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Borse alla riscossa, anzi no. C'è da fidarsi del rimbalzo?

Pubblicato: 20 ott 2008 da AleOne

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Il rimbalzo messo a segno dalle borse nelle ultime sedute ha permesso di tirare il fiato agli investitori, che si sono svegliati dall’incubo in cui erano entrati con i mercati che sembravano conoscere solo la strada del ribasso. Chi segue le oscillazioni degli strumenti finanziari sa bene tuttavia che non esistono movimenti a senso unico e che ogni tendenza, anche la meglio strutturata, va sempre incontro a correzioni, ovvero aggiustamenti che procedono in direzione contraria rispetto a quella prevalente. E sa anche che l’ampiezza delle fasi correttive è proporzionale all’estensione della tendenza precedente.

I ribassi record visti nella prima decade di ottobre sono stati in parte ritracciati da un rimbalzo anche esso di ampiezza eccezionale, tuttavia per il momento solo di rimbalzo si tratta. I principali indici azionari dovranno fare ancora molta strada perchè sia possibile parlare di inversione di tendenza. Le prossime sedute saranno cruciali: gli investitori dovranno decidere infatti se continuare a comprare sulla scia delle notizie confortanti uscite dagli incontri di Washington e Parigi oppure se prendere profitto e mettersi in attesa di nuovi stimoli positivi che bilancino le notizie societarie negative di recente uscita. Del resto gli interventi di emergenza approntati per fare fronte alla crisi ne hanno per il momento solo impedito il peggioramento senza disinnescarla completamente e soprattutto senza impedire che i danni già provocati possano avere in un prossimo futuro ripercussioni sull’economia reale. Le cifre della crisi sono mostruosamente elevate, e solo adesso, valutando l’entità degli interventi straordinari che sono stati montati per contrastarla, se ne sta iniziando a valutare la reale consistenza. Le operazioni avviate dagli istituti di credito per moltiplicare il valore delle loro attività alla fine si sono dimostrate delle bombe ad orologeria.

In termini semplificati fare “ingegneria finanziaria” significava prendere tutti i prestiti fatti dall’istituto, mischiarli in una appetitosa macedonia da rivendere, guadagnandoci, agli investitori. La crisi è scoppiata quando ci si è accorti che alcuni pezzetti di macedonia erano avariati, e che la loro presenza rendeva indigesto tutto il piatto. I pezzetti di frutta avariata altro non sono che i mutui “subrprime” concessi a coloro che, a causa di una normale contrazione del mercato immobiliare (è irragionevole pensare che il prezzo di un bene, reale o fittizio, cresca indefinitamente senza passare per un fisiologico processo di aggiustamento del valore che produce oscillazioni in entrambi i sensi, ma negli ultimi anni si era creata l’illusione di aver trovato la chiave per realizzare una espansione senza fine tutta basata sulla crescita dei debiti) non sono più riusciti a fare fronte ai propri impegni. Nel momento in cui gli investitori si sono accorti del pericolo hanno iniziato a cancellare la macedonia dai loro menù e le banche, soprattutto quelle che stavano alla base del processo di produzione di questo piatto, si sono trovate in seria difficoltà. Gli interventi che i governi di tutto il mondo si stanno affannando ad approntare sono volti a togliere le enormi quantità di macedonia dal mercato cercando di fare tornare l’appetito agli investitori.

La crisi di fiducia ha fatto salire i tassi di interesse. Le banche non prestano denaro e la sua scarsità ne fa aumentare il costo. La diminuzione di disponibilità di denaro è più che proporzionale rispetto alla perdita di valore degli asset detenuti dagli istituti. La maggior parte delle banche utilizzava negli Usa una leva di 10 volte o superiore, ovvero aveva creato credito in eccesso rispetto al proprio capitale di 10 volte o più. Questo significa, se i calcoli sulle perdite del sistema bancario americano quantificate in circa 2000 miliardi di dollari sono corrette, che nei prossimi mesi ci saranno 20000 (ventimila) miliardi di dollari in meno da prestare rispetto a quanti ne sono stati prestati prima dello scoppio della crisi. L’effetto sull’economia potrebbe essere devastante, e non solo nel breve termine: le banche nel prossimo futuro presteranno denaro solo a chi può offrire solide garanzie, quindi le attività più rischiose come la ricerca e l’avvio di nuove attività imprenditoriali rimarranno soffocate dalla mancanza di risorse.

