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Tassi Usa fermi al 5,25%. Retroscena del Fomc ed attese dei mercati

Pubblicato: 09 ago 2006 da AleOne

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Dopo più di due anni di rialzi dei tassi di interesse la Federal Reserve ha deciso di non procedere all’aumento di 25 punti base che il mercato, fino a poche settimane fa, si aspettava. La banca centrale degli Usa, prima sotto la guida di Greenspan, poi sotto quella di Bernanke, nelle ultime 18 riunioni del Fomc (da giugno 2004) con una serie di aumenti di un quarto di punto e con un incremento complessivo 425 punti base ha portato il tasso dall’1%, minimo degli ultimi 40 anni, richiesto dalla crisi economica, all’attuale 5,25%.
Nel comunicato il Fomc giustifica la decisione con il fatto che la crescita e le pressioni inflazionistiche sono in calo. Sostanzialmente, quindi, la Fed non ha azionato il freno monetario ancora una volta per non aggravare anche il rallentamento in atto dell’economia. Bernanke ha sottolineato che comunque la pausa “non significa necessariamente la fine della stretta monetaria” e che si continuerà a “vigilare attentamente”.
Tale decisione, comunque, non è sicuramente stata facile per il Fomc, come dimostrato dal fatto che l’assemblea dei presidenti federali della Fed ha perso l’unanimità riguardo alla politica monetaria da seguire. Il Presidente della Fed di Richmont, Jeffrey Lacker, ha votato contro la decisione e strenuamente sostenuto la necessità di un nuovo rialzo. Effettivamente le autorità monetarie sono come si suole dire prese tra l’incudine ed il martello: da un lato l’economia rallenta (e la cosa è sottolineata da vari dati macroeconomici) mentre dall’altro l’inflazione non diminuisce affatto. La diminuzione del costo della vita citata da Bernanke, infatti, non è effettiva, ma attualmente solo una previsione degli esperti della banca centrale.

Il dilemma traspare anche riguardando i passati pronunciamenti di Bernanke, decisamente contraddittori. Già il 27 aprile, di fronte al Congresso, egli disse che la Fed avrebbe potuto fermare i rialzi anche se forse i rischi di inflazione “non (erano) ancora completamente bilanciati”. Un forte dato sul caro vita sono stati all’origine di un forte discorso anti inflazionistico il 5 giugno; nella successiva audizione al Congresso, il messaggio fu nuovamente quello di una pausa.
La Federal Reserve si trova di fronte ad un bivio e deve decidere quale battaglia combattere: quella contro lo slowdown economico o quella contro il rialzo dei prezzi. Sarebbe infatti molto difficile cercare di “barcamenarsi” su entrambe i fronti e probabilmente non si otterrebbe soluzione per nessuno dei due problemi: piccoli rialzi sporadici non frenano il caro-vita ma sono comunque negativi per gli investimenti e la domanda (soprattutto da parte delle aziende).
Personalmente riteniamo che in questo momento combattere contro l’inflazione sia troppo difficile dal momento che la Fed non ha le armi appropriate e necessarie per farlo. La corsa dei prezzi è alimentata da caro-greggio, una variabile esogena contro cui una stretta monetaria può poco. Garantire, invece, un cosiddetto “atterraggio morbido” al calo della crescita Usa è più facile e sarebbe decisamente più utile. Nell’ultimo trimestre l’espansione del Pil è stata al 2.5%, in netto calo rispetto al +5.6% dei primi tre mesi dell’anno e - stando a quanto Bernanke ha detto di fronte al Congresso – le previsioni indicano che in luglio-settembre si resterà sui livelli dello scorso trimestre.
Anche i mercati faticano a decidersi tra uno scenario fatto di nuove strette monetarie ed un altro più favorevole alla crescita economica. I contratti futures scambiati sul Chicago Board of Trade con scadenza a Dicembre, infatti, attualmente prezzano una probabilità pari al 53% che entro il prossimo Capodanno ci sia un rialzo di 25 punti base.

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