
“Bisogna assicurare condizioni di trasparenza e competitività” alla rete di telecomunicazioni nazionali. Questi i due importanti messaggi di Corrado Calabrò, il presidente dell’Autorità delle telecomunicazioni alle prese con la patata bollente dello scorporo della rete in pancia a Telecom Italia. Le sue parole sono venute a margine dell’incontro con i nuovi vertici della compagnia Franco Bernabé e Gabriele Galateri di Genola.
Sicuramente durante la “visita di cortesia” durata circa due ore saranno stati discussi più nel dettaglio le questioni in campo, ma nulla di più è stato per il momento passato ai media. Di certo poi nelle prossime settimane si terranno altri incontri sul delicato tema della separazione della rete da Telecom Italia con l’Antitrust e con i rappresentanti del Governo e quindi ancora con l’Autorità per le telecomunicazioni. Insomma si è ancora all’inizio della partita. Qualche punto fermo, però, si può già mettere.
La questione dello scorpoto della rete è una patata quasi rovente non solo perché su questo argomento si giocano interessi da 15 miliardi di euro (questa la valutazione di alcune banche d’affari sull’ultimo miglio della rete controllato da Telecom Italia), ma anche perché, come capisce pure un bambino, dal futuro della rete di telecomunicazioni può oggi dipendere il futuro di un paese. Ma a questo punto è utile fare un passo indietro.
Innanzitutto bisogna capire di cosa si parla. La rete da scorporare mantenendo o meno la proprietà a Telecom è il cosiddetto ultimo miglio, ovvero l’ultimo tratto della rete di tlc a cui si collegano i vari operatori quando, caso ancora abbastanza raro nel nostro Paese, non controllano una rete locale in proprio. Si tratta quindi della vendita di una serie di asset, del valore complessivo di circa 15 miliardi di euro, che comunque andrebbero ricollegati a monte alle varie dorsali Telecom Italia del Belpaese. L’iptoesi più gettonata sarebbe quella della creazione di una newco con gli asset in questione e della sua quotazione. Un’ipotesi che però potrebbe arenarsi sul nodo degli investimenti di lungo termine che la rete richiede e che il mercato potrebbe non volersi addossare.
La rete, tutta o quasi la rete italiana, è infatti vecchia, poco competitiva e necessita di interventi che secondo alcuni sono da valutare in 6-7 miliardi di euro e secondo altri in almeno 10 miliardi di euro. Cifre astronomiche che variano anche in base a quale copertura del Belpaese si vuole raggiungere e con quali servizi. Se si considera che Telecom ha un debito di 35,5 miliardi di euro si capisce che, se non si vuole lasciare l’Italia delle telecomunicazioni nel XX secolo, serve una montagna di soldi che la società senza apporto di nuovi capitali non può mettere insieme. L’operazione di ammodernamento richiederà sicuramente un leveraged buy out fra i finanziatori e un ottica di lungo periodo con un break even posticipato nel tempo. Un po’ come succede quando si costruisce un’autostrada.
Un altro notevole problema è quello della effettiva competitività nel settore una volta che l’ultimo miglio sia stato scorporato e, di proprietà o meno di Telecom, faccia le stesse tariffe a tutti, Telecom Italia compresa. Secondo fonti vicine alla compagnia il problema di un mantenimento a monte del monopolio sulla rete fissa tramite le dorsali Telecom Italia che attraversano tutto il Paese e che non sono in vendita sarebbe marginale. Perché? Perché la costruzione di una dorsale sarebbe alla portata degli altri operatori e quindi solo le connessioni all’ultimo miglio costituirebbero quella parte della rete più pregiata e meno replicabile. L’argomento non è condiviso da tutti ed è comunque troppo poco dibattuto dalla stampa.
Un’altra importante considerazione però va nella direzione opposta. Va infatti ricordato con la massima attenzione che Telefonica, il maggiore singolo azionista di Telecom Italia e anche, con molte probabilità, il prossimo proprietario della società, si è già detto in passato contrario a una separazione della rete. Senza dubbio l’interesse di chi ha investito miliardi in una società tanto malmessa non va sottovalutato, ma in favore della società spagnola andrebbe anche ricordato che i maggiori operatori del mondo (Telefonica compresa) controllano nei propri mercati nazionali la rete fissa. Se Telefonica raggiungerà il definitivo controllo di Telecom Italia il Belpaese guadagnerà forse questo triste primato. Il che poi non significa che alla fine la ex Sip non funzioni meglio per tutti.