
Come non detto. L’appalto per servizi di igiene urbana indetta dall’ATO CL 2 (comuni di Butera, Gela, Mazzarino, Niscemi e Riesi in provincia di Caltanissetta) aveva scaldato il titolo Biancamano. Gli analisti di Abax Bank approvavano e parlavano di posizione di leadership nel trattamento dei rifiuti in Italia, di maggiore visibilità sui ricavi dei prossimi due anni, ponendo infine un prezzo obiettivo a quota 3,15 euro, su livelli che Biancamano non vede dallo scorso luglio. E come dargli torto? L’appalto aveva un valore di 11 milioni di euro l’anno e, per una società che ne fattura poco più di 70 ad esercizio, non sono bruscolini.
La gara che aveva permesso alla controllata della Biancamano Ati Alimeri di vincere il maxicontratto, però, non era piaciuta a molti. Martedì scorso, infatti, alla fine aveva partecipato soltanto Ati Alimeri e aveva così ottenuto l’appalto da 22 milioni con un ribasso dello 0,1% e un coro di proteste da parte di diversi imprenditori locali a cui si era aggiunto anche il sindaco di Gela Rosario Crocetta.
Si era arrivati al gesto spettacolare. Sette imprenditori gelesi riuniti nella cordata Ati-Econet si erano barricati sul tetto della palazzina dell’Ato-rifiuti Caltanissetta 2 per protesta contro l’esclusione dalla gara di appalto. Alla fine il consiglio di amministrazione dell’Ato ha deciso di annullare la gara (dopo 48 ore di proteste) e adesso qualcuno pensa di modificare le regole del bando per evitare che si possa ripetere il caso di una gara solitaria. Un domani Biancamano potrà aggiudicarsi la gara, ma dovrà concorrere per farlo. Per ora il titolo è sceso dai 2,3 ai 2,12 euro e i 3,15 si fanno più lontani.
Il maggiore effetto delle ultime elezioni sulle azioni di Piazza Affari si è sentito sui titoli del comparto delle costruzioni. Impregilo, Buzzi Unicem, Italcementi e oggi Ansaldo e Astaldi hanno messo a segno consistenti rialzi (ma qualcuno su Buzzi Unicem ha già avviato i realizzi), dimostrando che il mercato crede a un rilancio con il nuovo Governo delle grandi opere infrastrutturali di cui il Bel Paese ha bisogno oggi più che mai.
Se infatti il quotidiano Finanza e Mercati ha commentato i risultati in Borsa delle urne dicendo che l’”effetto elezioni” è stato affievolito notevolmente dalle perdite dei listini stranieri e dai record del petrolio nei giorni della vittoria del Cavaliere, un rialzo del comparto delle costruzioni in concomitanza con il voto appare innegabile. Il peso della congiuntura non proprio rosea dei mercati globali sul comparto bancario, che in Italia pure è molto legato ai progetti di nuove infrastrutture, sembra confermare infatti una certa prudenza degli investitori. Lo stesso dicasi per Mediaset che, invece di avvantaggiarsi della vittoria di Silvio Berlusconi, ha perso qualcosa ieri e parecchio oggi.
Le critiche del quotidiano il Giornale all’amministrazione del centrosinistra (un titolo recitava “Italia bloccata: 4 opere finite su 137″) un po’ forti sembrano quindi alla prova dei fatti confermate dall’opinione dei mercati.
D’altra parte il Pdl ha dichiaratamente messo fra le priorità della nuova azione di Governo la realizzazione delle pedemontane lombarda e veneta (vedasi rialzi di Autostrada Torino Milano), del Ponte sullo Stretto (vedasi i rialzi di Impregilo) e dell’alta velocità ferroviaria (Astaldi e Ansaldo potrebbero avere in queste opere un ruolo di primo piano). Di là dalla valutazione politica sull’utilità di alcune di queste opere (la Tav che il Pd approvava era contestata dall’Arcobaleno insieme al Mose di Venezia e al Ponte sullo Stretto), una considerazione merita di essere svolta.
