L’Italia ha i conti in rosso. Il debito pubblico è al 106,4% del Pil: praticamente una palla di piombo al piede di un Paese che fatica a ripartire. Non bisogna però fare scelte avventate, in alcune cose abbiamo le mani legate. Ecco quanto ha detto alle commissioni delle Finanze oggi il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, che ha parlato di privatizzazioni e debito pubblico e ha messo dei puntini sulle i.
Certo molto è stato fatto da quando nel 1994 il debito pubblico era al 121% del Prodotto interno lordo, ma da allora, secondo il ministro dell’Economia, molte cose sono cambiate. Le privatizzazioni concluse hanno portato in cassa ben 96 miliardi di euro e hanno interessato le partecipazioni in 28 aziende. Praticamente l’Italia è quella che ha ricavato di più al mondo dalla cessione dei suoi asset dopo il Giappone. Se poi si considera il minore stock di debito che è derivato da queste operazioni, valutabile in 28 miliardi cumulati al 2005, si raggiunge la cifra di 125 miliardi di euro. Un fiume di denaro che però non riesce a tenere a galla i nostri conti, anche perché adesso le partecipazioni in mano allo Stato sono di altro calibro e rilevanza.
Lo Stato ha ancora in portafoglio, proprio per mezzo del ministero dell’Economia quasi il 50% di Alitalia, il 21,4% di Enel, il 20,3% di Eni, il 33,8% di Finmeccanica. A queste partecipazioni devono essere aggiunti il 70% di Cassa Depositi e Prestiti, il 100% di Ferrovie dello Stato e il 65% di Poste Italiane. Tutte società che secondo Padoa Schioppa non sono privatizzabili “come la siderurgia o le banche”. Infatti, se per esempio lo Stato abbassasse la sua quota in società come Eni o Enel, queste diventerebbero contendibili e qualcuno potrebbe lanciare un’opa. Lo stesso vale per gran parte delle società sopra menzionate.
È da queste considerazioni che il ministro dell’Economia deduce che “la lunga stagione in cui le privatizzazioni di aziende pubbliche era imposta dall’urgenza dei conti pubblici si debba ritenere chiusa”. Il messaggio che viene da via XX settembre insomma è questo: non possiamo più permetterci di agire sul patrimonio per attuare il risanamento dei conti pubblici, ma dobbiamo per forza di cose mettere in moto meccanismi di “correzione della spesa” e aumentare la competitività del Paese valorizzando anche gli asset che lo Stato ancora controlla.
Duri attacchi sono stati indirizzati al precedente Esecutivo, con una condanna della “finanza creativa”, che non avrebbe saputo avviare le necessarie riforme strutturali del sistema, e con il richiamo alla necessità di “fare i conti che in passato non sono stati fatti”. Insomma Tremonti bocciato. Ma riuscirà questo Governo a passare l’esame?
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