“Non possiamo pensare che il cuore finanziario dell’Italia lo prenda qualcun altro”. Dunque Generali deve rimanere italiana? “Penso proprio di sì”.
Massimo D’Alema, vicepremier e ministro degli Esteri, in una bella intervista al Sole 24 Ore in cui espone il suo punto di vista sulle più accese partite della finanza del Belpaese, non ha dubbi: il Leone deve rimanere italiano.
Pericoli di un attacco straniero sul Leone dunque. Altrimenti perché parlare di interessi strategici del Paese? La calda notte nella savana densa di rumors e predatori è però appena cominciata. Sul fortino rimangono le tre banche del patto appena prorogato al prossimo settembre 2007: Unicredit, Mps e Capitalia che controllano circa l’8,4% di Generali. In trincea sono scesi anche la De Agostini, che ha fatto sapere di aver comprato una quota rilevante di oltre il 2% (Cesare Geronzi pensa che si tratti di un corollario della vendita di Toro assicurazioni al Leone), e Giampiero Pesenti, che ha ereditato un pezzettino di quello 0,4% del capitale che era in mano a Consortium e che non ha per ora intenzione di vendere.
Oggi intanto Generali corre come non mai e incassa a inizio di seduta più del 2,2% fra volumi vorticosi. Sul mercato c’è il 67% del Leone e quindi niente è da escludere, anche se un take over sembra davvero costoso e soprattutto sgradito alla politica. Resta comunque difficile dire se Aig, l’americana da 142 miliardi di euro che secondo alcuni era interessata al gigante triestino, non stia per lanciare un attacco. D’altro canto di misteri nella Cassaforte d’Italia se ne custodiscono tanti, basta leggere Morya Longo che oggi s’interroga su un misterioso passaggio del 2,1% di capitale avvenuto in una sola operazione lo scorso giugno e del quale la Consob non sa nulla.
Misteri forse insolubili: noi comunque continuiamo a tifare con D’Alema e con Bernheim per l’italianité di Generali, sperando che, data l’età di numi tutelari come Giovanni Bazoli, Cesare Geronzi e Antoine Bernheim, questa nazionalità non diventi un peso.