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Eni, le battaglie di Scaroni

Pubblicato: 22 set 2006 da Ferry Boat

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Occhi puntati sulla galassia Eni negli ultimi giorni. Il Cane a sei zampe di ritorno da Tripoli – dove il board ha riconfermato gli eccellenti dati dell’ultima semestrale e l’acconto sul dividendo 2006 da 0,6 euro per azione in stacco per il prossimo 23 ottobre – ha festeggiato per poco il già annunciato utile operativo da 10,5 miliardi di euro (+29,2%) e l’utile netto da 5,27 miliardi (+21,5%). Aumentare infatti il dividendo di un terzo non ha rasserenato la società che da mesi ormai sta conducendo una rispettosa, ma ferma battaglia con le Autorità della Concorrenza e dell’Energia.

Da un lato l’annunciato accordo con Gazprom che vuole entrare nella distribuzione italiana (offrendo in cambio giacimenti da lasciare in sfruttamento all’Ente nazionale idrocarburi) ha fatto storcere il naso ad Antonio Catricalà. Il presidente dell’Antitrust, con i suoi modi concilianti, ha però affermato di tenere sotto osservazione il caso perché un accordo fra i due big del gas rischia di fatto di limitare la concorrenza nel settore. Il sospetto è che Gazprom venga a vendere in Italia il gas allo stesso prezzo del Cane a sei zampe: praticamente un cartello.

Si tratta nei fatti soltanto dell’ultima grana per l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni. Già lo scorso marzo l’Antitrust aveva inflitto una maximulta da 290 milioni (ridotta poi a 100 milioni) alla compagnia per lesione della concorrenza. Nel mirino la gestione dei gasdotti internazionali, uno strumento nevralgico per la gestione delle forniture. Eni ne controlla una parte consistente in quanto proprietaria delle strutture che essa stessa ha realizzato grazie a lunghi accordi e trattati internazionali multilaterali. Il problema è che, moltiplicatisi i player nel settore, questa struttura è accusata di servire un monopolio nel settore.

I contratti decennali e la distribuzione di lotti piccoli e innocui alle società concorrenti sarebbero solo alcuni dei mezzi con i quali il Cane a sei zampe ostacolerebbe il libero mercato. In molti continuano ad accusare piazza Mattei di controllare nei fatti i “tubi” per l’Algeria e per la Russia e di non consentire con diverse pratiche un accesso equo ai suoi concorrenti. La battaglia, combattuta anche a colpi di carta bollata davanti al Tar del Lazio, rischia ora di rimbalzare davanti alla Commissione europea.

Con Alessandro Ortis, bellicoso presidente dell’Autorità per l’Energia, rimane anche aperto il problema dello scorporo di Snam rete gas, la compagnia che controlla la distribuzione e, tramite Stogit, lo stoccaggio del gas. La questione è aperta perché se pure, come Ortis ha denunciato anche recentemente questa coincidenza della proprietà ha causato diversi problemi e ha avuto un peso nella gestione della crisi “ucraina” dello scorso inverno, attualmente in Europa il Cane a sei zampe rischia di risultare azzoppato nella gara con altre compagnie nazionali che ancora gestiscono la rete locale e che sarebbero così notevolmente avvantaggiate. Sembra insomma l’ennesimo ostacolo alla caduta delle frontiere europee dell’energia.
Una buona notizia è stata invece pubblicata oggi da Saipem, big mondiale nel settore dell’estrazione e del trasporto di gas e petrolio controllata al 43% dalla stessa Eni e quotata in borsa. La compagnia si è aggiudicata due nuovi contratti per un valore complessivo di 1,42 miliardi di dollari.
Il primo contratto è in Arabia Saudita dove Snam rete gas (gruppo Saipem) realizzerà un impianto per la separazione gas-oil in prossimità dei giacimenti di Khurais (a 180 chilometri da Riyadh): la capacità complessiva sarà di 1,2 milini di barili al giorno. Un secondo contratto porta invece Eni in Perù per il progetto di Gas Naturale Liquefatto (GNL) Pampa Melchorita: grazie all’accodo insieme ad altre compagnie locali verranno realizzate delle infrastrutture marittime 200 chilometri a sud di Lima.

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