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Le borse potrebbero aver scontato il peggio. E' tempo di rimbalzo?

Pubblicato: 10 nov 2008 da AleOne

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La Commissione europea, nelle sue “previsioni d’autunno” ipotizza per l’Italia nei prossimi mesi una ulteriore perdita di competitività. Il nostro paese è entrato nella seconda metà del 2008 in una recessione tecnica, riconoscibile dai dati sulla produzione industriale e sulla fiducia delle imprese oltre dal segno meno del Pil. Il 2008 si chiuderà probabilmente con una crescita zero, situazione che secondo le stime della Commissione Ue si protrarrà anche nel 2009. La luce alla fine del tunnel si colloca nel 2010, quando l’economia nostrana potrebbe tornare a crescere, anche se un risicato 0,6%. L’elemento di maggiore criticità sarà nei prossimi mesi la fiducia dei consumatori, che potrebbe rimanere bassa e condizionare quindi pesantemente i consumi. La Commissione sottolinea come la crisi italiana abbia radici lontane, antecedenti lo scoppio della tempesta dei mercati finanziari. La svolta potrebbe avvenire nei prossimi mesi grazie alla riduzione dell’inflazione (possibile sulla scia del calo del prezzo dei prodotti energetici) ed ad eventuali aumenti salariali che potrebbero permettere una ripresa della fiducia e dei consumi privati, ma appunto difficilmente prima della fine del 2009. L’inflazione potrebbe passare del 3,6% atteso per quest’anno al 2% nel 2009.

