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El-Erian di Pimco: "Euro, Dollaro o Yen? Come scegliere la maglietta meno sporca"

pubblicato da Administrator in: Valutario Persone Titoli esteri

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Quando parla PIMCO, il gigantesco fondo d’investimento, il più grande nel mercato dei bond, meglio stare a sentire. La Pacific Investment Management Company ha infatti espresso tramite il suo ceo Mohamed A. El-Erian alcune opinioni interessanti sul dollaro, sullo yen e sull’euro.

Partiamo dal dollaro: El-Erian esclude al momento di investire in bond del Tesoro statunitensi, principalmente perché non vede all’orizzonte mosse risolutive da parte del governo Usa in tema fiscale, inoltre si spinge a prevedere una crescita dell’inflazione per i prossimi mesi.

Inoltre ora quei bond costano semplicemente troppo. Interessante il commento finale sulle tre valute di Stati Uniti, Europa e Giappone

El-Erian non è particolarmente ottimista riguardo alle tre principali valute del globo. “Dollaro, Yen ed Euro, hanno tutti dei problemi”.

Dovendo scegliere una valuta nella quale investire, si spinge in una metafora di questo tipo “È come decidere qual è la maglietta meno sporca. Ecco cosa sono diventate le tre valute più importanti del pianeta”

Via | Investment News

L'Euro prende fiato, ma l'Europa appare ancora divisa

pubblicato da Ferry Boat in: Persone & fatti Valutario Banche Politica

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I mercati riprendono fiato stamane dopo le perdite di ieri, tuttavia le tensioni su listini azionari, sul debito sovrano nell’Eurozona e sulle valute sembrano essere giunte soltanto a una tregua. La via crucis verso il 2011 è punteggiata di scadenze spesso coincidenti con le aste di rifinanziamento dei paesi dell’Eurozona, a partire dal Portogallo e dalla Spagna, sorvegliati speciali di questa fase di recrudescenza della crisi europea.

Stamane in attesa dell’asta di titoli del governo del Portogallo, il collocamento di 4,13 miliardi di euro di titoli del debito tedesco a 5 anni (Bobl) era stato anticipato da vendite sul Bund che avevano favorito un restringimento degli spread tra il benchmark tedesco e quelli spagnoli e italiani. Alla fine il Bobl ha registrato una domanda pari a 1,6 volte l’offerta, un rendimento medio di 1,65 punti percentuali e un prezzo medio salito a 100,46: secondo alcuni osservatori la domanda dei titoli tedeschi si sarebbe dimostrata più fiacca del previsto.

Già ieri la tensione sui mercati era salita fino al punto di chiamare in causa lo stesso Jean-Claude Trichet che ha cercato di tranquillizzare i mercati e chiesto anche una maggiore “disciplina verbale” con un chiaro riferimento alle bordate di matrice tedesca che hanno accresciuto notevolmente negli ultimi mesi l’instabilità dell’Eurozona. Alcuni analisti hanno letto dietro queste dichiarazioni del numero uno della Bce la possibilità che la Banca centrale europea intervenga anche nel mercato dei credit default swap.

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Salvataggio irlandese in attesa del resto: mancano ancora però le politiche di sviluppo

pubblicato da Ferry Boat in: Obbligazionario Valutario Banche Politica

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Un sistema globale banco-centrico: gli ultimi effetti della crisi della finanza occidentale rivelano in verità che, dopo i primi interventi emergenziali degli stati in favore delle banche, queste ultime si sono riprese tutto il proprio potere condizionando apertamente le più importanti decisioni dei governi.

Si sbaglierebbe, infatti, a mettere la Grecia e l’Irlanda nello stesso calderone: nel primo caso Ue e altri organismi sovranazionali sono intervenuti sui conti di uno stato, mentre nel secondo essi sono intervenuti sui conti di alcune banche. Era infatti dalle banche e non dai conti pubblici che proveniva il maggior pericolo per il deficit di Dublino, il loro salvataggio, visto a quanto pare unanimemente come irrinunciabile, rischiava infatti di affondare il bilancio pubblico dell’Irlanda intera.

