“Siamo molto delusi dalla realizzazione di questo progetto. Se l’operatore non può risolvere questi problemi, allora noi non possiamo escludere un possibile rimpiazzo”. A parlare è il primo ministro del Kazakhstan Karim Masamov che sulle colonne del Wall Street Journal critica l’italiana Eni. La compagnia guidata da Paolo Scaroni, infatti, è la capogruppo di un progetto nell’ex repubblica sovietica per la ricerca e l’estrazione del petrolio iniziato nel 2000 presso il giacimento di Kashagan.
Del consorzio Eni controlla il 18,52 per cento, la stessa quota di Shell, Exxon e Total, mentre partecipazioni minori spettano a Conoco Phillpis e InpexHolsings. La società pubblica kazaka KazMunaigaz partecipa alla cordata con l’8 per cento. Naturalmente in questi casi la compagnia che fa riferimento al governo e che concede i permessi per gli scavi ottiene maggiori profitti rispetto alla propria quota. In questo caso, ha spiegato lo stesso Masamov, la percentuale che spetterà a KazMunaigaz sarà intorno al 10 per cento.
Quello che non piace al governo kazako è la prospettiva di continuare a pagare la propria quota di spese senza incassare profitti ancora per anni. È anche vero, spiegano al quartier generale del Cane a sei zampe, che la capacità produttiva sta crescendo e dagli iniziali 1,2 milioni di barili al giorno per il 2016, si passerà a 1,5 milioni nel 2019. Questo giacimento, sottolinea Eni, è la più grande scoperta per il settore petrolifero degli ultimi 30 anni. Sarà in grado di produrre complessivamente 13 miliardi di barili di greggio, una quantità che giustifica ampiamente gli sforzi.
È vero però che i costi continuano ad aumentare e dai 57 milioni di dollari previsti inizialmente si è passati ora a 136.
“Quando i costi aumentano del 5, del 10% è una cosa. Ma quando crescono di due volte e mezzo - dice Masimov - o è sbagliato il progetto, o è sbagliata l’esecuzione o è stato fatto apposta”. Per l’Eni, oltre alle continue difficoltà logistiche, pesa anche il caro petrolio: il suo prezzo crescente spinge le società a investire di più sulla sua estrazione, accrescendo la domanda sul settore degli strumenti da scavo e spingendo i prezzi verso l’alto.
Naturalmente Eni minimizza il problema, il mercato, però, sembra preoccupato e il titolo del cane a sei zampe perde più di due punti percentuali, contro un S&P/Mib che arretra in territorio negativo solo di poco più di un punto.
cesant
10 ago 2007 - 09:35 - #1ma se si è disposti ad investire una marea di soldi nel Mar Caspio per la sua qualità “scarsa” di petrolio (scarsa se rapportata a quello Arabian Light) un motivo ci deve essere… o li è pieno di gas, oppure nel Golfo Persico non si vede ancora una via d’uscita dalla pesante crisi.
il governo Kazako sta solo giocando al rilancio, senza Eni-Shell e socie non va da nessuna parte, non finirà nemmeno i lavori ad Astana.
Riassumendo: troppo rumore per nulla, i ritorni giustificheranno i costi (anche se triplicati).