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Il Cicr ha deciso: cade la barriera fra banche e industria

Pubblicato: 04 ago 2008 da Ferry Boat

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Il Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) ha appena deciso di abbattere il muro che separava le banche italiane dall’industria, segando via quel limite del 15% alle partecipazioni che fino a qualche giorno fa le banche potevano avere in un’azienda.

Ora il nuovo limite è posto dalle norme Ue e la filosofia cambia radicalmente. Ha fatto bene dunque il settimanale Borsa e Finanza a dedicare un approfondimento a questo tema, perché il problema, a questo punto, non diviene più quanto possono avvicinarsi una banca e un’impresa, ma se la partecipazione in un’impresa rischia di compromettere i ratio patrimoniali dell’istituto di credito in questione. I nuovi limiti, infatti, stanno tutti qua.

Come previsto da Bruxelles (e programmato da Basilea) le banche non potranno impegnare più del 15% del proprio patrimonio di vigilanza in una singola partecipazione e non potranno investire più del 60% della proprio patrimonio di vigilanza in industrie private. A conti fatti si potrebbero liberare decine di miliardi di euro per il settore privato e per le industrie italiane (secondo Borsa e Finanza fino a 71 billion per le prime 5 banche italiane).

Giganti come Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno un patrimonio di vigilanza di 33 e di 56 miliardi di euro rispettivamente, quindi potrebbero investire in una sola fiche 5 o 8 miliardi rispettivamente e poi, nelle varie industrie private, fino a 20 o 30 miliardi di euro rispettivamente.

Qualcuno potrà dire che in questo periodo difficile le banche sono tutt’altro che propense a investimenti sconsiderati, la potenza di fuoco rimane comunque quella. Dossier caldi come Alitalia, Parmalat, Telecom e il difficile allontanamento di Enel da Terna per motivi di concorrenza, potrebbero dipendere però dalle grandi banche adesso, visto che, oltretutto, di investitori con denaro a sufficienza per affrontare queste sfide in prima persona sembra proprio che non ce ne siano.

D’altra parte un pool di banche controlla già la maggior parte del capitale di Telecom e Intesa Sanpaolo guida il dossier Alitalia. Insomma quasi ci siamo già. E il prezzo da pagare? Fino a un anno fa in molti mormoravano a denti stretti che c’è troppa finanza nella nostra economia, come testimoniato anche dal peso delle banche a Piazza Affari. Adesso, visto che i capitali servono, ma non si trovano, si vorrebbe che le banche iniziassero a controllare intere industrie.

I casi Parmalat e Cirio certo non incoraggiano la fiducia nel credito nostrano, d’altra parte sembra proprio che non ci sia molta scelta. All’industria italiana il salvagente delle banche potrebbe anche costare caro. Non si parla di derivati, ma di un vero e proprio controllo dei sistemi produttivi del Bel Paese. Si consideri poi il caso in cui una banca presti del denaro a una industria di cui ha anche la maggioranza delle azioni: i conflitti d’interesse rischierebbero di essere davvero troppi.

Senza considerare poi il caso delle varie industrie che fanno manovre opposte. Diversi manager di primo piano dell’industria italiana siedono già nei board di primarie banche nazionali e un legame sempre più stretto in entrambi i sensi potrebbe generare ulteriori opacità nella gestione degli impieghi in questo o in quel gruppo nazionale. I maghi del private equity made in Italy già si fregano le mani e certo molte aziende di settori ad alta concentrazione di capitali hanno un forte bisogno di soci forti che possano fronteggiare tutte le emergenze. Se però domani banche e aziende si mettessero a fare lo stesso mestiere scambiandosi informazioni e capitali di continuo, sarebbe sicuramente tutto un altro discorso.

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