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L’exploit del titolo di FNM (Ferrovie Nord di Milano) dopo il balzo post Expo 2015 potrebbe essere finito. Di certo un rallentamento c’è stato. La società nell’ultimo mese ha guadagnato più del 45% del proprio valore di Borsa e portato la propria capitalizzazione a 234 milioni di euro circa (ai prezzi correnti), ma dai massimi toccati a quota 1,24 euro il 4 aprile a oggi, quindi nel giro di quattro sedute, il titolo ha lasciato sul parterre di Piazza Affari 14 centesimi e chiuso la seduta odierna a 1,10 euro (con un ritracciamento dai massimi del 12,7% circa). L’ultimo bilancio pubblicato l’altro ieri eppure sembra positivo e riporta un utile in crescita su base annua del 45,53% oltre quota 9,64 milioni di euro. A fronte di questo risultato d’esercizio il gruppo ha registrato ricavi in aumento di circa il 2% a quota 314 milioni di euro e un risultato operativo in crescita del 19,43% su base annua a 19,43 milioni di euro.
Come noto, però, FNM è una società largamente finanziata dal pubblico: su 213,7 milioni di euro investiti dal gruppo nel 2007 solo 21,5 milioni di euro sono stati reperiti da risorse del gruppo, mentre i rimanenti 192,2 milioni di euro sono venuti da investimenti pubblici. D’altra parte i maggiori azionisti del gruppo sono la Regione Lombardia con il 57,7% del capitale e Ferrovie dello Stato con il 14,74% del capitale. Il terzo azionista rilevante è Aurelia controllata in maniera indiretta dal Gruppo Gavio e azionista di FNM con il 3% del capitale. Al riguardo ricordiamo che la Argo Finanziaria, altra società che fa riferimento al gruppo Gavio, ha rilevato nel corso del 2007 il 70% di Cargoclay in possesso di FNM per 700 mila euro. La società della logistica, che fatturava 16 milioni a fine 2006 e che circa un anno e mezzo fa aveva un patrimonio netto complessivo di 700,4 mila euro a fronte di oltre 6 milioni di euro di debiti, oggi – leggiamo in una brochure recente redatta dallo stesso gruppo – è controllata al 40% dalla Mo.Ma Invest, al 30% dal gruppo Gavio e per il rimanente 30% da un pool di 9 aziende Ceramiche fra le quali notiamo il gruppo Marazzi.
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“Il grado di concorrenza nel settore del gas è tutt’ora molto insoddisfacente”. Oggi Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’energia, è tornato sull’argomento della scarsa concorrenza nel vitale settore del gas. “La rete del gas è un monopolio tecnico naturale: proprio per questo - ha aggiunto Ortis - deve essere ‘terza’ rispetto a tutte le aziende italiane e non”.
L’appunto non è però venuto fuori a caso: in giornata un bell’articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera aveva infatti riscaldato l’argomento. Gazprom, colosso russo da tempo alla ricerca di un ingresso nella distribuzione del gas in Europa e in Italia, vorrebbe, infatti, una quota rilevante di Snam rete gas o in alternativa il controllo della società dell’Eni Toscana Energia. Due richieste che l’Eni, storica alleata della Russia (così come più recentemente è Enel), ha però rispedito al mittente. Al massimo, riporta Mucchetti, si potrebbero concedere un po’ di centrali. Il problema, però, si sposta facilmente dalla Toscana a tutto il futuro energetico del Vecchio Continente.
Se si considera, infatti, la forte dipendenza dell’Italia e dell’Europa dalle forniture energetiche russe e se si considerano i grandi interessi dell’Eni e di Enel in Russia appare chiaro che uno scontro frontale non è auspicabile. Recentemente con l’operazione OGK-5 Enel è diventata il più grande operatore elettrico straniero del Paese e contemporaneamente Eni e Gazprom sono impegnati in tandem nella costruzione di South Stream, uno dei gasdotti più importanti per l’approvvigionamento dell’Europa centro-meridionale.
Proprio oggi il vicepremier e candidato del Cremlino alla presidenza, Dmitri Medvedev, attualmente presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, ha presenziato alla firma di un importante accordo a Belgrado. Il nuovo deal sancisce il passaggio del controllo di Nis, la maggiore società di gas e petrolio dell’ex Jugoslavia, a Gazprom.
Le firme sul foglio erano quelle di Aleksiei Miller, ad di Gazprom, e di Sasa Ilic, ad della serba Srbijagas. In cambio Belgrado ha ottenuto la certezza di diventare uno dei maggiori snodi dello stesso South Stream e quindi, in prospettiva, uno dei crocevia del metano nella via per l’Europa. L’appoggio alla Serbia contro l’indipendenza del Kosovo in questi giorni è, d’altra parte, strettamente collegato anche a questo importante accordo economico.
