
Nulla di fatto dalla fondazione Manodori, che ieri ha riunito il proprio cda a Palazzo Pratonieri a Reggio Emilia. Il primo azionista italiano di Capitalia (con il 4,13%) ha preso tempo e non si è pronunciata. Il che è già un mezzo no. Il presidente del patto di sindacato Vittorio Ripa Di Meana ha infatti annunciato che si dimetterà dall’incarico se non otterrà l’appoggio unanime dei membri del sindacato. Se fosse, come sembra, solo Manodori a nutrire delle riserve, la maggioranza sarebbe assicurata. Ma Ripa Di Meana pretende anche l’appoggio della fondazione. E questo sostegno Manodori evidentemente vuole farlo pesare.
La geometria dei poteri dentro Capitalia appare sempre più incerta e di conseguenza il titolo a piazza Affari soffre (stamane perde l’1,04% attestandosi sui 6,725 euro). Il mercato teme ripercussioni sulla stabilità del management e sulla sua capacità di traghettare la banca fuori dalla zona crisi (e ormai siamo a buon punto) verso una aggregazione in grado di rilanciare gli utili. Il progetto che molti attribuiscono al presidente dell’istituto capitolino Cesare Geronzi, di un rafforzamento del blocco Capitalia-Generali-Mediobanca, sembra tramontare ostacolato dal fiero amministratore delegato Matteo Arpe.
L’allentamento dell’assedio Generali-Mediobanca-Capitalia potrebbe far tirare un sospiro di sollievo a Intesa Sanpaolo. Pare anche che sia in dirittura d’arrivo l’accordo tra le fondazioni nel patto del nuovo colosso bancario. Ma forse a Torino non sono proprio così sereni. Proprio ieri il presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli è stato a colloquio dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca, dice un noto frequentatore di lungo corso della politica italiana.