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De Benedetti, Enel e il pettegolezzo che non convince

Pubblicato: 29 giu 2006 da Ferry Boat

Commenti dei lettori

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La segnaliamo? La segnaliamo. L’ipotesi di Dagospia (e non solo) è sia inquietante, che stuzzicante. Carlo De Benedetti patron dell’Espresso e di molte altre cose fra cui Energia Spa, potrebbe essere interessato a una quota di Enel in amno allo stato. Una quota piccola piccola s’intende, ma se si considera che una quota pari a solo l’1% di Enel vale attualmente 410 milioni circa si capisce che anche un piccolo ingresso è impegnativo.

Lì per lì infatti l’ipotesi, smentita sembra dagli interessati, ci è sembrata una battuta, poi abbiamo letto tutto l’articolo e ancora adesso ci sembra francamente al di sopra delle possibilità dell’Ingegnere e al di sotto delle intenzioni del Governo. Oltre tutto Cir, la holding di De Benedetti, ha in cassa circa 300 milioni di liquidità soltanto. Due-tre cose però le vorremmo aggiungere.

Verissimo, il Governo deve fare cassa. Verissimo, le privatizzazioni sono uno stratagemma sempre più diffuso e, soprattutto, per nulla ignoto alla sinistra italiana (ahimé). Anche Prodi ha un passato glorioso in questo campo e quindi – come dire? – l’atmosfera c’è. Pensiamo pure che molti ci guadagnerebbero da un’apertura dell’azionariato di Enel a nuovi soggetti che, come spesso capita, avrebbero in mano un potere anche maggiore di quello effettivo perché la controparte pubblica spesso incassa le cedole e non molto di più.

Altrettanto datata la vexata questio delle partecipazioni in Terna e del monopolio quasi reale di Enel, anche se parlarne ancora oggi non è proprio lo stesso che parlarne qualche anno e fa e il settore energetico è, pur fra mille ritardi, sicuramente in fase di liberalizzazione avanzata ai diversi livelli della filiera. Che poi spesso a un grosso monopolista pubblico se ne siano sostituiti diversi piccoli ugualmente pubblici è un’altra storia che abbiamo anche già raccontato.

Il punto è un altro: ammesso che se si vendano gli immobili dello Stato (e spesso si svendono addirittura), non si capisce perché non si possano vendere le partecipazioni azionarie. Rimane il nodo della convenienza dell’operazione. Ma come? Enel cresce, fa affari, compete con colossi europei e spartisce dividendi da capogiro alla Repubblica e noi la vogliamo vendere a un privato? E poi diciamoci anche un’altra cosa: di flottante Enel ce n’è in abbondanza: perché un eventuale nuovo socio forte non dovrebbe comprare le azioni sul mercato? O si vuole organizzare un’altra svendita miope come quella di Autostrade o di Telecom? Forse però facciamo i conti senza l’oste Padoa Schioppa che qualcosa, se vogliamo rimanere in Europa e non essere declassati dalle banche d’affari (come Goldman Sachs), dovrà pur farla.

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1 commento

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  • cesant

    30 giu 2006 - 09:40 - #1
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    sul fatto delle privatizzazioni si deve però dire che se lo Stato uscisse da Enel e non incassasse più le ricche cedole allora avrebbe interesse a farsi portatore di una politica di riduzione dei prezzi (sia essa per riduzione dei costi di gestione o per nuovi investimenti). e se DeBenedetti vuole comprare che lo faccia sul mercato… evitiamo un nocciolo duro alla Telecom dove chi aveva lo 0,5 voleva fare la voce del padrone