Speciale fondi sovrani parte seconda

pubblicato: lunedì 14 aprile 2008 da riva

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L’universo dei fondi sovrani oggi è più variegato che mai e contemporaneamente è anche sempre più ricco. Secondo stime del Fondo monetario internazionale la ricchezza gestita complessivamente dai fondi sovrani potrebbe raggiungere attualmente i 3000 miliardi di dollari.

I fondi che fanno riferimento ai governi di tutte le latitudini sono spesso legati a materie prime. Fra i fondi sovrani più attivi dell’ultimo periodo osserviamo per esempio l’Abu Dhabi Investment Authority, il più grandefondo sovrano del mondo con asset stimati in 650 miliardi di dollari. Di recente il fondo che fa riferimento al governo degli Emirati Arabi Uniti ha acquisito una quota importante del capitale di Citigroup (circa il 5%) scongiurando anche una crisi di liquidità del colosso americano finito nella crisi dei mutui ad alto rischio. Questo fondo deve gran parte delle sue ricchezze al petrolio e controlla infatti più del 90% del petrolio che deriva dagli Emirati Arabi Uniti. I proventi di questo fondo sovrano sono in crescita con gli aumenti stratosferici dei prezzi del greggio negli ultimi anni, ma sono anche proventi destinati a finire con l’esaurimento inevitabile delle scorte. Questo dato rende inevitabile un riassetto delle risorse e una politica di investimento a lungo termine e infatti gran parte degli investimenti di ADIA sono a basso profilo di rischio. In una situazione simile si trova il fondo sovrano norvegese, il Government Pension Fund, nato nel 1990 per redistribuire alle generazioni future i proventi della vendita del petrolio. Questo fondo da 250 miliardi di dollari è celebre per l’estrema selezione anche etica dei propri investimenti (ha venduto dal 2004 a oggi almeno 27 partecipazioni per ragioni esclusivamente etiche) ed evita accuratamente investimenti nell’industria delle armi (per esempio non investe nella nostra Finmeccanica) o anche nei business che comportano particolari danni per l’ambiente.

Altri fondi sovrani particolarmente legati al petrolio sono quello del Kuwait (il Kia), ma anche diversi altri fondi libici, russi e algerini. Non tutti i fondi sovrani sono legati però al petrolio. Per esempio esiste un fondo sovrano cileno che basa la propria ricchezza sul rame e uno dello Botswana che basa i propri asset sui diamanti.

Un altro fondo sovrano che ha un ruolo cruciale nell’economia globale, la China Investment Corporation, recentemente resa celebre dall’investimento da 5 miliardi di dollari in Morgan Stanley (il 10% del capitale ma nessun rappresentante nel board), ha scelto invece di mobilitare le proprie immense risorse (circa 200 miliardi di dollari) per via del notevole deprezzamento del dollaro.

La Cic risponde infatti direttamente al Governo cinese e alla sua banca centrale che ha circa 2/3 delle proprie riserve in dollari e si calcola che con i propri 1.400 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera sia il maggiore creditore al mondo degli Stati Uniti. Non sorprende dunque che il Governo cinese cerchi in questo periodo di crisi Usa investimenti più redditizi per le proprie risorse e che contemporaneamente cerchi di sostenere l’economia statunitense con i propri investimenti. Un collasso del sistema finanziario globale non conviene infatti a nessuno.

Ma i vantaggi per molti sistemi economici e industriali dei paesi emergenti sono anche altri. Paola Subacchi, responsabile per l’economia internazionale della Chatham House di Londra, al riguardo ha evidenziato durante un incontro presso la Fondazione Corriere della Sera lo scorso giovedì che molte economie locali, come quella saudita, hanno difficoltà nel fronteggiare una forte disoccupazione giovanile e molti altri effetti collaterali di un rapido sviluppo non sempre omogeneo. La Cina per esempio, ha sottolineato ancora la Subacchi, spesso approfitta degli investimenti in società occidentali per acquisire il know how e gli skills che le mancano e accelerare il proprio sviluppo. Al riguardo il presidente dell’Eni Roberto Poli, anch’egli presente all’incontro di giovedì, ha sottolineato anche i vantaggi di un “accreditamento” politico di molti di questi fondi presso le locali autorità politiche e finanziarie. “Lì c’è qualcuno che guarda lontano”, ha affermato il presidente dell’Eni. In altre parole, ha invece dichiarato Domenico Siniscalco, ex ministro dell’Economia e attuale country head per l’Italia di Morgan Stanley la crisi ha invertito i ruoli. Prima eravamo noi a entrare con le joint venture nei loro mercati adesso sono loro che, approfittando della crisi in corso, entrano nei nostri. “Eccoci serviti” chiosa il rappresentante per l’Italia di Morgan Stanley. Il paradosso di tutta questa situazione poco evidenziato giovedì è forse, però, un altro. I grandi colossi privati del credito statunitense si sono fatti male con i subprime e ora sono costretti a chiedere aiuto ai fondi sovrani stranieri (ma anche allo stesso Governo USA) per sopravvivere e, di fronte allo spettro di una incontrollabile crisi finanziaria globale, lo Stato non può che dargli una mano. AAA privato in crisi, cercasi Stato disperatamente.

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