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Media finanziari nel mirino: intervista a Luca Barbarito

Pubblicato: 11 mag 2007 da Ferry Boat

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Risiko fra i media americani. Le ultime offerte di Thomson su Reuters e della Newscorp di Rupert Murdoch sul Dow Jones (editore del Wall Street Journal) hanno dato uno scossone al mondo dell’informazione globale. Certo si tratta soprattutto di cambiamenti che riguardano il mondo della comunicazione finanziaria, ma fino a che punto le novità di questo settore riguarderanno solo il mercato nordamericano?
Il professor Luca Barbarito, esperto di Economia dei media e docente universitario allo Iulm di Milano, può sicuramente essere un valido aiuto per chi cerchi di inquadrare questo complesso panorama.

Professore in questo momento nel mondo dei media c’è un terremoto: le offerte di Thomson su Reuters, di Murdoch sull’editore del Financial Times, le trattative per una partnership fra Microsoft e Yahoo nel giro di pochi giorni hanno acceso l’interesse degli osservatori sul settore. Ha un’impressione generale su quello che sta accadendo?

Innanzitutto ritengo che ci siano aspetti diversi di queste diverse operazioni. Da un lato c’è un aspetto che riguarda attori specializzati nel mondo di internet. Dall’altro lato c’è invece un aspetto che riguarda un settore molto specifico che è quello della comunicazione finanziaria.

Ma esiste ancora una netta distinzione fra content provider e gestori di piattaforme? La convergenza fra le diverse tecnologie e i diversi media ha portato spesso a sovrapposizioni: per esempio Telecom oggi è proprietaria della rete telefonica, ma contemporaneamente è produttrice di contenuti con La7 e Apcom.

Francamente si tratta di una distinzione che io terrei ancora in piedi. La stessa Telecom ha al suo interno un forte business da operatore di telecomunicazioni e le attività da produttore di contenuti sono non solo trascurabili, ma anche, finora, in perdita.

Certo il caso di Murdoch è diverso: lui è un editore che si è inventato la piattaforma satellitare e riscuote successo anche con questa idea. Secondo me però esistono ancora delle specificità settoriali storiche che separano content provider e gestori di piattaforma.

Lei prima parlava di differenze e specificità dell’offerta su Reuters e di quella sul Wall Street Journal. Aveva in mente qualcosa di preciso?

Sì. Se accostiamo le due operazioni possiamo osservare similitudini e differenze. In generale entrambe le offerte investono un segmento del mercato molto specifico, quello dell’informazione finanziaria. Se da un lato però guardiamo l’offerta di Thomson su Reuters, possiamo vedere che una fusione tenderebbe a settorializzare un editore generalista nello specifico settore finanziario.
Nel caso di Murdoch, invece, accade un’altra cosa: semplicemente si aggiunge un canale a un’offerta che però continua a spaziare su molti ambiti.

Fondamentalmente gli attori in gioco operano, almeno in queste partite, sul mercato americano. Gli effetti di questo scossone si sentiranno anche in Europa? E in Italia?

Non credo che ci saranno scossoni in Italia.

Reuters alleata con Thomson per battere Bloomberg. Murdoch che compra anche il Wall Street Journal. C’è qualcuno in Europa che può competere con questi giganti?

Qualcuno c’è. Mi viene in mente il Bureau van Dijk, una banca dati finanziari olandese che fornisce, come fa Reuters, un servizio rivolto soprattutto alle imprese. È un ottimo fornitore di contenuti per quanto riguarda i dati dei bilanci, ma non fornisce servizi in tempo reale, né i dati storici sui corsi azionari e obbligazionari. Il prodotto olandese non ha la stessa completezza di Reuters, ma è competitivo. Ovviamente è solo un esempio: altri operatori generalisti potrebbero decidere di fare il loro ingresso nel settore.

Negli ultimi anni il settore delle telecomunicazioni ha subito dei contraccolpi in borsa e, Telecom è sicuramente un caso con le sue specificità, ma molti altri player europei in borsa non hanno certo fatto una bella figura. Secondo lei questo potrebbe incoraggiare un giro di merger and acquisition nel settore, oppure si tratta di una semplice crisi?

Non c’è crisi nel settore delle telecomunicazioni, i fondamentali delle compagnie sono in genere solidi. Certo la bolla della new economy prima e il fallimento di tanti progetti di fusione fra segmenti diversi del business hanno portato gli investitori, almeno quelli europei, ad essere diffidenti. Altra cosa sta succedendo in America, ma, si sa quello è un mercato storicamente più propenso al rischio.

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