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Eni, trattative con i sindacati in Nigeria

Pubblicato: 31 ott 2006 da Yattaman

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Da qualche giorno si è acuita la crisi nel rapporto tra l’Eni e i propri lavoratori nigeriani: ieri i sindacati hanno anche minacciato di chiudere tutti gli impianti Agip in Nigeria. Oggetto del contendere il bonus economico, legato ai rischi, che la compagnia non è disposta a concedere ai dipendenti che lavorano nel delta del Niger.

Attualmente Agip (gruppo Eni) esporta 200mila barili al giorno dal terminale Brass nello stato del Bayesa (la Nigeria è un paese federale). Non sarebbe sarebbe la prima protesta di questo tipo. Nel fine settimana è già stato occupato l’impianto di Clough Creek, nel sud del paese. I vertici di Eni minimizzano e fanno orecchie da mercante: si sarebbe trattato di un “assembramento pacifico legato a questioni con le autorità locali”. Non solo, ma “l’impatto sulla nostra produzione è praticamente nullo”. Insomma, la compagnia sarebbe solo spettatrice esterna. Secondo un funzionario del governo, però, le cose starebbero diversamente e la compagnia avrebbe dovuto interrompere la produzione.


La produzione quotidiana totale di Eni di petrolio ammonta a 4,1 milioni di barili, uno dei quali estratti in Africa occidentale (oltre alla Nigeria, sono considerati in questa fascia l’Angola, il Congo e il Gabon).

L’Eni comunque non è né l’unica né la prima compagnia petrolifera nel mirino: Chevron e Royal Dutch Shell sono ai ferri corti con i sindacati, che hanno bloccato due impianti di pompaggio la settimana scorsa. Sono state occupate anche quattro stazioni per il controllo del flusso e la produzione si è ridotta di 62mila barili di petrolio al giorno.

“Per dimostrazione di rispetto nei confronti del Governo abbiamo permesso la riapertura di due impianti”, ha spiegato ai cronisti Dan Opusingi, leader della comunità locale Kula. La Shell aveva già ridotto la produzione in un altro punto del delta del Niger da febbraio di 500 mila barili al giorno, dopo un’ondata di attacchi. Una delle due stazioni riaperte da Opusingi - della capacità produttiva di 9000 barili al giorno - era già stata chiusa in seguito all’invasione della comunità locale, respinta dai militari nigeriani.

“Non riapriremo quegli impianti”, ha spiegato un funzionario della Shell, per via dei danni e della mancanza di stabilità. Opusingi respinge le accuse al mittente, spiegando che le due grandi compagnie petrolifere hanno respinto le richieste di fornire imbarcazioni veloci e cibo per le piattaforme petrolifere. Un report di Royal Dutch Shell ha reso noto che i conti della società vanno bene comunque: salgono i guadagni per azione del 33 per cento, nonostante i rischi crescenti.

Gli incontri tra ieri e oggi hanno allentato la tensione e il mercato ha subito colto lo stimolo spingendo il Brent verso i 58 dollari, in calo di 50 centesimi del biglietto verde. D’altra parte per ora pare che l’Opec non abbia ancora deciso sul da farsi: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti vorrebbero procedere subito a ridurre la produzione, ma Kuwait e Libia non vedono la necessità di correre. Pare che gli impianti fermi riprenderanno a produrre, ripristinando i 62mila barili al giorno sospesi, ma rimangono tensioni sul fronte Eni, per via del bonus sicurezza.

Questioni che arrivano in un momento già non troppo positivo per la società: l’ad di Eni Paolo Scaroni sostiene che “tutte le misure che abbiamo preso, noi e il Governo, mi fanno pensare che il prossimo inverno non dovrebbe portare preoccupazioni” a proposito della questione della dipendenza di gas per il riscaldamento dall’Est. L’ingresso di Gazprom direttamente nella distribuzione europea a suo avviso non solleva alcun problema, mentre il taglio alla produzione annunciato a più riprese dall’Opec non comporterà nuovamente la lievitazione dei prezzi.

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