All’Anas è scoppiato il patatrac. Di Pietro, il nuovo ministro delle infrastrutture, si è messo a smontare i bilanci dell’Anas, la società che gestisce la manutenzione e la costruzione delle nostre strade. Il risultato, riassunto suona più o meno così: “ci sono ipotesi da valutare sotto l’aspetto delle false comunicazioni sociali e del falso in bilancio per la parte penalmente rilevante, ma abbiamo anche un patrimonio netto che è meno dell’indebitamento, e quindi si impone a chi andrà ad amministrare di portare i libri in Tribunale”.
Insomma la società che già pochi giorni fa aveva dichiarato di essere in crisi finanziaria sembra che abbia rivelato una gestione “allegra” del denaro pubblico e che, oltre a questioncine come quella di consulenze indebite per tre milioni di euro pagate a ex-amministratori che non si volevano ritirare (ipotesi di peculato), rivela anche uno spostamento alla leggera di miliardi che erano destinati alla realizzazione di opere pubbliche. In particolare, secondo quanto dichiarato dall’ex giudice di Mani Pulite, fra il 2001 e il 2002, quando l’Anas fu trasformato da Ente pubblico in Spa, una somma di circa tre miliardi e mezzo sarebbe stata destinata a un duplice scopo e, mentre era impegnata per opere “in corso”, con essa si sarebbero progettate altre opere. Da questo errore sarebbe nato il buco nei conti dell’Anas che in questi giorni ha fatto parlare di innalzamento delle tariffe autostradali per evitare la chiusura dei cantieri.
Le sue dure accuse Antonio Di Pietro le ha riferite a una Commissione parlamentare, ne ha poi informato il Ministro dell’Economia, la Corte dei Conti e infine la Procura della Repubblica. La cosa che più stupisce è il fatto che si possano palleggiare con tanta leggerezza 3,5 miliardi di euro di denaro pubblico, così, mentre la posizione del management si fa sempre più difficile, noi ci chiediamo quante altre brutte sorprese possano rivelare i conti pubblici.