
“Devono portare 3 miliardi sono debitori e non creditori, ma tutte le mattine incassano i pedaggi e questa è un’ingiustizia che deve essere riparata: dove hanno messo i 3 miliardi?”. Il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro gela così l’ottimismo di Gilberto Benetton su un alleggerimento della posizioni del Governo in fatto di concessioni e tariffe. Fino a stamattina l’amministratore e azionista di Autostrade aveva dichiarato: “Sembra che Palazzo Chigi stia rivedendo le proprie posizioni.
Quello che si legge sui giornali è in linea con la situazione, Autostrade sta parlando con il ministero e l’Anas, ma non siamo stati contattati ufficialmente”. La palla però adesso sembra tornata al centro e le pressioni dei concessionari sul governo sembrano essere cadute nel vuoto, mentre le banche d’affari a turno – l’ultima è stata Credit Suisse First Boston – continuano a giudicare, alle nuove condizioni, l’azienda sopravvalutata da piazza Affari. Si parla di qualcosa come tre miliardi di euro di capitalizzazione di borsa da sottrarre che significano una perdita del titolo intorno al 18% del valore corrente.
Bisogna però anche dire che le incertezze in questa fase perdurano e mentre Di Pietro tuona tutti i giorni contro gli investimenti pagati con i pedaggi e finiti nelle tasche degli azinisti invece che nei cantieri, l’Europa continua a chiedere chiarimenti e ha già avviato una procedura contro le decisioni del Governo e gli ostacoli messi alla fusione con gli spagnoli di Abertis.
In realtà, almeno formalmente, già da un pezzo il ministro delle Infrastrutture ripete che non si tratta di un problema di passaporto, ma di ammodernamento della rete stradale e autostradale. Ben vengano insomma le nozze spagnole a patto che tutelino gli investimenti e mantengano quelle promesse che finora non sono state mantenute. Questo sembra chiaro da un pezzo e non sembra francamente che le proteste di Bruxelles o dei Benetton possano farci più niente.