Crisi Ue: dopo la Grecia tocca a Spagna e Portogallo

pubblicato da riva

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Questo revival della crisi finanziaria globale in Europa è legato a doppio filo con la crescente preoccupazione per la tenuta dei debiti sovrani. Le manovre straordinarie dei governi contro gli ultimi terribili anni dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie mai viste prima. Così capita che anche l’Europa veda sotto attacco i propri paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo con l’aggiunta, per qualcuno, dell’Italia.

Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta Eurolandia da certe situazioni a rischio. Già a Davos l’economista Nouriel Roubini aveva affermato che la Spagna era per il Vecchio Continente un pericolo maggiore della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda. Parole assai simili a quelle più recenti del premio Nobel per l’economia Paul Krugman e vicine a quelle del numero uno del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn che ha parlato di crisi molto profonda.

Già dopo l’affaire greco che ha costretto il governo di George Papandreou a presentare rapidamente un duro piano di rientro dalla crisi a Bruxelles la fiducia della comunità finanziaria aveva iniziato in quei giorni a guardare anche alla Penisola iberica. Prime avvisaglie della crisi erano venute con alcuni allarmi delle agenzie di rating sul debito sovrano del Portogallo. A chi ha cominciato a ricordare che la peggiore crisi immobiliare d’Europa è in Spagna e non in Grecia e a paventare un altro attacco all’Eurozona da quel versante, Madrid ha risposto come Lisbona: “La nostra situazione è diversa da quella della Grecia”.

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Gli scenari piu' probabili per il 2010? Borse su bond giu'

pubblicato da AleOne

I mercati sono stati bombardati nelle ultime settimane dell’anno da segnali, principalmente provenienti dal fronte macroeconomico, che lasciano ben sperare per una uscita dalla crisi in modi e tempi probabilmente migliori rispetto a quelli ipotizzati solo pochi mesi orsono.
E’ vero che certi indizi sono a prima vista contraddittori, basti pensare ai recenti dati sul mercato immobiliare Usa (le vendite di abitazioni esistenti a novembre sono state pari a 6,54 milioni di unita’, nettamente superiori ai 6,09 milioni del mese precedente e ai 6,25 milioni del consensus mentre le vendite di abitazioni nuove sempre nel mese di novembre sono state pari a 355mila unità, dato annualizzato, molto al di sotto delle attese di 440mila unità), tuttavia in media le indicazioni che si ricevono dal mondo esterno puntano più o meno nella stessa direzione: la recessione è finita, gli Usa nel 2010 potrebbero tornare a crescere anche del 4%, la Cina, altro motore dell’economia globale, almeno del doppio.
Anche l’Italia nel suo piccolo non rimane a guardare: dopo cinque trimestri in rosso il terzo trimestre del 2009 ha mostrato una crescita, secondo l’Istat, dello 0,6% rispetto al precedente, un dato che permette di guardare con fiducia al futuro pur consapevoli che la strada da fare per tornare ai livelli pre crisi è molto lunga (su base annua, nonostante il rimbalzo, il calo è ancora del 4,6%). E negli Usa non solo revisioni migliorative del Pil atteso, dati sulla fiducia, dati sui consumi e sui redditi fanno sembrare sempre più vicina l’uscita dal tunnel.

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Per la crisi ricette diverse a cavallo dell'Atlantico

pubblicato da riva

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Nel contrasto tra chi ritiene che il peggio sia passato e chi pensa che la crisi non sia ancora al culmine si inseriscono sempre più spesso visioni politiche, vecchi pilastri dell’economia globale, alleanze trasversali, strategie nuove per il way out. Pulsioni contrarie si registrano fra le due sponde dell’Atlantico e Ben Bernanke, “rispettosamente” in disaccordo con il cancelliere tedesco Angela Merkel, chiede a Washington maggiore rigore sul deficit dopo le spese folli in chiave anti-crisi. Al contrario Berlino fa pressioni sulla Bce perché tenga ancora una volta fermo il timone della politica monetaria Ue contro le tentazioni oltranziste e un po’ scialacquatrici d’Oltreoceano e d’Oltremanica: l’indipendenza delle banche centrali di tutto il mondo dalla politica è un bene da tutelare.

