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Downgrade rating: a rischio l'euro?

Pubblicato: 23 ott 2006 da Yattaman

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Il Wall Street Journal spara a zero sulla finanziaria italiana, suggerendo apertamente la possibilità che la penisola esca dalla moneta unica europea. Qualche giorno fa ha dedicato il titolo di apertura della prima pagina al declassamento di Standard & Poor’s e di Fitch collegando direttamente questa notizia all’ipotesi di ritorno alla valuta nazionale.

Sarà vero che siamo a un passo dal ritorno alla lira? Il Wsj non è la prima voce di una certa importanza che avanza questo genere di ipotesi. A suo favore il quotidiano finanziario Usa cita Commerzbank, che da Francoforte parla di un “basso ma reale rischio di uscita dall’euro per l’Italia” e l’Istituto per la macroeconomia e la ricerca congiunturale di Dusseldorf, che suggerisce che “non è scontato che occorra proseguire tutti insieme nell’avventura della moneta unica”.


Da parte sua, il presidente del consiglio dei ministri Romano Prodi parla di un “allarme ampiamente previsto e che ci ha appunto spinto ad approntare un Dpef di ampia portata e una legge finanziaria rigorosa e impegnativa”. Gli dà man forte il ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa secondo il quale “le agenzie arrivano in ritardo”, secondo il quale le fotografie scattate da S&P e Fitch si riferiscono al passato e non tengono conto delle novità della Finanziaria, che “compie la correzione strutturale di una pesante situazione ereditata, dà sostegno a importanti programmi di sviluppo e permette di rispettare pienamente gli impegni assunti con l’Unione europea”.

Standard & Poor’s, invece, ce l’ha proprio con questa finanziaria: il declassamento “riflette l’inadeguatezza della risposta data dal nuovo Governo ai problemi strutturali economici e di bilancio dell’Italia”, dal momento che “si concentra su misure per aumentare le entrate e porta ad un incremento della spesa pubblica sul Pil”. Ma l’agenzia si spinge ancora più in là, accusando il Governo di “troppe concessioni alla sinistra della coalizione e ai sindacati” con scelte in “stridente contrasto con le misure di cui l’Italia ha bisogno”. Più cauta Fitch secondo la quale “non è in discussione l’impegno del leader”, ma sottolinea i rischi di mettere a bilancio le entrate legate alla lotta all’evasione fiscale, “difficili da prevedere per ammontare e tempi” e giustifica la propria scelta in relazione al “debito pubblico in aumento dal 2004 e al forte calo dell’avanzo primario”.

Ora, per prima cosa va detto, come spiega oggi Michele Bottone su Epistemes, che “le agenzie di rating, storicamente, sono nate come istituti indipendenti che emettono opinioni su varie forme di debito, da quello sovrano a quello di vari attori economici che prendono a prestito, sia parastatali (si pensi alle regioni, alle agenzie e imprese pubbliche, ai comuni), sia corporate in genere, grandi imprese che si finanziano sui mercati finanziari interni e internazionali. In quanto tali, le agenzie analizzano le risorse attuali e future, derivanti da decisioni di politica pubblica, ed emettono un giudizio ad uso e consumo dei fornitori di credito”. In poche parole chi compra un buono del tesoro americano o italiano può guardare il giudizio corrispondente di un’agenzia di rating per vedere se quello Stato è affidabile. Il rating sul debito di un ente pubblico (stato, regione o comune che sia) è quindi una misura della sua distanza dalla bancarotta. Non riguarda perciò le scelte politiche contenute nella Finanziaria. O non dovrebbe.