La lontananza degli Stati Uniti e dell’Europa da queste posizioni è collegata anche al fatto che Nabucco, la rete europea alternativa a South Stream, rischia di vedere limitate le proprie potenzialità a seguito della costruzione di quest’ultima potente pipeline.
“Il presidente del Cda della società incorporante ha promosso un esercizio monocratico dei poteri della società”. Le caute reazioni del mercato non tolgono importanza a quanto successo oggi all’assemblea per l’elezione del consiglio di sorveglianza di A2A. Paolo Corsini, sindaco di Brescia e quindi grande azionista della multiutility lombarda, è entrato in polemica diretta con Giuliano Zuccoli, numero uno di A2A.
L’accusa è quella di aver creato un vuoto di potere nel passaggio al sistema duale pur di conservare il controllo assoluto della società. Il ragionamento di Corsini si basa sulla constatazione che nel nuovo consiglio di sorveglianza ci sono tre uomini del vecchio consiglio di amministrazione: quanti ne bastano per farlo decadere, lasciando di fatto senza un organo collegiale di guida la stessa A2A.
“Accuse ingenerose”, ha commentato subito Zuccoli, sottolineando che per questa fase di transizione sono state date le necessarie deleghe a due direttori generali e che quindi non ci sarà alcuna “vacatio”. La richiesta di Brescia però è chiara: bisognerebbe che fosse lo stesso neonato consiglio di sorveglianza a prendere in mano le redini della società durante le due settimane che serviranno per l’elezione di un consiglio di gestione.
Le elezioni per il consiglio di sorveglianza nel frattempo hanno fatto saltare il candidato Mario Cocchi, uomo del finanziere Romain Zaleski (2,5% del capitale di A2A), e hanno invece visto crescere l’importanza di Atel, che ha mandato al consiglio due suoi uomini e rappresentanti.
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Atlantia: il nuovo piano-tariffe escluso dal Milleproroghe
Fra le varie questioni appese in queste ultime battute del Governo Prodi molte rimangono incastrare nel cosiddetto Decreto Milleproproroghe (il Dl 248/2007) che di fatto ha tagliato fuori durante la scorsa notte. In un emendamento voluto dall’Italia dei Valori doveva essere introdotto un adeguamento delle tariffe autostradali alla componente dell’inflazione reale svincolata dalle altre componenti dei prezzi al casello.
La novità, che doveva servire dare il via alla Convenzione Unica firmata da Atlantia (l’ex Autostrade per l’Italia) e l’Anas e che doveva prorogare di 60 giorni l’iter di approvazione dello schema di convenzione unica da parte del Cipe, è stata di fatto bloccata dalla commissione parlamentare. Il Governo (esattamente il tandem Padoa-Schioppa-Prodi) ha però deciso di stralciare l’emendamento cancellando tutto l’articolo 12 della Finanziaria. In questo articolo erano stati fissati dei controlli annuali sulle tariffe autostradali e un maggiore potere d’intervento del Ministero in caso di mancati investimenti sulla rete.
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Gemina riserva sempre qualche sorpresa e, dopo gli scivoloni in Borsa dell’ultimo periodo (il recente aumento di capitale ha praticamente dimezzato il valore del titolo), l’azione cerca da un paio di sedute di reagire registrando performance da sei punti al giorno. Incoraggia di sicuro l’upgrade di Cheuvreux che sostiene che la compagnia è sottovalutata perché, trattando a un rapporto di circa 10-11 per l’Ev/Ebitda, è nella media esatta del settore mentre meriterebbe di trattare un po’ a premio. Tutto in realtà dipende dal Governo, che ha in mano almeno due leve.
La prima è quella della cessione ad Air France di Alitalia. Il piano francese prevede infatti esplicitamente un potenziamento di Fiumicino e quindi più voli e più soldi per l’aeroporto romano, che appunto diventerebbe l’unico hub della (a questo punto ex) compagnia di bandiera: conseguenza più voli e più soldi anche per i contenti proprietari di Gemina e quindi di Adr. Festeggerebbero così i vari Benetton, Clessidra, Mediobanca, Ligresti, Mediobanca etcetera (non i Romiti che orami sono fuori dalla partita).

Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo
Acea presenta il piano industriale 2008-2011 e il mercato applaude. In realtà gli investitori avevano già scommesso sul titolo dell’utility romana che in chiusura della scorsa ottava aveva messo a segno un netto recupero dopo la flessione accusata a seguito della presentazione dei risultati trimestrali che si sono rivelati inferiori alle attese, stando alle indicazioni di Cheuvreux. Gli esperti del broker francese avevano confermato il rating outperform sul titolo con target price a 16 euro visto che “nonostante la debolezza emersa nell’ultimo trimestre Acea ha confermato la guidance di una crescita a doppia cifra per l’Ebitda”, sottolineando che la presentazione del nuovo piano industriale sarebbe stata l’occasione per dare nuova visibilità alla società.
Così è stato: la municipalizzata romana si attende una crescita nell’ordine del 10% medio annuo del margine operativo lordo (che dovrebbe attestarsi a 858 milioni di euro nel 2012 grazie anche al consolidamento di Tirreno Power a partire dal 2008) e un utile netto di gruppo in aumento a 203 milioni di euro nel 2008 e a 292 milioni nel 2012. Gli investimenti complessivi previsti nel quadriennio sono pari a 2.054 milioni di euro. Prospettive che hanno allettato gli investitori.
Ma a trainare al rialzo le quotazioni della multiutility sono stati anche i nuovi accordi in campo idrico, dopo la crescita quasi piatta registrata in questo business nell’ultimo trimestre.
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Rimane ancora alta la tensione sugli asset italiani di Endesa. Nei prossimi giorni è previsto un altro incontro fra Asm e Enel sull’argomento. Enel ha infatti già promesso Endesa Italia ai tedeschi di E.On dopo avergli soffiato sotto il naso la capogruppo spagnola. Il problema però è che Endesa Italia è per l’80% di Endesa e per il rimanente 20% di Asm, la multiutility bresciana convolata a nozze con i milanesi di Aem. Ora è previsto già che E.On ed Asm si dividano gli asset interessanti in Italia e procedano poi ognuno per conto proprio. La conciliazione però delle due società non è semplice anche perché diversi asset di Endesa Italia piacciono a entrambe.
Per esempio la centrale idroelettrica di Terni è sicuramente una preda ambita, ma sarebbero interessanti anche quella a carbone di Fiume Santo (Porto Torres, Sassari) e quella turbogas di Trapani. La cosa sarebbe già complicata da risolvere nel caso in cui semplicemente E.On acquistasse l’80% di Endesa Italia da Enel, ma in questo caso c’è anche un diritto di prelazione che Asm può esercitare su tutta la quota di Endesa in caso di cessione a terzi. Si tratta di una clausola già contestata a distanza dai tedeschi secondo i quali sarebbe già scaduta.

Impregilo oggi rimbalza in borsa riportandosi su quota 5,17 euro ad azione con un guadagno del titolo di un punto percentuale. Certo i sei euro di qualche mese fa sono lontani e soprattutto la sanzione da 750 milioni di euro imposta alla società dal Gip di Napoli Rosanna Saraceno e confermata dal Tribunale del Riesame per il caso delle “ecoballe” campane sembra una mina a tempo posta sui conti della società. Venerdì tre agosto, anzi, i primi sequestri per 90 milioni sono scattati ai danni dei conti correnti bancari di Impregilo e delle sue controllate Fisia Impianti, Fibe e Fibe Campania.
La società nel frattempo ha ribadito il mandato di advisory a Mediobanca e l’intenzione di uscire da un business, quello dei rifiuti, che si è rivelato più pericoloso che redditizio. Eppure sulla carta i numeri c’erano tutti. Il business dei rifiuti in Campania poteva davvero essere un grande affare per Impregilo. A 4,2 centesimi circa di euro per chilo di rifiuti smaltito, le oltre 7 mila tonnellate di monnezza che la Campania produce ogni giorno potevano fruttare oltre 111 milioni di euro l’anno.
Un affare, insomma, molto redditizio, anche perché il 40% circa dei rifiuti smaltiti dalle due Fibe e dai loro impianti sarebbe stato trasformato in ecoballe (vengono chiamate CDR) da mettere nei termovalorizzatori per un ulteriore incasso di oltre 100 mila euro al giorno con le tariffe Cip/6. Il problema è che tutto questo non è mai avvenuto.