuzione degli utili agli azionisti. Nel frattempo il panorama nazionale appare già lievemente mutato e la fusione fra Iride ed Enia, un’aggregazione dalla quale già un anno fa Hera era stata esclusa per divergenze strategiche con le altre due società, oggi appare ancora a rischio a causa dei risarcimenti chiesti alla stessa Iride dallo Stato. L’accenno alla questione da parte di Tommasi di Vignano sicuramente in questa prospettiva acquista un peso particolare.

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Utility: i risarcimenti chiesti mettono a rischio il settore

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Un vero e proprio terremoto. L’ultimo Decreto Legge n. 135 per recupero degli aiuti di Stato risalenti al periodo della moratoria fiscale del 1996-1999 scuote fino alle fondamenta l’intero sistema delle multiutility italiane. Per capire perché oggi A2A ed Acea perdono più di due punti percentuali a testa o perché la fusione Iride-Enia adesso rischia di saltare bisogna fare, però, un passo indietro.

In principio erano le municipalizzate. Società controllate dagli enti locali (in genere i comuni) che gestivano energia elettrica, acqua, rifiuti, trasporti e tutti i principali servizi al cittadino. Si decise quindi di portare i capitali privati nel settore per incentivare il miglioramento dei servizi. Per fare questo lo Stato italiano promosse degli incentivi, dei veri e propri sgravi fiscali (si parla infatti di “moratoria fiscale”), per favorire la trasformazione delle vecchie società comunali in Spa con un approccio nuovo al mercato e in molti casi pronte alla quotazione.

Il settore venne completamente ridisegnato, ci furono aggregazioni e inedite alleanze fino alla formazione di quel complesso puzzle di multiutility che caratterizza oggi l’Italia. Come non detto. Una decisione della Commissione Europea del giugno del 2002 condanna quella moratoria fiscale come aiuto di Stato e chiede a tutte le municipalizzate, che fin qui avevano seguito le indicazioni della Repubblica, un risarcimento.

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Acea: la corte Ue boccia il ricorso

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Alla fine il caso di AceaElectrabel e dei finanziamenti ottenuti dalla Repubblica Italiana nel 2002 per una rete di teleriscaldamento a Torrino Mezzocamino e per la costruzione di una nuova centrale è rimbalzato dall’Unione europea all’Italia.

In pratica Acea, secondo quanto sostenuto dalla corte si avvantaggerebbe di aiuti di stato per tramite della Regione Lazio usufruendo di troppi incentivi per diversi progetti: da qui la sospensione dei finanziamenti atti a favorire la riduzione delle emissioni di gas serra da parte della società.

Questo significherà il pagamento delle spese per l’intervento della corte lussemburghese e anche la rinuncia a introiti importanti dalla Regione Lazio per la riduzione delle emissioni di gas serra. la gestione dunque delle emissioni di anidride carbonica di impianti importanti come quello di Torrevaldaliga rimarrà in capo alla società capitolina.

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Il dossier Edison accende il dibattito sull'energia italiana

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Passano un po’ in sordina i realizzi odierni sul titolo Edison. La società di Foro Bonaparte, dopo aver chiuso la seduta di venerdì con un rialzo del 4,32% oggi cede lo 0,91% a Piazza Affari muovendosi in controtendenza al mercato. In questi giorni però la multiutility, divisa tra un socio francese di peso come EdF e un pool di società italiane dei servizi guidate da A2A, ha fatto molto parlare di sé.

Per questo autunno era già previsto un dibattito sul riassetto della compagine azionaria: il primo sasso nello stagno lo ha gettato l’amministratore delegato di Enia Andrea Viero, che in molti ipotizzano come prossimo direttore generale della società che dovrebbe nascere dalla fusione tra la stessa Enia e Iride.

Viero ha annunciato entro un mese un progetto dei soci di industriali di A2A in Edison (Enia, Sel e Dolomiti Energia) per la valorizzazione delle rispettive partecipazioni nel gruppo di Foro Bonaparte. Come noto da tempo A2A cerca di salire dall’attuale 51% al 100% di Delmi, la società che divide con EdF il controllo di Transalpina e dunque di Edison.

Enia, con la propria quota del 15% di Delmi è il secondo socio italiano del gruppo dopo A2A ed è seguita da Sell e Dolomiti Energia che controllano il 10% ciascuna di Delmi. Nei mesi scorsi i soci avevano sempre rifiutato di cedere le proprie quote ad A2A a causa del forte calo delle borse che li avrebbe costretti a registrare delle pesanti minusvalenze, il recente recupero dei listini potrebbe però aver mutato lo scenario e già qualcuno oggi ipotizza uno spezzatino di Edison fra francesi e soci italiani. In realtà, al riguardo, EdF ha già chiarito di non apprezzare l’ipotesi, i diversi dossier sul tavolo potrebbero però portare a qualche novità. Il nucleare innanzitutto.

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