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La Fiat nella crisi di settore: per l'auto basta una Tata?

Pubblicato: 25 mar 2008 da Ferry Boat

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Mercato dell’auto in fibrillazione. Non mancano le contraddizioni, però. A forti dubbi sulla tenuta delle vendite nel mondo occidentale, si accompagna un’ondata di fusioni e acquisizioni che incoraggia le speculazioni sui titoli delle case produttrici. I forti margini di espansione nei mercati emergenti generano entusiasmi subito raffreddati dai prezzi da record del petrolio. Così le caselle del puzzle finiscono per montarsi in modi sempre diversi a seconda della prospettiva (e degli interessi) messi in campo.

L’ultima “novità” è la tanto attesa acquisizione di Jaguar e Land Rover da parte dell’indiana Tata, non ancora confermata, ma ormai discussa, anticipata e smentita da tanto tempo da far quasi apparire superflua una conferma ufficiale. Solo dieci anni fa se si fosse diffusa la notizia che un indiano avrebbe comprato la Jaguar sarebbe sembrato una barzelletta, al massimo lo si sarebbe concesso a un giapponese. Oggi invece la notizia è praticamente data per scontata dal mercato e le attese si concentrano sui dettagli del deal. Due dubbi di peso, infatti, rimangono.
Il primo riguarda il prezzo: c’è chi parla di 2 miliardi di dollari, chi di 2,75 e la differenza, come tutti possono vedere, non è da poco e detterà probabilmente un precedente per le prossime probabili acquisizioni nel settore.

Il secondo dubbio riguarda invece una clausola vincolante ipotizzata dal Financial Times che segue con particolare attenzione la vicenda. Sembra infatti che a Tata sia stato imposto di bloccare eventuali alleanze fra Jaguar o Land Rover da un lato e altre case produttrici dall’altro. Si tratterebbe di una precisazione che, se da un lato permetterebbe alla venditrice Ford di bloccare eventuali concorrenti, dall’altro scoraggerebbe eventuali deal vantaggiosi per Fiat e per gli altri alleati di Tata.

Fiat, che ha fra i propri amministratori lo stesso Ratan Tata, è, infatti, uno dei più attenti alleati del gruppo indiano. Lo ha confermato di recente la ricapitalizzazione della joint venture che unisce le due società in India. Il finanziamento alla jv è stato infatti raddoppiato a circa un miliardo di dollari e quindi i progetti comuni sono sicuramente destinati a crescere. Dalla nuova filiale indo-italiana spunteranno auto e motori destinati a soddisfare la fame di autovetture in India e nel mondo e probabilmente il bilancio della Fiat se ne gioverà. Localizzare è, d’altra parte, sempre più importante per il Lingotto e lo ha confermato recentemente lo stesso Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, parlando del mercato americano dove il gruppo dovrebbe entrare con una produzione in loco. L’obiettivo è quello di vendere (e produrre) negli States Alfa Romeo e Iveco, l’occasione è fornita dalla crisi di GM e Ford e dalla forte svalutazione del dollaro che rende competitiva la produzione in sede.

I tempi sono d’altra parte assai duri, come conferma l’abbassamento delle stime di vendita da parte della Toyota, e anche in Europa la concorrenza per il Lingotto è destinata a crescere. Per quanto “inconcepibile” (l’aggettivo è di Sergio Marchionne) il matrimonio fra Porsche e Volkswagen pone in campo un unico concorrente che controlla non solo la temibile Porsche, diretta concorrente della Ferrari, ma anche il più grande produttore di veicoli commerciali europei. La prossima fusione di Man e Scania creerà, infatti, il più grande antagonista della nostrana Iveco e quindi Fiat dovrà competere con i tedeschi a tutto campo. Senza considerare poi le strategie sempre più aggressive delle francesi Peugeot e Renault-Nissan…

Che Marchionne voglia tentare la carta americana, dunque, non sorprende: d’altra parte la stessa Volkswagen ha annunciato l’intenzione di costruire un impianto statunitense capace di produrre 250 mila auto all’anno. Gli States sono dunque sotto attacco, o, se si preferisce, col dollaro debole e i colossi dell’auto locale in crisi (a quando la vendita della Volvo da parte di Ford?) sono diventati un’occasione. Il problema però, in tempi di flessione dell’economia globale e di caro petrolio, è che se Sparta piange, Atene non ride.

I tempi sono d’altra parte assai duri, come conferma l’abbassamento delle stime di vendita da parte della Toyota, e anche in Europa la concorrenza per il Lingotto è destinata a crescere. Per quanto “inconcepibile” (l’aggettivo è di Sergio Marchionne) il matrimonio fra Porsche e Volkswagen pone in campo un unico concorrente che controlla non solo la temibile Porsche, diretta concorrente della Ferrari, ma anche il più grande produttore di veicoli commerciali europei. La prossima fusione di Man e Scania creerà, infatti, il più grande antagonista della nostrana Iveco e quindi Fiat dovrà competere con i tedeschi a tutto campo. Senza considerare poi le strategie sempre più aggressive della francese Peugeot e della giapponese Renault-Nissan…

Che Marchionne voglia tentare la carta americana, dunque, non sorprende: d’altra parte la stessa Volkswagen ha annunciato l’intenzione di costruire un impianto statunitense capace di produrre 250 mila auto all’anno. Gli States sono dunque sotto attacco, o, se si preferisce, col dollaro debole e i colossi dell’auto locale in crisi (a quando la vendita della Volvo da parte di Ford?) sono diventati un’occasione. Il problema però, in tempi di flessione dell’economia globale e di caro petrolio, è che se Sparta piange, Atene non ride.

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