D’altra parte fin dall’inizio è stato chiaro a tutti che la Fed o la Banca d’Inghilterra avevano un atteggiamento totalmente diverso da quello della Bce. Bernanke (numero uno della Federal Reserve) ieri ha sottolineato l’importanza del controllo del deficit Usa, uno dei fattori che maggiormente allarmano i mercati internazionali e che quest’anno potrebbe raggiungere gli 1,85 trilioni di dollari. Il debito pubblico Usa, come noto, con i nuovi interventi potrebbe raggiungere il 70% del Pil americano nel 2011: questa montagna di debiti era forse inevitabile per Bernanke, ma adesso bisogna cominciare a tirare la cinghia e la Fed non stamperà moneta per togliere dai guai la Casa Bianca, anche perché sarebbe un ulteriore segnale di sfiducia ai mercati e questo Washington non se lo può permettere.

Dopo le indicazioni in tal senso della Cina, le ultime dichiarazioni del presidente russo Dimitri Medvedev su una nuova moneta internazionale composta da un mix di valute e meno vulnerabile alle oscillazioni del dollaro non sono da sottovalutare. Lo yuan e il rublo potrebbero entrare in un nuovo Olimpo valutario che vedrebbe accanto al dollaro, alla sterlina, allo yen e all’euro i nuovi rappresentanti monetari di Pechino e Mosca. L’ipotesi potrebbe trovare un certo appoggio anche in Medioriente e fra i paesi danneggiati dalla recente volatilità del dollaro: l’Iran che chiede una moneta diversa dal dollaro per la compravendita di petrolio non è in fondo tanto lontano dalle posizioni di Russia e Cina. Sarebbe quindi una svolta epocale che segnerebbe anche uno spostamento dei baricentri di potere verso le economie emergenti.

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Hedge fund: Geithner vuole vederci chiaro

pubblicato da riva

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Le proposte di Timothy Geithner, segretario del Tesoro degli Stati Uniti, sui nuovi poteri da dare al suo Dipartimento, alla Federal Reserve e alla Fdic potrebbero porre una pietra miliare nel sistema finanzario mondiale. Tutte quelle misteriose e minacciose entità come i derivati o gli hedge fund potrebbero finalmente essere regolamentate in maniera più rigida e, in questo modo, divenire più trasparenti agli occhi del mercato, che, a torto o a ragione li accusa oggi di essere fra i colpevoli della crisi.

I gestori degli hedge fund, ossia dei fondi speculativi che ormai nel mondo muovono capitali degni di piccole nazioni e spesso operano facendo leva su forti debiti, potrebbero a breve entrare nel novero dei controllati della Sec, la Consob statunitense. Questa una delle proposte di Geithner che, però, si trova anche in una difficile situazione.

In questi giorni gli hedge fund sono stati al centro di accese critiche perché si è scoperto che i primi 25 manager di questo settore da soli hanno guadagnato circa 11,6 miliardi di dollari nel 2008. La classifica, rimbalzata dalla rivista Alpha alla comunità finanziaria, rivela che James Simons, della Renaissance Technologies, è riuscito a guadagnare 2,5 miliardi di dollari l’anno scorso. John Paulson, dell’omonima società finanziaria, ha invece incassato 2 miliardi di dollari.

Certo sono stati bravi: in media gli hedge americani sono andati molto male l’anno scorso, mentre Reinassance ha guadagnato l’80% e Paulson ha scommesso in anticipo sulla crisi dei mutui subprime. Nella classifica spunta anche il celebre finanziere George Soros che invece che sull’andamento della sterlina questa volta ha saputo lucrare sull’andamento del dollaro. Per quanto “bravi” che siano, però, questi uomini attirano oggi la rabbia delle masse.

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Bce: tassi al 2% ma i pericoli sono ancora troppi

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Indietro tutta. Con il taglio del tasso di riferimento al 2% Jean Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha riportato il costo del denaro dell’Eurozona ai livelli del 2003. Si tratta di una manovra ampiamente scontata dal mercato nei giorni passati, ma che comunque indica bene le preoccupazioni dell’Eurotower per la crisi in corso.

