Un tizio si butta dal decimo piano e mentre precipita comincia a contare le finestre che gli scorrono di fronte mormorando fra sé: “Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene”. Ve lo ricordate? È l’inizio di un film francese di qualche anno fa dal titolo “L’Odio”.
Bene, più o meno la stessa domanda, lo stesso dubbio, frulla questo periodo nella testa di molti osservatori dell’economia statunitense. Il Pil a stelle e strisce è in calo, ciò ha arrestato la fila di rialzi del tasso d’interesse determinato dalla Fed e qualcuno adesso si chiede: “Ok, le cose vanno maluccio, siamo in calo. Atterremo sul morbido o ci sarà lo schianto di una recessione?”. Un dubbio più che legittimo che il dato sulla bilancia commerciale degli States, in deficit a luglio per 68 miliardi di dollari con un peggioramento di 5 punti percentuali, non alleggerisce, anzi.
Considerando che in media l’economia degli Stati Uniti ha un ciclo periodico di cinque anni il problema adesso è vedere se il rallentamento è una promessa di recessione o una semplice passeggiata dopo una corsa. In taluni casi, infatti, anziché un crollo nella crescita del Pil si è assistito ad un semplice rallentamento nel suo progresso: è quello che è avvenuto dopo i boom degli anni ’60, degli anni ’80 e degli anni ’90.
In questi casi si parla solitamente di “atterraggio morbido” per l’economia (soft landing). Ovviamente anche gli yankees sanno che una crescita perpetua è impossibile e, su nove recessioni a partire dal 1960, la Federal Reserve è riuscita a garantire un soft landing in tre casi (1967, 1987 e 1995), mentre negli altri sei vari shock esogeni hanno reso la cosa impossibile e portato ad una recessione vera e propria.
Quasi sempre colpa del petrolio; oggi, però, nonostante i prezzi ben al di sopra di quelli che in passato misero in ginocchio i mercati, il mondo sembra accusare meno il colpo. Sarà perché il peso del petrolio nella produzione energetica è calato dal 44% al 35%, sarà perché il caro vita è ancora moderato (il CPI è a +2.6% rispetto all’anno scorso) e la disoccupazione è decisamente bassa (4.7%), fatto sta che in molti credono che ci sarà un morbido atterraggio più che una drammatica crisi.
La cosa può avere notevoli effetti anche sui bond di stato: se ci fosse una recessione perderebbero significativamente valore per l’aumento dei tassi di default e dei downgrade e l’ampliamento degli spread sui titoli corporate. Crescerebbe infatti il rischio di vedere fallire proprio quella società da cui si è acquistato un titolo di debito.
In caso di “soft landing”, al contrario, l’investimento obbligazionario sarebbe un porto sicuro in cui proteggersi dai crolli dei mercati azionari, lucrando con le cedole che vengono pagate, che sono generalmente molto più elevate dei dividendi distribuiti agli azionisti.
Molto più preoccupante appare invece il termometro del mercato immobiliare: se davvero scoppiasse la famigerata bolla sarebbe a rischio un buon mezzo punto percentuale del Pil. Al momento i prezzi hanno segnato il passo (solo +1,25 nell’ultimo trimestre) e l’elevato costo del denaro rende più costosi i mutui, facendo calare la domanda.
Detto questo le tre Parche della recessione americana, bolla immobiliare, caro-petrolio e bilancia commerciale sembrano solo in parte esorcizzate. Ci sarà davvero un soft landing? Fin qui tutto bene.