A essere onesti chi abbia seguito un po’ da vicino la nascita del colosso Intesa Sanpaolo, non può avere dubitato del fatto che il senso dell’operazione era quello di creare un gigante che potesse competere con Unicredit in casa e che fosse impossibile da comprare dopo casi allarmanti (per molti uomini forti della finanza italiana) come Antonveneta e Bnl. In effetti gli analisti avevano avvertito da subito che le sovrapposizione erano tante e che di posti ne sarebbero saltati diversi. Questo senza considerare le cessioni obbligate che hanno dato Cariparma e Friuladria in pasto al Credit Agricole e che ancora sono tutt’altro che finite.
La scorsa settimana si era arrabbiato anche Giovanni Perissinotto. L’ad di Generali, la compagnia assicurativa che tanto ha contribuito a questa fusione, aveva infatti lamentato la durezza dei vincoli posti dall’Antritrust. Come se si trattasse di novità e osservatori di tutte le latitudini politiche e finanziarie non avessero già messo in guardia da un pezzo su quelle rinunce inevitabili per le regole attuali sulla concorrenza…
Ora però rischia di esplodere un’altra bomba a orologeria che tutti sanno essere innescata da tempo, quella dei posti di in esubero.
Sembra infatti che gli animi si stiano riscaldando su questa questione e che coloro che hanno accettato di essere allontanati siano ancora molto meno di quei quattro mila preventivati, mentre i sindacati borbottano ancora e diversi colletti bianchi iniziano a temere un tradimento.La questione più calda di Intesa San Paolo, che però ha segnato un bel punto venerdì scorso con la sigla di un patto che dà alle fondazioni un diritto di prelazione sulle quote rispettive e che quindi cementifica la compagine azionaria del neonato gigante del credito, è un’altra e riporta sempre a quel rapporto ambiguo e forte con Generali. La bancassurance è infatti un nodo ancora non sciolto e l’affaire Eurizon è ancora sul tavolo. Nel frattempo Ugo Ruffolo, numero uno di Alleanza Assicurazioni (Generali), cerca di buttare acqua sul fuoco dichiarando al Sole 24 Ore “cresciamo anche senza Intesa Vita”, come a dire che gli stop dell’Antitrust non preoccupano. In realtà è chiaro che il problema si fa sempre più scottante.
Qualcuno già si chiede come farà Antoine Bernheim, vicepresidente di Intesa San Paolo, numero uno di Generali e grande sponsor del matrimonio bancario fra Milano e Torino, a giustificare la sua posizione se il Leone rimarrà a bocca asciutta. D’altro canto non è un segreto che le lotte per il controllo di Generali covano sotto la cenere e quindi, se la compagnia assicurativa dovesse allontanarsi ancora un po’ da Intesa San Paolo, non si possono escludere dei colpi di mano. E nell’ombra sicuramente Mediobanca sta già giocando le sue carte.
Capitalia olandese? Ecco la risposta di Bolloré
07 feb 2007 - 11:16 - #1[…] Rivendicando un ruolo di primo piano nella recente crisi che attraversa l’asse che da Capitalia arriva a Generali attraverso Mediobanca ha dichiarato: “Dopo la fusione Intesa-Sanpaolo, Botin [numero uno del Santander Ndr.] voleva andarsene dall’Italia io l’ho convinto a restare”. Ma le parole di Bolloré - il cui gruppo fra trasporti, media ed energia ha un giro d’affari che sfiora i 6 miliardi di euro - sono andate ben oltre questa dichiarazione. “Capitalia deve restare indipendente e italiana per mantenere gli equilibri necessari all’indipendenza di Mediobanca”, ha dichiarato il vecchio amico di Geronzi, Botin e Bernheim e il panorama si è chiarito definitivamente. Se si aggiunge che oggi indiscrezioni sul Sole 24 ore parlano di strumenti finanziari e partecipazioni in tasca a Vincent Bolloré che potenzialmente arrivano al 10% di Capitalia, si capisce che Mediobanca non gradisce l’incursione di Abn Amro nella banca capitolina. […]