In questi mesi “le tensioni si sono sempre più riversate dal settore finanziario all’economica reale”, ha evidenziato Trichet. Tutti i segnali indicano un forte rallentamento dell’economia dell’Eurozona e del mondo. La Bce ha, però, l’intenzione di monitorare ancora con molta attenzione l’andamento dei prezzi. La svalutazione delle materie prime che ha alleggerito le pressioni inflazionistiche ponendo le condizioni per una futura ripresa. Verso la fine del 2009 i prezzi delle commodities dovrebbero però ricominciare a crescere. Nel guado si ritrova il pericolo di un’inflazione troppo bassa a metà dell’anno con il pericolo di una successiva fiammata dei prezzi: una circostanza che la Bce vuole evitare.

Trichet non ha negato la possibilità di ulteriori tagli al costo del denaro, anche se, è probabile che una simile decisione non venga presa a febbraio per lasciare all’economia il tempo di reagire. Lo scenario rimane, comunque, fortemente incerto.

Fra gli osservatori nessuno si nasconde che il differenziale con i tassi statunitensi è ancora troppo alto - a due punti percentuali visto che i tassi Usa sono stati azzerati - tuttavia, secondo Trichet, bisogna assolutamente evitare la cosiddetta trappola della liquidità, ossia la situazione in cui un livello troppo basso dei tassi d’interesse scoraggia i risparmiatori dall’investimento in titoli inducendoli a mantenersi liquidi.

Nella manovra odierna della Banca centrale europea rimane, però, da evidenziare un altro punto. Il taglio più vigoroso della Bce è stato, infatti, quello ai tassi sui depositi che sono scesi all’1 per cento.

Si tratta di una manovra che vuole incoraggiare le banche a riversare il loro denaro sulle imprese e nell’economia Ue. Uno dei più grandi problemi dell’attuale congiuntura e degli interventi pubblici in questo periodo è, infatti, quello di garantire che i finanziamenti al mondo del credito si travasino nell’economia reale e non vengano catturati e trattenuti dalle banche in crisi. Il finanziamento alle imprese è, infatti, peggiorato in molti casi nonostante le palate di soldi garantite dalle istituzioni agli attori del mercato. Senza credito a imprese e famiglie la traiettoria della crisi è però destinata a trasformarsi in una frusta che finirebbe per colpire anche le banche. Un’altro scoglio che i timonieri dell’economia devono assolutamente evitare.

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L'Europa rallenta, Italia in recessione

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Ombre scure sull’Europa. L’ultima tornata di rilevazioni del Prodotto interno lordo, ossia della ricchezza creata dalle varie economie nazionali del Vecchio Continente, conferma infatti i timori di un allargamento all’economia reale della crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti e allargatasi ormai al mondo intero.

Il Pil italiano ha registrato oggi una flessione del nostro prodotto su base trimestrale di circa 0,5 punti percentuali (fonte Istat). Su base annua la flessione sale allo 0,9 per cento. Visto che già il secondo trimestre del 2008 era stato caratterizzato da un rallentamento del Bel Paese dello 0,4 per cento, l’Italia entra ufficialmente in recessione tecnica.

Una fase di rallentamento che purtroppo si diffonde a macchia d’olio nelle economie dei paesi industrializzati. In Europa già ieri la Germania, con una flessione dello 0,5% nel Pil del terzo trimestre che seguiva un calo dello 0,4% nel secondo trimestre del 2008, era entrata in recessione tecnica.

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Appuntamento al G7, ma potrebbe essere inutile

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Stanotte si riunirà il G7 per cercare di fare quello in cui hanno fallito le istituzioni americane, quelle europee e quelle internazionali finora intervenute nella crisi: dare una risposta globale a quella che è una crisi globale. La prima versione del piano Paulson ha, infatti, causato una spaccatura fra Governo e Parlamento Usa. Le riunioni del G4 di sabato scorso (delle quattro nazioni del G7 che fanno parte dell’Unione europea) e dell’Ecofin hanno poi nei fatti sancito la spaccatura dei governi europei sulle manovre da opporre alla crisi dilagante della finanza.

