
Continuano le grandi manovre a Lodi. La Banca Popolare Italiana ha dato un colpo d’acceleratore sulla razionalizzazione della propria struttura interna: la fusione già anticipata in passato dall’ammministratore delegato del gruppo Divo Gronchi accorcerà la catena di controllo incorporando le due controllate Reti Bancarie e Bipielle Investimenti. I dettagli dell’operazione sono in un comunicato di oggi che prevede un aumento di capitale sociale da 212 milioni di euro circa nel caso di Reti Bancarie e da massimo 124 milioni di euro in Bipielle. Il concambio fra le azioni di Bipielle e BPI sarà di 5 azioni della prima per sei della seconda; ogni azione di Reti Bancarie varrà invece 5 azioni di Bpi.
È solo l’ultima operazione che fanno a Lodi. Già ieri era stata comunicata al mercato la delibera del Cda per l’aumento di capitale da 720 milioni di euro. Garantisce Mediobanca. Una cifra del genere servirà a mantenere dei ratios patrimoniale adeguati per il corrente esercizio: il Tier 1 che Gronchi prevede a fine anno è del 7%.
Novità si registrano sul fronte della Barilla.
Un bel pezzo di Marigia Mangano sul Sole 24 Ore di oggi evidenzia che si potrebbero aprire fratture fra la Bpi e il colosso parmigiano della pasta. Barilla avrebbe infatti intenzione di svalutare nel bilancio la sua partecipazione del 51% in Kamps, il gruppo tedesco acquistato nel 2002. L’entità di questa svalutazione potrebbe aggirarsi sul 40% e potrebbe portare quest’annno in perdita l’azienda parmigiana. La cosa riguarda Lodi perché influenzerebbe le politiche dell’Istituto di Divo Gronchi in merito a quell’opzione put che Bpi ha sul 41% della Kamps in mano a Barilla. Morale della storia c’è il rischio che se Kamps vale sempre meno anche Bpi ci perda qualcosa. Bisogna però considerare che l’opzione scade nel 2010 e da allora a oggi è difficile che i due vecchi alleati non trovino un accordo.Nessuna novità invece sul fronte della Magiste di Ricucci e di quel 14,9% di Rcs che questa ha in pegno presso la Banca Popolare Italiana a garanzia di un’esposizione che sfiora i 700 milioni di euro. L’ipotesi del concordato, fortemente voluta dei legali della holding che l’estate scorsa ha provato la scalata al Corrierone, sembra sempre più lontana e i giudici sembrano orientati a chiedere l’iter fallimentare, ma la voragine da 1,4 miliardi spaventa un po’ tutti. Bisogna inoltre considerare che si tratta di una scatola sparpagliata fra l’Italia e una serie di paradisi fiscali in giro per il mondo e questo complica molto le cose.