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Eni, il Kazakhstan si fa sentire

Pubblicato: 09 ago 2007 da Ferry Boat

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“Siamo molto delusi dalla realizzazione di questo progetto. Se l’operatore non può risolvere questi problemi, allora noi non possiamo escludere un possibile rimpiazzo”. A parlare è il primo ministro del Kazakhstan Karim Masamov che sulle colonne del Wall Street Journal critica l’italiana Eni. La compagnia guidata da Paolo Scaroni, infatti, è la capogruppo di un progetto nell’ex repubblica sovietica per la ricerca e l’estrazione del petrolio iniziato nel 2000 presso il giacimento di Kashagan.

Del consorzio Eni controlla il 18,52 per cento, la stessa quota di Shell, Exxon e Total, mentre partecipazioni minori spettano a Conoco Phillpis e InpexHolsings. La società pubblica kazaka KazMunaigaz partecipa alla cordata con l’8 per cento. Naturalmente in questi casi la compagnia che fa riferimento al governo e che concede i permessi per gli scavi ottiene maggiori profitti rispetto alla propria quota. In questo caso, ha spiegato lo stesso Masamov, la percentuale che spetterà a KazMunaigaz sarà intorno al 10 per cento.


Il consorzio però, durante la realizzazione del progetto, ha incontrato numerose difficoltà posticipando più volte l’inizio dell’estrazione, fissata in un primo momento per il 2005, poi al 2008 e scivolata infine al 2010. I problemi sono legati alle particolari condizioni logistiche di questi scavi. Kashagan si trova infatti nel nord del Mar Caspio, dove in inverno le temperature scendono di molti gradi sotto lo zero. Non solo, ma, spiegano dalla società, la profondità delle zone interessate dal giacimento è di soli 3 o 4 metri, per cui non è stato possibile utilizzare le piattaforme sviluppate per altri progetti, ma si è resa necessaria la realizzazione di un’isola artificiale che poggia direttamente sul fondale.

Quello che non piace al governo kazako è la prospettiva di continuare a pagare la propria quota di spese senza incassare profitti ancora per anni. È anche vero, spiegano al quartier generale del Cane a sei zampe, che la capacità produttiva sta crescendo e dagli iniziali 1,2 milioni di barili al giorno per il 2016, si passerà a 1,5 milioni nel 2019. Questo giacimento, sottolinea Eni, è la più grande scoperta per il settore petrolifero degli ultimi 30 anni. Sarà in grado di produrre complessivamente 13 miliardi di barili di greggio, una quantità che giustifica ampiamente gli sforzi.
È vero però che i costi continuano ad aumentare e dai 57 milioni di dollari previsti inizialmente si è passati ora a 136.

“Quando i costi aumentano del 5, del 10% è una cosa. Ma quando crescono di due volte e mezzo - dice Masimov - o è sbagliato il progetto, o è sbagliata l’esecuzione o è stato fatto apposta”. Per l’Eni, oltre alle continue difficoltà logistiche, pesa anche il caro petrolio: il suo prezzo crescente spinge le società a investire di più sulla sua estrazione, accrescendo la domanda sul settore degli strumenti da scavo e spingendo i prezzi verso l’alto.

Naturalmente Eni minimizza il problema, il mercato, però, sembra preoccupato e il titolo del cane a sei zampe perde più di due punti percentuali, contro un S&P/Mib che arretra in territorio negativo solo di poco più di un punto.

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1 commento

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  • cesant

    10 ago 2007 - 09:35 - #1
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    Up Down

    ma se si è disposti ad investire una marea di soldi nel Mar Caspio per la sua qualità “scarsa” di petrolio (scarsa se rapportata a quello Arabian Light) un motivo ci deve essere… o li è pieno di gas, oppure nel Golfo Persico non si vede ancora una via d’uscita dalla pesante crisi.
    il governo Kazako sta solo giocando al rilancio, senza Eni-Shell e socie non va da nessuna parte, non finirà nemmeno i lavori ad Astana.
    Riassumendo: troppo rumore per nulla, i ritorni giustificheranno i costi (anche se triplicati).