
L’accelerazione delle trattative con il Governo kazako per lo sfruttamento del supergiacimento del Kazakhstan sembra dare fiato al titolo del Cane a sei zampe dopo le perdite delle ultime ottave. Le azioni della società guidata da Paolo Scaroni guadagnano infatti oltre il 2,21% riportandosi a quota 24,08 euro. Sicuramente anche l’innalzamento del target price da 29 a 30 euro da parte di Deutsche Bank contribuisce al buon andamento del titolo, ma a ben guardare le incertezze per il futuro e soprattutto per una rapida soluzione della questione kazaka rimangono in campo.
Lo slittamento delle trattative oltre il 30 novembre, nonostante il proposito espresso sia dalla società italiana che dal Governo di Astana di trovare un accordo entro la fine dell’anno, non lascia intravedere ancora alcun punto fermo sulla vicenda. Qualche spunto verrà probabilmente la prossima settimana da Londra dove le parti si incontreranno per discutere ancora sul da farsi. Alcune indiscrezioni fissano nel 15% la quota che KazMunaiGaz, la società kazaka che fa parte della cordata guidata da Eni, vorrà nel consorzio (attualmente detiene solo l’8,3 per cento) in cambio di un via libera del Governo di Astana allo sfruttamento dei giacimenti.
Scaroni nei giorni scorsi aveva inoltre sottolineato la compattezza del consorzio stesso, forse per tacitare le voci che parlavano di un sabotaggio interno da parte di Exxon Mobil, socia dell’impresa che aveva però accettato a malincuore l’affidamento della leadership alla società italiana. In effetti la guida italiana del consorzio sembra essere nata da un braccio di ferro fra i colossi che lo compongono (oltre a Exxon ci sono altri giganti come Shell, Total e Conoco Philips) e quindi della sua solidità da sempre si dubita.
Al momento però la situazione sembra stabilizzata, se non avviata soluzione dopo la crisi di questa estate. Il supergiant kazako è probabilmente il più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni e Eni, con l’aiuto del Governo italiano, sembra avere ridotto Astana a più miti consigli.
Nel frattempo il titolo Eni è in affanno in borsa e, a parte la giornata di oggi che potrebbe regalare qualche recupero, nell’ultimo mese ha già perso quasi nove punti percentuali e mezzo.
Certo lo stacco del dividendo del 22 ottobre ha influenzato le quotazioni, ma recuperare quota 25 euro per il momento sembra difficile.
La trimestrale dello scorso 31 ottobre ha rivelato un utile netto adjusted (che esclude l’utile/perdita dimagazzino e gli special item) da 1,89 miliardi contro gli 1,92 miliardi di un consensus che già scontava una flessione dell’attività del gruppo.
La società del Cane a sei zampe ha infatti registrato nella trimestrale pubblicata un calo in tutti i principali parametri del conto economico.
Sul peggioramento della redditività dell’azienda sicuramente hanno pesato diversi fattori congiunturali e non: i costi di esplorazione sono cresciuti del 70% in un anno, il tax rate ha ragiunto il 53% e i problemi in Nigeria hanno impattato il risultati del gruppo. Gli analisti per ora sembrano propensi a un miglioramento della situazione in futuro.
Forse gli incontri di Londra della prossima settimana regaleranno qualche novità positiva. Sicuramente non farebbe male.