Certamente qualche responsabilità nei confronti di questa crisi ce l’ha anche l’Europa per il semplice fatto di non avere saputo anticipare queste criticità e questi pericoli con i propri test sul sistema bancario promossi dalla Bce tramite il Cebs.

Il dollaro Usa guadagna ancora sulla moneta unica (il cambio EUR/USD scivola a 1,315 in queste ore), in buona compagnia con lo Yen (EUR/YEN a 110,73) e lo Yuan (EUR/YUAN a 8,75) che si apprezzano anch’esse sulla moneta stampata a Francoforte.

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La questione economica irlandese rimette in luce la fragilità politica dell'Unione europea

pubblicato da Ferry Boat in: Obbligazionario Valutario Politica

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I mercati non sembrano poi tanto rasserenati dalle dichiarazioni giunte dopo la riunione dell’Eurogruppo di ieri. Un comunicato ufficiale dell’organizzazione Ue presieduta da Herman Van Rompuy ha espresso apprezzamento per gli annunci del Governo irlandese in merito a nuovi sforzi di consolidamento dei conti pubblici che dovrebbero partire da 6 miliardi di euro nel 2011 e raggiungere i 15 miliardi di euro in quattro anni. I dettagli saranno forniti da Dublino entro la fine del mese e dovrebbero comprendere anche delle riforme strutturali ma qualcosa di meno di una riforma “lacrime e sangue”, come piace oggi dire delle manovre sulla spesa pubblica o sulle entrate. Ammesso che Dublino accetti un aiuto del quale finora ha detto di non avere bisogno.

Di certo finora il governo irlandese, che si trova a dover fronteggiare una crisi delle principali banche del Paese che già è costata ben 45 miliardi di euro, ha saputo difendere le proprie prerogative assai più di quanto non abbia fatto finora Atene o il Portogallo. Per prerogative non intendiamo il diritto a legiferare sugli stipendi dei dipendenti pubblici o sui vari tipi di balzelli, ma lo specifico caso della tassazione irlandese delle imprese al 12,5% che rappresenta poi la leva dello sviluppo irlandese degli ultimi anni. Almeno in questi termini si sono espressi autorevoli esponenti tedeschi.

A guardare i credit default swap di stamane in realtà i principali paesi periferici d’Europa non sembrano comunque tanto sicuri come le dichiarazioni istituzionali vorrebbero sostenere: i cds della Grecia sono cresciuti di 19 punti base a 950 bp, quelli della Spagna di 7 a 266 bp, quelli dell’Italia hanno raggiunto quota 191 bp (+4 bp) mentre quelli del Portogallo hanno toccato quota 430 bp (+2). L’Irlanda ha registrato un balzo di 20 punti base a quota 540 bps. Insomma sul controverso mercato dei credit default swap, che secondo molti critici è scarsamente trasparente in quanto mercato Over the counter guidato da pochi operatori principali e tendenzialmente soggetto alle speculazioni, le incertezze rimangono e si moltiplicano.

D’altra parte l’Unione Europea che non è neanche riuscita ad approvare il proprio budget per il prossimo anno (dovrà limitarsi ai coefficienti dell’anno scorso) e a detta dello stesso Van Rompuy rischia di non sopravvivere agli squilibri nei bilanci di paesi come la Grecia o l’Irlanda. D’altra parte toni e visioni diverse su cosa l’Unione può o non può imporre fra i Piigs non mancano e l’Irlanda già in passato si è mostrata molto determinata a non rinunciare alla propria sovranità. Non è comunque ancora chiaro quali saranno i termini delle contrattazioni fra Bruxelles e i vari governi, quali i risultati degli informali, ma importantissimi, tavoli bilaterali nazionali più o meno palesi che si stanno organizzando.