Oggi un articolo del Wall Street Journal lancia l’ipotesi di un prossimo intervento del Governo statunitense che ponga sotto la garanzia di Washington e in particolare della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’ente federale di assicurazione dei depositi, tutti i depositi Usa.

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L'inflazione rimonta, le banche centrali si adeguano

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L’inflazione nell’Eurozona sarà ampiamente superiore al 3% nel corso del 2008. Sorvegliati speciali l’Italia e la Germania che dovranno proseguire nel risanamento dei conti in quanto non hanno ancora raggiunto gli obiettivi di medio periodo. Con la differenza però (ma questo il bollettino mensile della Bce pubblicato oggi non lo dice esplicitamente) che la Germania finora è stata il propulsore dell’economia del Vecchio Continente e, per produttività e competitività, ha lasciato l’Italia tanto distante da far temere a qualcuno che l’economia Ue sia pronta a divaricarsi.

Nelle altre capitali europee non mancano, però, i problemi: la corsa dei prezzi in Francia (inflazione al 3,7%) e in Spagna (4,6%) ha toccato livelli che non si vedevano da 12-13 anni a questa parte. Nessuno stupore dunque se la Bce ha annunciato un’ulteriore stretta monetaria e probabilmente porterà a breve i tassi al 4,25%.

Nonostante Jurgen Stark, membro del Comitato esecutivo della Bce, abbia rassicurato in parte i mercati affermando che da luglio non partirà un ciclo di interventi al rialzo sui tassi, in molti (a partire dal Sole 24 Ore di oggi) ricordano che un’affermazione simile di Jean Claude Trichet nel 2005 fu seguita da 8 aumenti dei tassi d’interesse.

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Unicredit: un passo indietro in Sicilia, uno avanti in Polonia

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La delicata vicenda che ha contrapposto i vertici del Banco di Sicilia a Unicredit dovrebbe essersi composta. Sarebbe infatti slittato a lunedì il cda inizialmente previsto per domani e finalizzato anche alla smussatura degli attriti emersi nei giorni scorsi. Secondo quanto riportato da MF sarebbe in partenza il direttore generale Roberto Bertola, che era entrato in carica soltanto lo scorso agosto e che dovrebbe fare spazio a figure interne al Banco.

La stessa fonte riporta la possibilità di un ingresso di Giuseppe Lopes o di Maurizio Scala per la carica di vicedirettore generale. Unicredit non rilascia commenti in proposito, tuttavia se le indiscrezioni fossero confermate l’impressione che si avrebbe sarebbe quella di un sostanziale passo indietro del management di Piazza Cordusio dopo i contrasti dei giorni passati.

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Incertezze di inizio 2008

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Riceviamo da Gentle Shark e con piacere pubblichiamo

Il nuovo anno si apre all’insegna dell’incertezza sulle principali piazze finanziarie del mondo. A far tremare le borse i rinnovati timori che l’economia statunitense entri in una fase di recessione i cui effetti si avvertirebbero probabilmente in tutte le principali economie.

Anche il prezzo del petrolio, giunto per la prima volta nella storia a 100 dollari per barile a causa delle tensioni geopolitiche nel Medio Oriente e delle nuove ondate di violenza in Nigeria e Algeria, ha contribuito ad alimentare i timori degli investitori. Il raggiungimento di questa soglia ha agito in realta’ piu’ come fattore psicologico, visto che i 100 dollari attuali corrispondono, tenendo conto dell’inflazione, ai prezzi dei primi anni Ottanta, con il greggio a 38 dollari.

Resta innegabile il riflesso negativo di questa situazione sui prezzi al consumo, e quindi sull’inflazione, che continua ad inviare segnali preoccupanti sia nel Vecchio Continente, sia negli Stati Uniti. Oltreoceano sono stati i recenti tagli dei tassi ad alimentare la crescita dei prezzi.

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