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Nuove strette monetarie all'orizzonte

Pubblicato: 23 lug 2008 da Ferry Boat

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Tempi duri per le economie occidentali e soprattutto per i banchieri centrali stretti tra due fuochi. Da una parte una crescita economica ridotta ai minimi termini e dall’altra l’inflazione che dopo molti anni di letargo e’ tornata a farsi sentire. Ricordiamo infatti che il PIL americano nel primo trimestre e’ salito di appena l’1% t/t, mentre i prezzi al consumo a giugno hanno registrato una crescita dell’1,1% su base mensile (la piu’ elevata dal lontano 1982) e del 5% a/a.

Le cose non vanno meglio nel vecchio continente dove l’ABI stima la crescita economica all’1,6% nel 2008, con l’Italia che dovrebbe purtroppo fermarsi al +0,5% (situazione confermata nella sostanza anche dall’analisi dell’FMI). L’inflazione nel nostro paese a giugno ha sfiorato il 4% e per l’intero anno solare dovrebbe attestarsi al 3,5% (fonte ABI).
Un bel dilemma per BCE e Fed anche se la prima puo’ ora rispondere alle critiche che le erano state rivolte in precedenza, ovvero da parte di coloro che avrebbero voluto un atteggiamento piu’ permissivo, in linea con quello degli americani. I quali, con un’inflazione al 5%, ben piu’ elevata di quella europea, sembrano ora costretti a correre ai ripari: ieri il presidente della Fed di Filadelfia, Charles Plosser, ha dichiarato che la forte crescita dei prezzi al consumo potrebbe indurre il FOMC ad alzare i tassi.
Lorenzo Bini Smaghi, membro del direttivo della BCE, non ha perso l’occasione per bacchettare i critici e togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ricordardando inoltre che con i prezzi al consumo che salgono di quasi il 4% l’attuale tasso di riferimento al 4,25% non puo’ certo essere considerato restrittivo. Probabile quindi che a Francoforte stiano pensando a un nuovo ritocco all’insu’ del tasso di rifinanziamento.

Paradossalmente pero’ proprio in questi ultimi giorni il prezzo del petrolio, probabile causa principale della fiammata inflazionistica, ha subito una forte correzione. Il future sul crude e’ passato dal record storico all’inizio della scorsa settimana a oltre 147 dollari/barile ai 125 circa di oggi, un -15% in 5/6 sedute. La flessione del greggio ha coinciso con il recupero del dollaro nei confronti delle altre valute, amplificandone di molto l’estensione: una conferma, quest’ultima, del fatto che il valore barile di crude incorpora un consistente premio dovuto alla speculazione.

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