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L'inflazione rimonta, le banche centrali si adeguano

Pubblicato: 12 giu 2008 da Ferry Boat

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L’inflazione nell’Eurozona sarà ampiamente superiore al 3% nel corso del 2008. Sorvegliati speciali l’Italia e la Germania che dovranno proseguire nel risanamento dei conti in quanto non hanno ancora raggiunto gli obiettivi di medio periodo. Con la differenza però (ma questo il bollettino mensile della Bce pubblicato oggi non lo dice esplicitamente) che la Germania finora è stata il propulsore dell’economia del Vecchio Continente e, per produttività e competitività, ha lasciato l’Italia tanto distante da far temere a qualcuno che l’economia Ue sia pronta a divaricarsi.

Nelle altre capitali europee non mancano, però, i problemi: la corsa dei prezzi in Francia (inflazione al 3,7%) e in Spagna (4,6%) ha toccato livelli che non si vedevano da 12-13 anni a questa parte. Nessuno stupore dunque se la Bce ha annunciato un’ulteriore stretta monetaria e probabilmente porterà a breve i tassi al 4,25%.

Nonostante Jurgen Stark, membro del Comitato esecutivo della Bce, abbia rassicurato in parte i mercati affermando che da luglio non partirà un ciclo di interventi al rialzo sui tassi, in molti (a partire dal Sole 24 Ore di oggi) ricordano che un’affermazione simile di Jean Claude Trichet nel 2005 fu seguita da 8 aumenti dei tassi d’interesse.

Visto l’andamento generale dell’economia anche la Fed ha deciso di invertire rotta e si appresta - lei sì - ad incrementare gradualmente il costo del dollaro con una serie di manovre restrittive e opposte a quelle degli ultimi mesi.

Verrebbe da commentare Trichet-Bernanke uno a zero. Solo a Francoforte avevano avuto il coraggio nell’ultimo anno di tenere fermo il timone mentre la finanza globale tremava e di cogliere per tempo i segnali preoccupanti provenienti dal rincaro del greggio. Così, mentre gli investitori del globo ritornano ancora ai beni rifugio (in Italia Bot e Btp volano ai rendimenti del 2000), qualcuno cerca di fare il punto.

I prezzi del petrolio sono diventati insostenibili per tutti: anche il resto dell’economia barcolla sotto il peso di un barile da 135 dollari. Alle compagnie petrolifere questi rincari possono convenire perché coprono le spese per estrarre il petrolio da nuovi e più complessi giacimenti (come quello del Kashagan o quelli ad alta profondità del Mare del Nord).

Per gli sceicchi del mondo arabo un petrolio in corsa verso i 200 dollari e oltre rappresenta una liquidazione in direzione di una nuova epoca senza greggio. Il problema adesso è che con la fine del petrolio potrebbe arrivare la fine del dollaro, o almeno del dollaro incontrastato signore degli scambi internazionali.

Henry Kissinger, segretario del Tesoro Usa al tempo della crisi petrolifera degli anni ‘70 condanna la mancanza di una politica di ricerca di nuove fonti di energia negli ultimi venti anni: sia negli States che nel resto del Mondo. L’unico intervento su cui scommette, per il momento, è quello messo a punto allora: le riserve d’emergenza della Agenzia internazionale dell’energia (Iea). Il genere d’intervento che finora non ha funzionato, ma anche, forse, l’unico paracadute disponibile. Siamo in terra di nessuno.

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