La Grecia, che in fondo con i propri conti falsificati ha rivelato la fragilità dei sistemi anti-crisi dell’Europa unita, di recente ha pubblicato i propri dati economici che sono stati accolti a Bruxelles come trasparenti e incoraggianti, ma che in pratica impegnano Atene a portare rapidamente il deficit/pil dal 9,4% su livelli più accettabili e comunque entro il 3% del Pil entro il 2014. Papandreou in proposito si è detto ottimista e ha già promesso un taglio di 17 miliardi di euro al deficit nel 2011 e manovre ulteriori. Le richieste europee si muovono in direzione di un ulteriore taglio della spesa pubblica con riforme strutturali a livello di politica tributaria, di mercato del lavoro, di servizi offerti dalla pubblica amministrazione anche nel campo della sanità e degli incentivi alle imprese.

Nel caso del Portogallo l’obiettivo rimane quello di un deficit al 4,6% per il prossimo 2011, da conseguire anche in questo caso con manovre di riduzione del debito. Sul confine di richieste volutamente generiche che però incidono ovviamente sulla tenuta di maggioranze politiche e sulla sovranità degli stati membri dell’Unione Europea si muovono con estrema cautela le dichiarazioni delle istituzioni Ue.

Germania e Gran Bretagna sono i maggiori creditori dell’Irlanda, ma non hanno esitato a promuovere ancora manovre di rigore, mentre le loro banche continuavano a comprare titoli del debito Irlandese (con probabilmente gli annessi cds) e asset locali. In generale sul piano politico rimangono le maggiori perplessità, perché se l’Europa ha voluto dimostrare di avere i mezzi per far fronte a ogni eventuale crisi irlandese, portoghese o greca con pronti finanziamenti (si parla di una cifra di 300 miliardi per i tre paesi), la contropartita chiesta alle nazioni dai conti fragili rimane ancora incerta.

Brian Cowen, premier irlandese, ha ribadito di non avere bisogno di un aiuto europeo e molti ipotizzano che in realtà questo aiuto serva, ma che metta in gioco la sua rielezione già molto in forse.

Angela Merkel, che si è vista bocciare l’ipotesi di una partecipazione dei privati ai piani di salvataggio, promuove un intervento che in seconda battuta porterebbe alla Germania e agli altri paesi (come l’Italia) notevoli interessi sui prestiti nonostante malumori sempre più diffusi nel popolo tedesco per quelli che sono letti come atteggiamenti che premiano dei conti non in regola. In realtà proprio le banche tedesche sono profondamente esposte al debito irlandese e salvando Dublino anche la Germania eviterebbe i duri contraccolpi di un eventuale default irlandese.

Il confine fra finanza pubblica e impieghi privati delle varie banche d’Europa insomma si dimostra molto liquido e l’opinione pubblica in molti casi è l’unico baluardo contro degli interventi visti come sbagliati dal popolo tedesco. Che si tratti solo di un malinteso? Di certo le incertezze fanno crescere i rendimenti ossia i tassi pagati dalle nazioni a rischio sul proprio debito, penalizzano le finanze pubbliche impegnate spesso nel salvataggio di banche private e affossano l’euro, con un vantaggio per le economie esportatrici come la Germania.

Il debito pubblico irlandese, per intero, ammontava a ottobre a circa 89,6 miliardi di euro contro risorse da 750 miliardi di euro che l’Europa potrebbe approntare in una settimana. Sarebbero, però, prestiti da ripagare con manovre invise all’opinione pubblica delle nazioni finanziate. Il cerchio da chiudere rimane quello del salvataggio pubblico di banche private vittime del moral hazard, del conto di Wall Street che passa alla Main Street come si diceva in America qualche tempo fa. Nel frattempo l’Europa appare ancora una volta troppo fragile.

Crisi Ue: dopo la Grecia tocca a Spagna e Portogallo

pubblicato da Ferry Boat in: Obbligazionario Valutario Politica

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Questo revival della crisi finanziaria globale in Europa è legato a doppio filo con la crescente preoccupazione per la tenuta dei debiti sovrani. Le manovre straordinarie dei governi contro gli ultimi terribili anni dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie mai viste prima. Così capita che anche l’Europa veda sotto attacco i propri paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo con l’aggiunta, per qualcuno, dell’Italia.

Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta Eurolandia da certe situazioni a rischio. Già a Davos l’economista Nouriel Roubini aveva affermato che la Spagna era per il Vecchio Continente un pericolo maggiore della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda. Parole assai simili a quelle più recenti del premio Nobel per l’economia Paul Krugman e vicine a quelle del numero uno del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn che ha parlato di crisi molto profonda.

Già dopo l’affaire greco che ha costretto il governo di George Papandreou a presentare rapidamente un duro piano di rientro dalla crisi a Bruxelles la fiducia della comunità finanziaria aveva iniziato in quei giorni a guardare anche alla Penisola iberica. Prime avvisaglie della crisi erano venute con alcuni allarmi delle agenzie di rating sul debito sovrano del Portogallo. A chi ha cominciato a ricordare che la peggiore crisi immobiliare d’Europa è in Spagna e non in Grecia e a paventare un altro attacco all’Eurozona da quel versante, Madrid ha risposto come Lisbona: “La nostra situazione è diversa da quella della Grecia”.

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Gli scenari piu' probabili per il 2010? Borse su bond giu'

pubblicato da AleOne in: Varie !!! Commodities Obbligazionario Valutario Azioni Italia

I mercati sono stati bombardati nelle ultime settimane dell’anno da segnali, principalmente provenienti dal fronte macroeconomico, che lasciano ben sperare per una uscita dalla crisi in modi e tempi probabilmente migliori rispetto a quelli ipotizzati solo pochi mesi orsono.
E’ vero che certi indizi sono a prima vista contraddittori, basti pensare ai recenti dati sul mercato immobiliare Usa (le vendite di abitazioni esistenti a novembre sono state pari a 6,54 milioni di unita’, nettamente superiori ai 6,09 milioni del mese precedente e ai 6,25 milioni del consensus mentre le vendite di abitazioni nuove sempre nel mese di novembre sono state pari a 355mila unità, dato annualizzato, molto al di sotto delle attese di 440mila unità), tuttavia in media le indicazioni che si ricevono dal mondo esterno puntano più o meno nella stessa direzione: la recessione è finita, gli Usa nel 2010 potrebbero tornare a crescere anche del 4%, la Cina, altro motore dell’economia globale, almeno del doppio.
Anche l’Italia nel suo piccolo non rimane a guardare: dopo cinque trimestri in rosso il terzo trimestre del 2009 ha mostrato una crescita, secondo l’Istat, dello 0,6% rispetto al precedente, un dato che permette di guardare con fiducia al futuro pur consapevoli che la strada da fare per tornare ai livelli pre crisi è molto lunga (su base annua, nonostante il rimbalzo, il calo è ancora del 4,6%). E negli Usa non solo revisioni migliorative del Pil atteso, dati sulla fiducia, dati sui consumi e sui redditi fanno sembrare sempre più vicina l’uscita dal tunnel.

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Per la crisi ricette diverse a cavallo dell'Atlantico

pubblicato da Ferry Boat in: Persone & fatti Valutario Assicurazioni Politica

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Nel contrasto tra chi ritiene che il peggio sia passato e chi pensa che la crisi non sia ancora al culmine si inseriscono sempre più spesso visioni politiche, vecchi pilastri dell’economia globale, alleanze trasversali, strategie nuove per il way out. Pulsioni contrarie si registrano fra le due sponde dell’Atlantico e Ben Bernanke, “rispettosamente” in disaccordo con il cancelliere tedesco Angela Merkel, chiede a Washington maggiore rigore sul deficit dopo le spese folli in chiave anti-crisi. Al contrario Berlino fa pressioni sulla Bce perché tenga ancora una volta fermo il timone della politica monetaria Ue contro le tentazioni oltranziste e un po’ scialacquatrici d’Oltreoceano e d’Oltremanica: l’indipendenza delle banche centrali di tutto il mondo dalla politica è un bene da tutelare.