Detto questo, la manovra solleva una serie di obiezioni da parte di molti economisti. Anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi e l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi hanno suggerito al Governo una maggiore chiarezza negli obiettivi e la necessità di una migliore comunicazione di queste intenzioni ai cittadini. Il programma del Governo sarebbe quello di costruire una Finanziaria orientata al risanamento quest’anno allo scopo di mettere le basi di una manovra orientata allo sviluppo l’anno prossimo. Per passare dal 4% tendenziale del rapporto deficit/Pil a un 2,8% a fine 2007 sarebbero stati sufficienti 14,8 miliardi, tra tagli di spesa e nuove entrate. Il resto di questa manovra - che sfiora ormai i 40 miliardi - non ha a che fare col risanamento e invece riguarda la riduzione del cuneo fiscale, opere infrastrutturali, missioni all’estero, il rinnovo dei contratti di pubblico impiego, nuove spese ministeriali e misure a sostegno dell’occupazione. Misure senz’altro importanti, ma che - tolto il cuneo fiscale - poco hanno a che fare con il rilancio della crescita.

Dicono Tito Boeri e Pietro Garibaldi su lavoce.info: “Temevamo un leggero sbilanciamento dell’aggiustamento a favore delle entrate. Ci siamo sbagliati. Lo sbilanciamento a favore delle entrate non è leggero: si va ben oltre il 50% paventato qualche giorno fa”. E riassumono la questione in pochi numeri: “Nel caso in cui gli enti locali rispettassero i vincoli imposti dal Patto di stabilità interno e dall’accordo sul contenimento della spesa sanitaria per metà con tagli di spesa e per metà con incrementi delle tasse (facendo, dunque, molto meglio delle amministrazioni centrali dello stato) le entrate contribuirebbero per ben 24 miliardi alla manovra, limitando i tagli alla spesa a soli 9 miliardi. Ciò significa un contributo delle entrate superiore al 70 percento della manovra complessiva e, comunque, mai inferiore al 64%. Ma la percentuale potrebbe essere anche più alta, arrivare fino all’84%”.

E poi c’è tutta la partita del Tfr, quella che più di tutte avvicina la Finanziaria “alle tante operazioni di finanza creativa varate nella scorsa legislatura”. Il trasferimento all’Inps costituisce in sostanza “un prestito forzoso per finanziare spese infrastrutturali ottenuto trasferendo dalle imprese allo stato un debito nei confronti dei lavoratori dipendenti che non eserciteranno l’opzione di trasferire il Tfr ai fondi pensione”. Boeri e Garibaldi senza mezzi termini sostengono che questa misura “rischia di diventare la pietra tombale sulla speranza di creare dei fondi pensione in Italia perché indurrà questo Governo e quelli successivi ad ostacolare in tutti i modi i flussi verso i fondi pensione”. Dopo tante insistenze sulla necessità di far decollare le formule pensionistiche complementari, il Governo vara perciò una riforma “a svantaggio dei lavoratori più giovani, quelli che hanno maggiormente bisogno di previdenza integrativa per garantirsi un reddito adeguato quando andranno in pensione”.

Naturalmente è difficile mantenere - come andrebbe fatto - separati i due piani: la solvibilità dello Stato e le sue scelte di politica economica, in primo luogo quelle di natura fiscale. I segnali sullo sviluppo appaiono preoccupanti e i conti pubblici, già ben poco floridi, rischiano di peggiorare. Ma i parametri di Maastricht non sembrano così distanti da non poter essere riagganciati nell’arco di qualche anno (tolto il solito debito/Pil, che in ogni caso è sempre stato distante da quel 60% richiesto e per il quale l’Italia è in buona compagnia). Uscire dall’euro è una possibilità di tali e tante conseguenze che sembra più una provocazione politica di un quotidiano mai conciliante verso il Belpaese, che una reale opzione sul terreno.

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2 commenti

Commenti dei lettori

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  • eusebio

    23 ott 2006 - 13:04 - #1
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    PRODI BOCCIATO DA TUTTI A CASA SUBITO!!!!

  • maria

    23 ott 2006 - 13:11 - #2
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    c’è da rilevare che ci sono dei personaggi oscuri che prima citavano le riviste e/o i commentatori internazionali per sputtanare il centro destra e adesso i figuri se la prendono con le stesse riviste che bocciano prodi!!!
    La solita politica delle banderuole….