
La corsa del greggio oltre il record dei 135 dollari non poteva che avere da subito degli effetti dirompenti su uno dei comparti più esposti alle oscillazioni del petrolio: quello aeronautico. Ieri la Iata (l’associazione delle maggiori compagnie aeree del mondo) ha lanciato l’allarme capovolgendo le previsioni già non brillanti fatte nel 2007. Nell’intero settore aereo mondiale le perdite ammonteranno a 2,3 miliardi di dollari se il greggio si attesterà sui 106,5 dollari al barile. Se, però, i prezzi dovessero ritornare sui 135 dollari, il rosso delle compagnie potrebbe raggiungere (e superare) i 6,1 miliardi di dollari.
Per questo ieri Giovanni Bisignani, numero uno della Iata, ha chiesto con urgenza una revisione della tassazione e un rapido intervento dei governi per riportare il greggio ai prezzi reali. La crisi del comparto, ormai alle prese con un calo che non si vedeva dall’11 settembre del 2001, è cosi grave che oggi, alla notizia delle perdite da 64 milioni di euro di Ryan Air nel primo trimestre del 2008, il mercato si è messo a comprare il titolo. D’altra parte il direttore generale Jimmy Dempsey ha dichiarato che l’anno si chiuderà in pareggio o in lieve utile: se si considera che negli ultimi sei mesi sembra che siano fallite 8 aerolinee e 24 compagnie, tutto sommato quello della compagnia irlandese può essere letto come un dato positivo.
Easyjet, altro gigante del volo low cost, ha persino parlato di scenario darwiniano e detto che alla fine della tempesta rimarranno in piedi solo cinque compagnie (British Airways, AirFrance-KLM, Lufthansa, Ryanair e, ovviamente, la stessa Easyjet). Alitalia nel migliore dei casi viene vista come una società tenuta in piedi dagli aiuti di Stato e comunque destinata, in queste condizioni, a perire. Jean-Cyrill Spinetta, presidente di AirFrance e già membro del board della Magliana fino a qualche mese fa, ha persino affermato che servirebbe un esorcista.
Ma la crisi si sente a tutte le latitudini. È dell’altro giorno la notizia che la compagnia di bandiera australiana Qantas ha iniziato a ridurre la velocità dei voli per risparmiare sul carburante, probabilmente l’esempio sarà seguito da altre colleghe. Nel frattempo la crisi dei consumi taglia anche i ricavi e rende sempre meno proponibili ulteriori aumenti del fuel charge (la tassa che rigirava al cliente parte dei rincari del carburante). Qualcuno, come la stessa Qantas, comincia a pensare al metano o all’idrogeno come fonti alternative. Tutte si fanno i conti in tasca e incrociano le dita per il futuro. Sperando che il greggio non cresca ancora.
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