E quel che è peggio è che questo problema esisterà solo se i piani di salvataggio studiati dai principali governi avranno successo. In caso contrario probabilmente i mercati finanziari così come li conosciamo oggi non esisteranno più, vi saranno solo banche statali o controllate dagli stati (un processo simile si compì negli anni 30 in Italia con la creazione delle Banche di Interesse Nazionale).

Gli scettici hanno i numeri dalla loro parte: venendo in Europa si scopre che le attività detenute in Inghilterra dalle maggiori banche assommano a circa quattro volte il prodotto interno lordo del paese. Se il sistema dovesse entrare realmente in crisi è assai dubbio che i fondi di decine di miliardi di sterline messi a disposizione possano bastare. In Germania alcuni istituti hanno utilizzato una leva molto superiore a quella ragionevole ed il loro destino è appeso ad un filo. E l’avvio della recessione anche da noi in Europa (il Fondo monetario internazionale ha rivisto recentemente le proprie stime dichiarando nel World Economic Outlook che l’economia mondiale sta entrando in una fase di grave rallentamento di fronte al maggiore shock per mercati finanziari maturi dagli anni ‘30 a questa parte) accompagnata dalla probabile contrazione del mercato immobiliare, potrebbero rendere la crisi del sistema finanziario più grave di quello che è attualmente.

Le speranze di uscire dal tunnel sono legate al successo di una riforma mondiale del sistema finanziario che permetta il ritorno di una fiducia stabile sul mercato del credito. Questo dovrebbe sbloccare i fondi (si calcola che siano 6 trilioni di dollari a livello globale) parcheggiati sui mercati monetari in attesa di poter essere impiegati in modo più profittevole (ma non al prezzo del rischio percepito in questo momento). Il successo su questo fronte rappresenterebbe solo la vittoria di una importante battaglia ma non della guerra: i governi dovrebbero impegnarsi poi, utilizzando la leva fiscale visto che probabilmente quella della spesa pubblica sarà bloccata, per fare ripartire l’economia. Quei paesi come l’Italia per i quali, a causa dell’elevato livello del debito, l’utilizzo della politica fiscale sarà problematico, dovranno sperare nella ripresa delle altre aree per andare a traino.

Anche volendo essere ottimisti e dando fiducia alla capacità dei Governi di avere ragione della crisi dei mercati finanziari è difficile pensare che tutti questi processi si compiano in tempi brevi. Ipotizzando che la crisi più pressante, quella del credito, venga risolta con successo, rimarrà sempre la recessione da affrontare. Se da un lato è quindi improbabile che le borse continuino a scendere con la violenza messa in mostra nelle ultime settimane (la seconda ottava di ottobre è stata la peggiore di sempre per i mercati Usa) dall’altro è altrettanto improbabile che il trend ribassista si inverta in tempi brevi. Quello che potrebbe verificarsi in tempi brevi è invece è il proseguimento della correzione avviatasi dai minimi della scorsa ottava, reazione al rialzo intermedia tra due momenti di ribasso, che permetta il rientro di volatilità ed indicatori tecnici su livelli meno estremi rispetto agli attuali. Uno scenario prospettico diverso si inizierebbe a profilare con lo S&P500 al di sopra dei 1080 punti, area dove si colloca il 33% di ritracciamento del ribasso dai massimi dell’ottobre 2007 ai minimi dell’ottobre 2008. Il superamento di quella soglia sarebbe un primo segnale di concreto allentamento delle pressioni al ribasso, di un genuino recupero della fiducia da parte dei mercati che dimostrerebbero di pensare di poter costruire un vero e proprio trend positivo e non solo una reazione temporanea.

