
Come mai il mercato continua a temere una recessione degli Stati Uniti se il loro Pil è inferiore a quello europeo? La risposta è che dall’economia statunitense dipende il consumo di petrolio e quindi a catena i prezzi dell’energia globale. Così le parole di Ben Bernanke (il numero uno della Fed) su un ulteriore rallentamento dell’economia Usa e sul probabile fallimento di alcune banche del Paese si riflettono sui listini del mondo principalmente perché accendono le quotazioni del greggio. Per dimostrarlo basta fare due calcoli; ma, prima, conviene fare una rapida panoramica.
Il mercato in questo momento dà per certo un prossimo taglio di mezzo punto percentuale ai tassi d’interesse Usa, ma inizia anche a convincersi sempre di più che il rallentamento (il Pil americano nel 2007 è cresciuto del 2,2% contro una crescita del 2,9% nel 2006) non sarà arginabile con manovre esclusivamente valutarie (leggi leva dei tassi d’interesse). Negli States la crisi dei mutui ad alto rischio ha portato a quella delle banche e del sistema finanziario, a catena sono venuti giù prima gli indici d’Oltreoceano e poi quelli europei e dell’Estremo Oriente. A questo punto però conviene fare qualche calcolo.
Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è pari a circa 13,8 mila miliardi di dollari. È, dunque, inferiore a quello europeo che è pari a circa 14,4 trilioni di dollari (il calcolo dei due è a cambi costanti ed è basato sulle stime della Cia americana). In queste condizioni la forbice tra i due sembra destinata a crescere. Ma se l’Europa da sola produce più ricchezza degli Stati Uniti allora perché la crisi è “globale”?
Innanzitutto perché comunque un buon 21% del prodotto lordo mondiale dipende comunque dagli States e non è cosa da poco. In secondo luogo perché indirettamente gran parte delle economie e delle loro istituzioni finanziarie sono collegate a quella degli Stati Uniti. Gli Usa sono, infatti, il Paese più indebitato del globo. Il debito pubblico americano è da tempo tanto elevato da essere quasi una chimera: attualmente dovrebbe aggirarsi sul 36.8% del corrispettivo Pil e quindi sui 5 trilioni di dollari (ma secondo diversi osservatori complessivamente gli Stati Uniti sarebbero indebitati per oltre 9 trilioni di dollari). Ciò che conta di più però è, ancora una volta, il petrolio.
Secondo i dati dell’Eia (Energy information administration), gli Stati Uniti nel terzo trimestre 2007 hanno registrato una domanda media di 20,7 milioni di barili al giorno, contro una domanda media globale di 85,43 milioni di barili. Si tratta dunque di un posto dove finisce quasi un quarto del petrolio del mondo. Se prendiamo il resto dei paesi dell’Oecd (il cartello che riunisce i paesi più sviluppati del mondo), scopriamo che messi tutti assieme consumano 27,95 milioni di barili di petrolio al giorno. I cosiddetti paesi emergenti ancora oggi hanno un consumo che, seppure in crescita notevole rappresenta una percentuale minore del consumo globale. A fine 2007 la Cina consuma circa 7,69 milioni di barili al giorno, mentre gli stati che prima formavano l’Urss registrano un consumo di 4,39 milioni di barili al giorno.
La stragrande maggioranza del petrolio globale continua a provenire dai paesi legati nel cartello dell’Opec (fra l’altro oggi la Libia ha dichiarato che se il prezzo del petrolio “rimane” a 100 dollari la produzione non necessita di modifiche il prossimo 5 marzo). Algeria, Angola, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Venezuela producono infatti 34,9 milioni di barili di petrolio al giorno contro gli 8,4 milioni degli Stati Uniti e i 12,64 milioni degli altri Oecd (l’ex Urss ne produce da sola ben 12,55 milioni). Insomma gli Stati Uniti sono i maggiori consumatori di petrolio del mondo e questo, vista l’importanza del petrolio nell’economia globale li rende davvero l’ago della bilancia.
Ci sono certo dei fattori nuovi, come il crescente consumo della Cina e dei paesi emergenti che sta per il momento coprendo i deficit di consumo degli Stati Uniti (dai 20,91milioni di barili del terzo trimestre 2006 si è scesi a 20,65 milioni nel terzo quarto del 2007 e probabilmente il dato peggiorerà ancora). È questo, infatti, che tiene alti i prezzi del greggio: la domanda. Così la chiara supremazia degli Stati Uniti nel consumo di petrolio rende chiaro che esso debba essere commerciato in dollari.
A questo punto la vera domanda, però, si sposta più sul petrolio che sul Pil: il maggiore consumatore di petrolio del mondo per quanto potrà sopportare il dollaro a sconto e il caro-petrolio? Di certo un Pil ancora superiore a quello di ogni singolo altro stato del mondo conta ancora qualcosa (se gli Usa hanno, appunto, un Pil 13,8 trilioni di dollari, la Germania ha un Pil di 3,2trilioni, l’Italia di 1,5 trilioni e la Cina di 7 trilioni di dollari a parità di potere di acquisto); ma forse quello che conta di più adesso è che dal mercato a stelle e strisce dipendono ancora le quotazioni del greggio e, perciò, anche i prezzi dell’energia per tutti coloro che marciano grazie al petrolio. Come ci insegnavano a scuola, ancora una volta l’economia usa conta più per ciò che consuma che per ciò che produce. Questo le permette di fare i prezzi per tutti: l’Europa quindi dovrà inevitabilmente confrontarsi con questa dipendenza.
verogabri
03 mar 2008 - 22:47 - #1La cosa doveva essere molto chiara a Bin Laden, che in un discorso di un paio di anni fa esortava i suoi a portare il petrolio oltre i 100$ per colpire i suoi nemici, cioè USA e Europa.
Sul LeScienze di questo mese c’è un interessante articolo che spiega come gli USA potrebbero convertirsi all’energia solare e diventare entro il 2050 indipendenti dal petrolio.