Venerdì scorso anche Pirelli Tyre, il ramo “pneumatico” dell’impero di Marco Tronchetti Provera ha gettato la spugna e rinunciato alla quotazione. Nello stringato comunicato con cui la società ha dato il suo arrivederci a Piazza Affari si legge che l’Ipo non avrebbe adeguatamente valorizzato la società e che, comunque, la holding Pirelli & C ha risorse sufficienti ad affrontare i problemi con i soci uscenti da Olimpia, la società che, a valle della catena di controllo impostata da Tronchetti, possiede Telecom. In realtà tutti sanno che ai quasi 800 milioni che si sarebbero dovuti incassare con la quotazione delle gomme, il buon Tronchetti Provera ha dovuto rinunciare per forza. Le banche d’affari avevano chiesto sconti sempre maggiori sul collocamento e l’ultima ipotesi arrivava a 6,6 euro per azione contro un prezzo minimo nella forchetta giunto a 7,4 euro per azione: in totale Pirelli Tyre avrebbe avuto così una capitalizzazione da 1,7 miliardi, troppo poco secondo management e azionisti.
La parabola (discendente) di Pirelli non è però la sola vista fra le matricole di Palazzo Mezzanotte: solo quest’anno hanno già dovuto rinunciare al debutto 3Italia, Italtel, Api e Value Partners. Ma è stata davvero una perdita per gli investitori? Una ricerca divulgata da Corriere Economia di oggi rivela che troppo spesso le quotazioni dell’ultimo anno si sono rivelate un affare più per le banche che per gli azionisti. Dallo studio affidato a Ipo World emerge che delle 20 società sbarcate in borsa nell’ultimo anno il 55% era in conflitto d’interessi con le banche che ne curavano la quotazione, si trattava in pratica, delle stesse banche presso cui si erano indebitate. Insomma si volevano scaricare i rischi sugli investitori.
Curioso osservare anche che le 20 neoquotate hanno raccolto con l’Ipo 4,461 miliardi di euro complessivi a fronte di un aumento di capitale per 1,2 miliardi. Dal collocamento hanno complessivamente bruciato 1,45 miliardi, una cifra molto vicina agli 1,75 miliardi che rappresentano il totale del debito finanziario netto di queste matricole.L’impressione è quindi quella che la gran parte dei soldi ricavati dal debutto a Piazza Affari sia servita a pagare dei debiti precedenti e delle esposizioni finanziarie. In borsa questo atteggiamento è stato ripagato con ribassi anche notevoli e si può calcolare che il 45% di quelle 20 matricole dell’ultimo anno ha perso rispetto al prezzo di collocamento. La regina italiana del collocamento è stata Mediobanca che, col 36,2% del mercato, si è garantita il primo posto assoluto fra gli accompagnatori nel debutto a Piazza Affari. A questa logica che sembra garantire l’utilizzo del mercato come stratagemma per ripianare i debiti verso le banche scaricandoli sugli investitori non sembra sfuggire neanche l’ultimo esempio di Pirelli Tyre. Pirelli aveva, infatti, dichiarato da subito che il denaro racimolato dalla quotazione sarebbe servito a risolvere i problemi in Olimpia, ancora una volta si raccoglie per sistemare i propri affari. Osserviamo che, anche in Olimpia, Marco Tronchetti Provera ha debiti nei confronti, oltre che di Hopa, di quel pool di banche che adesso vuole uscire dalla holding di Telecom. Insomma alla fine sembra sempre la stessa storia.
cesant
03 lug 2006 - 12:23 - #1il ns sistema è bancocentico.. i rischi sono elevati per i piccoli investitori, che a volte sembrano non aver capito nonostante le scottature varie di Cirio, FinPart, Parmalat, TangoBond..
per aderire ad un’ipo ognugno si dovrebbe chiedere: è una OPS o una OPV? se è la seconda non andate oltre, se è la prima entrate nel merito.. con la Ipo di SARAS i Moratti (e le banche’) hanno incassato 1,5 mld, chi ha comprato ha perso un bel pò! è solo un esempio, ma significativo