
Modello inglese per il calcio italiano? È quello che suggerisce Finanza & Mercati Week End di sabato, che snocciola una quantità di cifre sull’argomento. Non si tratta solo di sicurezza, spiega il quotidiano ma di un intero modello di business che forse sarebbe il caso di provare anche da noi. Tanto per cominciare, i diritti tv: certo Oltremanica i ricavi relativi alle immagini sono importanti, ma non rappresentano l’unico pilastro dell’economia dei club: mentre per una squadra come la Juventus l’anno scorso solo il 7% degli introiti provenivano dagli spettatori e la cifra saliva all’altrettanto risibile 13% nel caso del Milan, per Chelsea e Manchester United l’incasso delle partite arriva a coprire il 40% delle entrate.
Il motivo è presto detto: gli stadi inglesi non servono solo per le partite ma raccolgono soldi anche durante la settimana. La proprietà nella maggior parte dei casi è delle squadre, che dal 1993 ad oggi hanno investito in infrastrutture almeno tre miliardi di euro complessivi. L’ultimo costruito in ordine di tempo è il nuovo stadio dell’Arsenal, che è costato 390 milioni di sterline. La struttura contiene due centri commerciali aperti tutta la settimana e consente alle scolaresche di visitarlo (6 sterline i bambini, 12 gli adulti), con tanto di museo della società. Fly Emirates ha già siglato un contratto da 100 milioni in 10 anni per dare il nome alla struttura, quindi un quarto del costo è già rientrato a bilancio.
Non a caso otto tra le venti squadre più ricche d’Europa sono inglesi. Il Manchester United conta su 169 milioni di sterline di ricavi (20 milioni di utile nel 2006), l’Aston Villa ha un giro d’affari da 49 milioni di ricavi (ma un passivo di 9 milioni), il Newcastle ha un fatturato di 83 milioni di sterline (contro 12 di perdita) e il Manchester City conta su ricavi per 61 milioni di sterline (10 di utile). Ma c’è il rovescio della medaglia. Le squadre stanno finendo in mani straniere: questa settimana i miliardari Usa George Gillett e Tom Hicks hanno acquistato il Liverpool per 174 milioni di sterline. L’Aston Villa è stato acquistato recentemente dall’americano Randy Lerner per 110 milioni di euro. Il Manchester United è di un altro americano, Malcolm Glazer, che se lo è aggiudicato per 560 milioni di sterline nel 2005, mentre il Chelsea è del russo Roman Abramovich. E poi c’è il Fulham, di Mohammed Al Fayed dal 1997, il Portsmoputh, del francese Alexandre Gaydamak, il West Ham dei due islandesi Eggert Magnusson e Bjorgolfur. Insomma non molti in Italia probabilmente sarebbero disposti ad accettare una vera gestione di mercato del mondo del pallone, con i rischi di dominio straniero che questo comporta.
In Italia, gli stadi appartengono quasi tutti ai rispettivi comuni: è così per lo stadio San Nicola di Bari, il Dall’Ara di Bologna, il Sant’Elia di Cagliari, il Franchi di Firenze, il Ferraris di Genova, il San Paolo di Napoli, il Barbera di Palermo, l’Olipico di Roma, il Friuli di Udine, il Bentegodi di Verona. Fanno eccezione il Meazza di Milano, al 50% del Milan e al 50% dell’Inter e il Delle Alpi di Torino, di proprietà della Juventus.
La questione della proprietà degli stadi torna periodicamente a farsi sentire. Secondo Beppe Baracchi, dell’associazione italiana allenatori, “non si risolve niente giocando a porte chiuse. Gli stadi devono diventare di proprietà delle società, cui affidare sia la messa a norma e sia la gestione. Con impianti più sicuri e a misura d’uomo, un bel passo avanti sarà stato fatto”. Ma il presidente della Lazio Claudio Lotito frena: “Stadi di proprietà? Questo bisogna chiederlo all’amministrazione. È meglio prevenire che curare. Gli stadi che ha a disposizione attualmente la capitale non sono funzionali alle necessità. A noi non interessa la fidelizzazione economica. A noi non interessano i campi di calcio così come vengono concepiti ora. Neanche il Flaminio può tornarci utile”. Per il presidente del Coni Petrucci, invece, quella degli stadi comunali non è una malattia solo del calcio: “Mi sembra una decisione logica ma credo che debba riguardare tutti gli sport”.
In effetti all’inizio di gennaio l’Antitrust aveva redatto un rapporto sul calcio in cui sollevava esattamente questi punti: maggiore attenzione al merchandising, valorizzazione degli impianti sportivi anche per le attività collaterali, una politica commerciale che in generale si affidi meno alla manna dei diritti tv e una maggiore trasparenza nella Figc.
case cagliari
24 gen 2008 - 18:04 - #1gli stadi italiani costruiti nelle periferie delle città vengono ora a trovarsi in posizioni scomode al grande afflusso di pubblico , ma soprattutto in posizioni appetibili alle nuove espansioni urbanistiche , è difficile che questi impianti rimangano ad uso sportivo, quanto più plausibile che vengano trasferiti nelle nuove periferie per lasciare spazio a piazze e strutture di edilizia pubblica e privata.