Un ulteriore banco di prova per saggiare la determinazione degli investitori a lasciarsi alle spalle la fase negativa sarà quello dei 1150 punti. Il mancato superamento di area 1080/1150 non rappresenterebbe necessariamente la ripresa del trend ribassista: al termine della discesa avviata dai massimi del marzo 2000 le quotazioni tornarono per altre due volte a testare i minimi toccati a luglio 2002 prima che il mercato si convincesse che effettivamente la fase negativa era terminata. Questo tipo di comportamento è abbastanza ricorrente per gli indici di borsa ed è spiegabile facendo ricorso alla psicologia dei mercati finanziari.

Dopo una tendenza estesa, soprattutto se ribassista, i primi tentativi di inversione vengono guardati con sospetto dagli investitori, terrorizzati dall’idea di mantenere i titoli in portafoglio per più di qualche giorno. Questo tipo di comportamento dà luogo alle configurazioni di inversione tipiche dell’analisi tecnica, i doppi e tripli minimi ed i testa spalle. Flessioni nuovamente a testare i minimi di ottobre, o poco al di sotto, potrebbero fare quindi parte del processo di formazione di una di queste configurazioni. Dopo i minimi del luglio 2002 la creazione di una base sulla quale costruire il successivo rialzo, quello che ha accompagnato l’indice a fare registrare un nuovo massimo storico nell’ottobre 2007, impiegò 8 mesi circa per completarsi.

E’ quindi possibile che la borsa Usa vada ad oscillare nel prossimi mesi tra gli 800 ed i 1150 punti creando in quell’area i presupposti per un movimento di rialzo più significativo da disegnare nel corso del 2009, più probabilmente nel corso della seconda metà del 2009. Considerazioni analoghe si possono fare per la borsa europea, rappresentata dall’indice Eurostoxx. Difficilmente i prezzi riusciranno in questa prima fase di rimbalzo a superare area 290/300, tuttavia se eventuali successive flessioni verranno contenute dal supporto dei 200/215 punti sarebbe lecito iniziare a pensare ad un processo di ricostruzione duraturo della fiducia che permetta al mercato di mettere a segno nuovi più importanti rialzi nei mesi a venire.

La strategia da seguire per l’investitore potrebbe essere quella, ora che un punto di minimo sembra essere stato trovato, di riprendere gli acquisti sull’azionario sfruttando i possibili momenti di debolezza ed utilizzando il riferimento dei minimi di ottobre, o poco al di sotto, per attivare una protezione (stop loss) agli acquisti in caso di violazione di quei supporti.

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2 commenti

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  • Profilo di Quartana

    Quartana

    21 ott 2008 - 12:11 - #1
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    Bell’articolo, peccato che non verrà letto da quasi nessuno.
    Vorrei aggiungere alcune considerazioni.
    1) nel ‘29, dopo una rapida discesa simile all’attuale, il mercato continuò a scendere, alternando fasi di correzzione, sino a perdere quasi il 90% del suo valore iniziale ed il tutto si estese per circa 3 anni
    2) le correzzioni dei movimenti ribassisti estremi avvengono in due modi diversi: riprese immediate o quasi immediate e correzzioni laterali con lunghe estensioni temporali, che sono le migliori per propiziare futuri mercati rialzisti duraturi
    3) attualmente la situazione non è ancora quella del rimbalzo, ma solo quella dello scarico degli eccessi di volatilità, superata questa fase non è affatto detto che si riprenda la strada del rialzo: ci si potrebbe ritrovare, invece, in una fase di mezzo del ribasso che potrebbe riprendere per raggiungere nuovi minimi che potrebbero essere, grosso modo, sotto del 25% rispetto a quelli che abbiamo già visto.

  • Profilo di Aleone

    Aleone

    21 ott 2008 - 12:43 - #2
    0 punti
    Up Down

    Per una analisi approfondita delle prospettive (da un punto di vista grafico) leggete “Dallo studio del Comit le prospettive per il futuro”