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Finanziaria, un bilancio difficile

Pubblicato: 06 set 2006 da Popi

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Una cosa positiva, va detto, c’è: nel dibattito di questi giorni è scomparsa la litania dell’evasione fiscale. Dalla quale ricavare il numero di miliardi giusti giusti per far tornare i conti, messi a bilancio prima ancora di capire in che modo questa volta sarà diversa dalle altre. Il fatto che questa volta la lotta all’evasione fiscale sia assente dalle promesse, potrebbe voler dire che qualcosa si farà.

I trafelati funzionari di Fitch sono piombati tutti preoccupati al ministero del Tesoro per fare il punto con il sottosegretario Massimo Tononi e con i vertici della Ragioneria e del Debito. Tutti in allarme.
Il capo economista Jean Philippe Cotis dell’Ocse ha esortato ad “approfittare della buona congiuntura per risanare i conti”, senza cedere alla tentazione alleggerire la stretta solo perché c’è più crescita del previsto. C’è da dire che la previsione dell’Ocse, così come rivista ieri, ipotizza un +1,8% per la fine dell’anno, mentre il governo stima un +1,5%. In teoria, perciò, le parti dovrebbero essere rovesciate.


In ogni caso, mancano di nuovo i soldi e di nuovo si torna a parlare di tagli alla previdenza. E le voci si rincorrono in ogni direzione: spostare l’età pensionabile a 62 anni. No, a 59, per arrivare in crescendo allo “scalone” di Maroni. Anzi, spostiamola subito a 60, anticipando Maroni. E poi c’è tutta la partita del Tfr, che dovrebbe confluire in un modo o nell’altro nella previdenza complementare. E ricomincia il gioco delle tre carte. Quando l’unica vera riforma, quella dal sistema retributivo a quello contributivo, zoppica. Non è ancora vero che l’Inps paghi le pensioni di oggi con i soldi di ieri. La previdenza complementare è una stampella che risolve il nodo di questo passaggio sacrificando il Tfr dei contribuenti.

È evidente che è necessario rispettare il patto di stabilità, che è sostanzialmente l’unico reale pilastro dell’unità monetaria europea. È anche bene evitare un declassamento delle agenzie di rating. La fuga dal mercato obbligazionario italiano sarebbe consistente e difficile da quantificare; ne risentirebbe la liquidità tanto necessaria agli investimenti, sia per la parte pubblica che per quella privata.
Ma è vero anche il contrario: mentre le stime di crescita stanno salendo e sono comprese ora tra l’1,5 e il 2%, la Germania fa il 2,2% di Pil , la Francia il 2,4% e il Regno Unito il 2,8%.

È pericoloso e non indirizza il problema avvantaggiarsi della magra soddisfazione di un risultato migliore dell’atteso per comprimere ancora i consumi allo scopo di sistemare il bilancio. Dobbiamo salvare il bilancio, ma teniamo presente che il bilancio non ci salverà.
Proprio oggi il Cnr ha pubblicato il rapporto sullo stato sociale 2005-2006. L’evocativo titolo dello studio è “emergenza welfare”. E l’allarme è il solito: la distanza crescente tra il Nord e il Sud. Dispersione scolastica, abbandono, percorsi accidentati e le peggiori performance negli studi dell’area Ocse. Un disagio che pesa soprattutto tra i 9 e i 14 anni, ponendo i ragazzi del Sud e delle isole a una media di punteggio in matematica di 428 e 423, contro il 466 dell’Italia e il 489 dei Paesi Ocse; in lettura il sud è a 445, le isole a 434, l’Italia a 476 l’Ocse a 488.

Prendiamo un altro dato: solo il 5,1% delle residenze sanitarie per anziani è al Sud, contro il 70,4% del Nord e il 24,6% del Centro. La percentuale di anziani residenti in ospizi e case di riposo in Italia meridionale è più dello 0,52%, contro una media nazionale di 1,36 e un picco nel Nordovest di 1,88. Sono solo due indicatori di una situazione fin troppo nota e persino abusata.

Ma quale produttività potrà mai aumentare in queste condizioni? Occorre puntare su investimenti e crescita, tornare alla buona vecchia politica keynesiana che negli Usa ha dato tanti frutti negli ultimi anni. Una cosa è vera: non basta la crescita a recuperare gli squilibri di bilancio. Facciamo due conti. Quanto vale un punto percentuale di crescita per le casse dello stato? Il prodotto interno lordo realizzato nel 2005 è stato di 1417 miliardi di euro. L’uno per cento di questa cifra è 14 miliardi di euro. Tassato complessivamente diciamo al 30% fa 4 miliardi di euro. Il che è già un bel correttivo per le casse dello Stato. D’accordo, non è sufficiente, ma i conti in regola da soli non possono far ripartire il Paese.

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2 commenti

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  • lucio

    07 set 2006 - 09:48 - #1
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    perchè nessuno parla dei tagli che farà prodi? in quale settore saranno?
    quanto alle differenze tra nord e sud l’unica soluzione è il federalismo!!!!

  • petrolio_investitori1

    11 set 2006 - 13:44 - #2
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