
La manovra domenicale di Alessandro Profumo ha lasciato di sasso gli analisti. Fino a venerdì scorso Unicredit aveva ribadito la propria solidità, confermato gli obiettivi e negato la possibilità di un aumento di capitale. Poi però a mercato chiuso cambia tutto nel giro di 24 ore. Viene varata una manovra da 6,6 miliardi di euro che attinge liberamente ai dividendi degli azionisti e contemporaneamente parte proprio un aumento di capitale.
Parlare a cose fatte di “errori di valutazione di una crisi che non ha precedenti dal 1929″ sembra dunque un po’ poco. L’utile netto del gruppo previsto per la fine dell’anno è stato infatti tagliato da 6,9 a 5,2 miliardi di euro, ossia è stato ridimensionato del 20 per cento.
Se si pensa che fino al 9 settembre lo stesso Profumo aveva confermato i target del 2008 (lo si legge in una nota amara di Goldman Sachs) si capisce perché molti analisti siano rimasti spaesati. Se c’è, infatti, una cosa che serve in questo momento è la fiducia, quindi i grandi gruppi come i piccoli dovrebbero mostrarsi il più possibile trasparenti.
Certo il Core Tier 1 adesso passa rapidamente il 6,7% ossia la banca diventa rapidamente molto più sicura. Gli azionisti hanno fornito il loro sostegno e gli istituzionali hanno deciso di fare la loro parte. L’appoggio del Governo e del mondo della politica hanno facilitato le cose e allontanato in parte le manovre speculative, ma il gruppo viene fuori dalla crisi (almeno per il momento) con le sue sole forze e senza i rifinanziamenti pubblici che si sono visti negli altri paesi.
Unicredit è senza dubbio un asset strategico del Bel Paese che non poteva cadere vittima delle speculazioni: è normale che la politica accorra, se necessario, in suo sostegno. Sarebbe però doveroso anche per Piazza Cordusio mostrare una maggiore trasparenza sulla qualità dei propri asset e sulla propria redditività, anche in tempo di crisi. Nel bene o nel male è, infatti, la trasparenza la prima cosa che oggi il mercato chiede.
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