Capitalia continua a far parlare di sé. Giovedì è prevista la presentazione dei dati preconsuntivi di bilancio. In molti temono che il conflitto sempre meno silenzioso fra Cesare Geronzi (presidente della banca di via Minghetti) e Matteo Arpe (amministratore delegato) sia giunto al capolinea, sulla soglia di una inevitabile rottura. Le incertezze sul titolo insistono: oggi Capitalia perde a Piazza Affari quasi il 3% e ieri ha chiuso le contrattazioni con un -0,92 per cento. È chiaro che le difficoltà della governance pesano parecchio, anche e soprattutto in prospettiva. Il titolo della banca ha già corso molto e il timore di molti osservatori è che più in là non possa spingersi. In generale si teme che alla fine Matteo Arpe si dimetta. Cesare Geronzi, l’alfiere più deciso dell’autonomia della banca potrebbe a a questo punto togliere del tutto alle azioni Capitalia il fascino di titoli preda.
Dopo che il numero uno di Capitalia ha ostacolato le mire di Intesa e di Abn Amro sembra sempre più chiaro che per ora la banca ballerà da sola sui listini: il problema è che rischia di essere più una mazurka che un rock. Nessuno nega i meriti di Matteo Arpe, anzi molti gli attribuiscono il volto nuovo della banca capitolina e gli ottimi risultati gestionali; tuttavia la crescita stand alone rischia di condannare alla marginalità l’istituto capitolino. Resta per qualcuno l’ipotesi Unicredit che, lanciando un’opa su Abn Amro, potrebbe diventare d’un tratto il primo azionista di Capitalia. Questa però sembra un’ipotesi improbabile.
Profumo è già troppo impegnato nella riorganizzazione delle filiali ereditate da Hvb in giro per l’Europa; inoltre Abn Amro porterebbe Antonveneta in dote e questo significherebbe sovrapposizioni eccessive in Veneto e in altre regioni del Bel Paese. Sarebbe meglio forse per Capitalia guardare a qualche banca fuori dall’Italia, ma forse Geronzi fin lì non vede, stretto com’è fra la vicepresidenza nel board di Mediobanca e la posizione complicata al vertice di via Minghetti. Qualcuno già suggerisce per la poltrona di Matteo Arpe Pietro Modiano (Intesa Sanpaolo, ma senza troppa convinzione e potere) o Fabio Innocenzi (già proposto anche come ad per Bpi-Bpvn). Curioso che in questa storia i nomi siano sempre gli stessi. Intanto spuntano dei warning sul titolo di Capitalia: forse gli analisti la preferivano preda piuttosto che battitrice libera.
Un report della Banca d’Italia spiegava diversi mesi fa che le fusioni fra banche sono solo un fatto di politica e non di sinergie industriali. Qui sembra che sia andata al contrario. In questo caso pare che sia stata la politica a bloccare i possibili matrimoni di Capitalia. Di certo finché l’istituto romano rimane costoso sul mercato sarà difficile che qualche straniero lanci un’offerta. Alla faccia di Matteo Arpe e di Mario Draghi.