La crescita piatta dell’Italia nel 2008 rischia di rappresentare la peggiore performance tra i paesi più rappresentativi dell’Ue: la Germania dovrebbe arrivare all’1,7%, la Francia allo 0.9%, la Spagna all’1,3%, la Gran Bretagna allo 0,9%. Come conseguenza di questi dati il Pil di Eurolandia nel 2009 si attesterà poco al di sopra dello zero per risalire vicino all’1% solo nel 2010. Le principali borse del Vecchio Continente sembrano aver in qualche modo anticipato le revisioni del tasso di crescita presentate dalla Commissione Ue ed i differenti gradi di impatto della crisi sulle diverse economie. Sono ormai molti mesi che sui mercati circola lo spettro di una recessione e di certo gli operatori hanno iniziato a scontare questa eventualità nei prezzi delle azioni ben prima che il rischio venisse ufficialmente riconosciuto dalla Commissione Ue. Non solo i mercati si sono mossi in anticipo liquidando azioni con largo anticipo rispetto alla presa di coscienza della crisi da parte degli organismi ufficiali, ma lo hanno fatto anche rispettando le diverse sfumature di gravità della recessione per i diversi paesi: il Dax dai massimi del 2007 ai minimi di ottobre è sceso di circa il 50%, lo S&PMib nello stesso periodo di quasi il 60%. La notizia in prospettiva più interessante per quello che riguarda l’evoluzione dei mercati finanziari, non è quella negativa della conferma che le economie europee dovranno attraversare una fase recessiva bensì quella positiva secondo la quale l’inflazione è attesa in calo. Se questa tendenza dovesse essere confermata dai dati futuri la Banca Centrale Europea avrebbe spazio per fare scendere il costo del denaro, un evento che verrebbe salutato con favore dagli investitori. Quello che sarà interessante scoprire nelle prossime settimane è quindi se i mercati finanziari con i recenti crolli hanno effettivamente già incorporato tutte le notizie negative passate e future (almeno quelle prevedibili come la riduzione degli utili nei bilanci delle aziende) e se esistono pertanto le condizioni per cercare di allontanarsi dai minimi raggiunti ad ottobre per tentare una reazione di un qualche spessore. I presupposti per un rimbalzo significativo sembrano esserci e quindi, con le dovute cautele, può avere senso, anche per l’investitore prudente, prendere in considerazione l’idea di tornare a riservare una piccola parte del portafoglio al comparto azionario. Per chi volesse cimentarsi in questo senso è innanzitutto interessante notare come lo studio dell’andamento dei grafici di forza relativa, quelli che permettono di visualizzare i rapporti di forza tra gli indici azionari, mostri un trend nettamente crescente del Dax tedesco rispetto sia al Cac francese, all’Ibex spagnolo, al FTSE inglese ad allo S&PMib italiano, riflettendo a grandi linee le differenze esistenti tra i valori di crescita attuali ed attesi delle diverse economie. Partendo da questa osservazione è possibile ricavare una raccomandazione per l’investitore nostrano, cioè quella di non limitarsi ad operare sui titoli domestici poichè opportunità forse più interessanti le si possono trovare sui mercati degli altri partner europei (tralasciando magari per i più prudenti il Regno Unito per il quale esiste ancora il problema del rischio cambio). Nel caso dell’indice Dax un primo segnale di conferma dell’avvio di una fase positiva che anche l’investitore più prudente possa seguire andando ad incrementare la componente azionaria del portafoglio verrebbe oltre i 5300/5350 punti. Un primo target per le quotazioni sarebbe in quel caso la ricopertura del gap ribassista del 6 ottobre, con lato superiore a 5617, il successivo quota 5999, minimo del 16 luglio che i prezzi potrebbero voler testare dal basso in qualità di resistenza. Poco al di sopra dei 6000 punti l’indice troverebbe il 50% di ritracciamento del ribasso visto dai massimi del 2007, una quota sulla quale, se raggiunta, si potrebbe decidere il destino a medio termine dell’indice. Movimenti fino in quell’area potrebbero infatti rappresentare una semplice correzione del ribasso precedente, che potrebbe quindi ancora riprendere, mentre il superamento di area 6000 potrebbe essere considerato un argomento in favore dell’ipotesi secondo la quale il peggio, almeno per le borse, è ormai alle spalle (l’economia reale secondo la Commissione Ue dovrà penare più a lungo per uscire dalla fase di contrazione). Nel caso del Cac 40 un primo segnale confortante per le prospettive dell’indice, almeno a breve termine, verrebbe oltre area 3750, introduttivo a movimenti verso i 40000 punti. In caso di raggiungimento di quei livelli la strada da percorrere per raggiungere lo spartiacque del 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2007 sarebbe ancora lunga, la resistenza si colloca infatti in area 4550. L’Ibex 35 ha già messo una discreta distanza tra se ed i minimi di ottobre a 7737, tuttavia solo con la rottura di area 10000 verrebbe inviato un primo segnale incoraggiante per il futuro. Resistenza successiva in quel caso in area 11000, minimo di luglio. La rottura di area 11000 aprirebbe poi finalmente la strada al test della resistenza critica dei 12000 punti, 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2007. L’indice S&PMib troverà un primo ostacolo significativo sulla strada del rialzo in area 24700. resistenza oltre la quale sarebbe lecito iniziare a nutrire qualche ragionevole speranza di assistere ad una evoluzione positiva di durata ed estensione sufficientemente ampie da giustificare l’ingresso sul mercato anche da parte di coloro che negli ultimi mesi sono stati lontani dalle azioni. Oltre quella soglia i prezzi potrebbero tentare di riconquistare almeno i minimi di luglio, in area 26500, per spingersi poi eventualmente a testare i 28500 punti. Solo con la rottura di questa resistenza poi l’indice si guadagnerebbe la possibilità di salire a testare il 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2007. Una idea della differente condizione attuale e del potenziale future degli indici principali del panorama europeo la si ricava proprio misurando la distanza, in termini percentuali, esistente tra il primo valore di resistenza significativo, quello oltre il quale avrebbe senso tornare a guardare, seppure con cautela, al mercato azionario come campo di azione anche per l’investitore più prudente, ed il 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del 2007, per tutti gli indici fondamentale area sulla quale valutare le intenzioni del mercato per il medio periodo. Nel caso del Dax la distanza che l’indice dovrebbe percorrere per inviare un segnale chiarificatore positivo è del 15% circa dal primo livello critico (area 5350) mentre nel caso dello S&PMib l’indice dovrà percorrere quasi il 28% prima di potersi dichiarare fuori dal trend ribassista.

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