D’altra parte fin dall’inizio è stato chiaro a tutti che la Fed o la Banca d’Inghilterra avevano un atteggiamento totalmente diverso da quello della Bce. Bernanke (numero uno della Federal Reserve) ieri ha sottolineato l’importanza del controllo del deficit Usa, uno dei fattori che maggiormente allarmano i mercati internazionali e che quest’anno potrebbe raggiungere gli 1,85 trilioni di dollari. Il debito pubblico Usa, come noto, con i nuovi interventi potrebbe raggiungere il 70% del Pil americano nel 2011: questa montagna di debiti era forse inevitabile per Bernanke, ma adesso bisogna cominciare a tirare la cinghia e la Fed non stamperà moneta per togliere dai guai la Casa Bianca, anche perché sarebbe un ulteriore segnale di sfiducia ai mercati e questo Washington non se lo può permettere.

Dopo le indicazioni in tal senso della Cina, le ultime dichiarazioni del presidente russo Dimitri Medvedev su una nuova moneta internazionale composta da un mix di valute e meno vulnerabile alle oscillazioni del dollaro non sono da sottovalutare. Lo yuan e il rublo potrebbero entrare in un nuovo Olimpo valutario che vedrebbe accanto al dollaro, alla sterlina, allo yen e all’euro i nuovi rappresentanti monetari di Pechino e Mosca. L’ipotesi potrebbe trovare un certo appoggio anche in Medioriente e fra i paesi danneggiati dalla recente volatilità del dollaro: l’Iran che chiede una moneta diversa dal dollaro per la compravendita di petrolio non è in fondo tanto lontano dalle posizioni di Russia e Cina. Sarebbe quindi una svolta epocale che segnerebbe anche uno spostamento dei baricentri di potere verso le economie emergenti.

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Hedge fund: Geithner vuole vederci chiaro

pubblicato da Ferry Boat in: Persone & fatti Valutario Politica

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Le proposte di Timothy Geithner, segretario del Tesoro degli Stati Uniti, sui nuovi poteri da dare al suo Dipartimento, alla Federal Reserve e alla Fdic potrebbero porre una pietra miliare nel sistema finanzario mondiale. Tutte quelle misteriose e minacciose entità come i derivati o gli hedge fund potrebbero finalmente essere regolamentate in maniera più rigida e, in questo modo, divenire più trasparenti agli occhi del mercato, che, a torto o a ragione li accusa oggi di essere fra i colpevoli della crisi.

I gestori degli hedge fund, ossia dei fondi speculativi che ormai nel mondo muovono capitali degni di piccole nazioni e spesso operano facendo leva su forti debiti, potrebbero a breve entrare nel novero dei controllati della Sec, la Consob statunitense. Questa una delle proposte di Geithner che, però, si trova anche in una difficile situazione.

In questi giorni gli hedge fund sono stati al centro di accese critiche perché si è scoperto che i primi 25 manager di questo settore da soli hanno guadagnato circa 11,6 miliardi di dollari nel 2008. La classifica, rimbalzata dalla rivista Alpha alla comunità finanziaria, rivela che James Simons, della Renaissance Technologies, è riuscito a guadagnare 2,5 miliardi di dollari l’anno scorso. John Paulson, dell’omonima società finanziaria, ha invece incassato 2 miliardi di dollari.

Certo sono stati bravi: in media gli hedge americani sono andati molto male l’anno scorso, mentre Reinassance ha guadagnato l’80% e Paulson ha scommesso in anticipo sulla crisi dei mutui subprime. Nella classifica spunta anche il celebre finanziere George Soros che invece che sull’andamento della sterlina questa volta ha saputo lucrare sull’andamento del dollaro. Per quanto “bravi” che siano, però, questi uomini attirano oggi la rabbia delle masse.

