Per ora si guardano sicuramente in cagnesco anche se non lo ammetterebbero mai. Mercati e banchieri centrali negli ultimi mesi hanno preso strade nettamente separate e l’ondata di strette monetarie ha sicuramente portato male a borse e bond. Un po’ di respiro l’ha dato solo la scorsa settimana Bernanke, della Fed americana quando, sul dato negativo del Pil statunitense fatto capire di non volere più alzare (per ora) i tassi.
Oggi invece la Bce ha alzato i tassi d’interesse al 3%: una mossa scontata che però ha portato il dollaro a un ribasso sull’euro e ha portato un brivido sulle borse. Il timore al solito sono le nuove tensioni geopolitiche i loro effetti sul petrolio, sull’inflazione, sulla crescita. La paura per l’inflazione è di medio periodo, come emerge anche dallo scenario dipinto dal presidente della banca centrale europea che ha dichiarato di vedere un’inflazione stabile sopra il 2% sia durante questo, sia durante il prossimo anno (a luglio è stata del 2,5%): in tale prospettiva ha promesso nuove strette monetarie, pur senza precisarne il numero o la portata.
Brividi hanno percorso i mercati azionari che hanno registrato delle flessioni. Quasi nessuna reazione per i titoli di stato europei che evidentemente avevano già metabolizzato la prevista manovra restrittiva di Trichet. I titoli di stato del Regno Unito hanno invece reagito peggio all’inaspettato rialzo al 4,75% dei tassi da parte della Bank of England (che ha però favorito un recupero della sterlina): il benchmark decennale ha perso 58 basic points e il quinquennale 36.
A Francoforte, infine, si ritiene che il mercato immobiliare vada abbastanza bene e che la liquidità sia ancora sufficiente a sostenere la crescita. Un elevato costo del denaro dovrebbe continuare a essere sostenibile. Prevista per il prossimo anno anche una crescita moderata del costo del lavoro e dei cambiamenti della fiscalità indiretta, la cui crescita è fonte di preoccupazioni per Francoforte: tutto ciò avrà, nello scenario della Bce, un effetto sui prezzi. Per questo il buon Jean Claude ha anche chiesto alle parti sociali di essere responsabili perché prezzi e salari sono cresciuti più velocemente del previsto.
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