
Ancora una volta in questo periodo di crisi del sistema finanziario globale le banche italiane ribadiscono con orgoglio la propria solidità e autonomia.
Nell’audizione parlamentare di oggi Corrado Faissola, numero uno dell’Associazione delle banche italiane (Abi), ha, infatti, sottolineato chiaramente la necessità di “garantire il carattere privatistico del sistema bancario italiano”.
Un alt al Governo e ai suoi interventi nel capitale delle banche che potrebbero diventare anche interventi nella governance. Il timore che anche in Italia possano essere nazionalizzate delle banche è insomma più vivo che mai. Da un lato perché questo è successo in gran parte delle economie occidentali, dall’altro lato perché nello stesso DL 155/2008 (uno dei due provvedimenti insieme al DL 157/2008 già varati dal Governo contro la crisi) c’è già un esplicito riferimento a questa eventualità.
Nella possibilità di abrogare il voto capitario delle banche cooperative in caso di salvataggio pubblico si potrebbe, infatti, introdurre un cuneo legale per il passaggio delle popolari salvate sotto il controllo pubblico, sia in termini di capitale che di gestione.
L’ipotesi già a suo tempo aveva spaventato le cooperative bancarie e oggi lo stesso Faissola ha ribadito il concetto.
D’altra parte finora le banche italiane si sono davvero dimostrate più solide delle loro colleghe estere per via del loro modello tradizionale di banche retail, per il loro basso livello di esposizione finanziaria e per la loro sostanziale estraneità ai modelli di business che hanno causato il fallimento di Lehman Brothers o i salvataggi di diverse banche americane ed europee.
L’Italia, ha ricordato oggi Faissola, ha caratteristiche specifiche che la hanno, in parte salvaguardata da questa bufera e persino un modello economico e di credito molto diverso da quelli falliti in maniera epocale negli ultimi mesi. In Italia il credito facile all’americana non esiste o è marginale, il risparmio delle famiglie, sebbene in via di erosione, è nettamente più solido che nella media dei paesi europei.
Che poi il sistema del credito italiano si sia dimostrato più solido degli altri, lo ha ammesso anche il Governo quando ha detto che, se ci dovessero essere interventi in favore delle banche del Bel Paese, non ci saranno interventi punitivi nei confronti del management.
Anche i grandi timonieri del credito d’altra parte non hanno chiesto nulla finora. Unicredit si è ricapitalizzata senza chiedere un euro al Governo, Intesa ha detto che non ha bisogno di aiuti e che in caso taglierà il dividendo come ha fatto Unicredit, le altre si sono allineate nel ribadire che l’intervento del Governo gli dà sicurezza, ma che fondamentalmente per ora non se ne vede la necessità. Insomma, a quanto pare, stanno tutti bene.