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Bce: tassi al 2% ma i pericoli sono ancora troppi

pubblicato da Ferry Boat in: Obbligazionario Persone & fatti Valutario Politica

Indietro tutta. Con il taglio del tasso di riferimento al 2% Jean Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha riportato il costo del denaro dell’Eurozona ai livelli del 2003. Si tratta di una manovra ampiamente scontata dal mercato nei giorni passati, ma che comunque indica bene le preoccupazioni dell’Eurotower per la crisi in corso.

In questi mesi “le tensioni si sono sempre più riversate dal settore finanziario all’economica reale”, ha evidenziato Trichet. Tutti i segnali indicano un forte rallentamento dell’economia dell’Eurozona e del mondo. La Bce ha, però, l’intenzione di monitorare ancora con molta attenzione l’andamento dei prezzi. La svalutazione delle materie prime che ha alleggerito le pressioni inflazionistiche ponendo le condizioni per una futura ripresa. Verso la fine del 2009 i prezzi delle commodities dovrebbero però ricominciare a crescere. Nel guado si ritrova il pericolo di un’inflazione troppo bassa a metà dell’anno con il pericolo di una successiva fiammata dei prezzi: una circostanza che la Bce vuole evitare.

Trichet non ha negato la possibilità di ulteriori tagli al costo del denaro, anche se, è probabile che una simile decisione non venga presa a febbraio per lasciare all’economia il tempo di reagire. Lo scenario rimane, comunque, fortemente incerto.

Fra gli osservatori nessuno si nasconde che il differenziale con i tassi statunitensi è ancora troppo alto - a due punti percentuali visto che i tassi Usa sono stati azzerati - tuttavia, secondo Trichet, bisogna assolutamente evitare la cosiddetta trappola della liquidità, ossia la situazione in cui un livello troppo basso dei tassi d’interesse scoraggia i risparmiatori dall’investimento in titoli inducendoli a mantenersi liquidi.

Nella manovra odierna della Banca centrale europea rimane, però, da evidenziare un altro punto. Il taglio più vigoroso della Bce è stato, infatti, quello ai tassi sui depositi che sono scesi all’1 per cento.

Si tratta di una manovra che vuole incoraggiare le banche a riversare il loro denaro sulle imprese e nell’economia Ue. Uno dei più grandi problemi dell’attuale congiuntura e degli interventi pubblici in questo periodo è, infatti, quello di garantire che i finanziamenti al mondo del credito si travasino nell’economia reale e non vengano catturati e trattenuti dalle banche in crisi. Il finanziamento alle imprese è, infatti, peggiorato in molti casi nonostante le palate di soldi garantite dalle istituzioni agli attori del mercato. Senza credito a imprese e famiglie la traiettoria della crisi è però destinata a trasformarsi in una frusta che finirebbe per colpire anche le banche. Un’altro scoglio che i timonieri dell’economia devono assolutamente evitare.

L'Europa rallenta, Italia in recessione

pubblicato da Ferry Boat in: Notizie Valutario Politica

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Ombre scure sull’Europa. L’ultima tornata di rilevazioni del Prodotto interno lordo, ossia della ricchezza creata dalle varie economie nazionali del Vecchio Continente, conferma infatti i timori di un allargamento all’economia reale della crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti e allargatasi ormai al mondo intero.

Il Pil italiano ha registrato oggi una flessione del nostro prodotto su base trimestrale di circa 0,5 punti percentuali (fonte Istat). Su base annua la flessione sale allo 0,9 per cento. Visto che già il secondo trimestre del 2008 era stato caratterizzato da un rallentamento del Bel Paese dello 0,4 per cento, l’Italia entra ufficialmente in recessione tecnica.

Una fase di rallentamento che purtroppo si diffonde a macchia d’olio nelle economie dei paesi industrializzati. In Europa già ieri la Germania, con una flessione dello 0,5% nel Pil del terzo trimestre che seguiva un calo dello 0,4% nel secondo trimestre del 2008, era entrata in recessione tecnica.

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