Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha recentemente dichiarato di aver osservato un “allentamento significativo delle pressioni inflazionistiche”. Se questa diminuzione trovasse effettivamente riscontro nei dati relativi alla crescita dei prezzi la Bce si troverebbe in condizione di allentare ancora la stretta sul costo del denaro, operando un nuovo taglio già entro la fine dell’anno.
Lo stesso Trichet ha infatti dichiarato che “A dicembre, nella nostra prossima riunione, non escludiamo di tagliare i tassi”. Anche sull’altra sponda dell’Atlantico l’idea di mettere ancora mano alla leva monetaria non è stata del tutto accantonata, nonostante i tassi ufficiali siano già scesi all’1%, ben al di sotto quindi del livello di inflazione. La disoccupazione è salita negli States ad ottobre al 6,5%, toccando massimi che non venivano raggiunti dal marzo 1994, e la Fed tenterà il tutto per tutto per evitare l’avvitarsi della recessione.
Questa discesa del costo del denaro avrà un duplice effetto, da un lato permetterà, quando le condizioni di liquidità saranno tornate a valori di normalità (e sui mercati interbancari questo processo sembra già bene avviato), a privati ed imprese di poter disporre di credito a basso costo per finanziare spese ed investimenti (quello che sperano i banchieri centrali per fare ripartire l’economica), dall’altro tuttavia sottrarrà attrattiva all’investimento in obbligazioni. Nell’ultimo anno la domanda per obbligazioni, soprattutto quelle governative, è stata molto elevata. Il motivo è presto detto: per un certo periodo l’investimento in titoli di stato (ed in particolare delle nazioni principali, con rating più solido) ha rappresentato l’unica scelta possibile in un mondo dove l’avversione al rischio aveva raggiunto livelli elevatissimi. Borse e commodities crollavano, ed i rendimenti certo non entusiasmanti ma relativamente sicuri dei bond hanno rappresentato per molti mesi l’unica alternativa.
Difficile pensare tuttavia che nei prossimi mesi i rendimenti reali delle obbligazioni, con i tassi ufficiali più bassi dell’inflazione (anche Libor ed Euribor si stanno lentamente adeguando), si mantengano positivi. Il grafico del Bund future mostra il prezzo del benchmark tedesco molto vicino ai picchi di marzo in area 119. La rottura di questa resistenza aprirebbe con buona probabilità la strada al raggiungimento dei massimi storici del settembre 2005 in area 122,50. E per le obbligazioni, si sa, l’equazione è prezzi in crescita uguale rendimenti in calo. Ecco quindi che gli investitori, per cercare alternative, saranno costretti a guardare nuovamente nella direzione dei due comparti dai quali sono precipitosamente fuggiti, ovvero le azioni e le commodities.
Un ritorno di flussi di acquisto in questa direzione dovrebbe favorire il ritorno della fiducia e l’avvio del classico processo “autoalimentato” dove le quotazioni salgono non perchè ci sia necessariamente del valore inespresso ma solo perchè gli acquisti aumentano. Il fatto stagionale dovrebbe favorire l’avvio di una fase positiva per le borse: i gestori di patrimoni tra poche settimane dovranno presentare il rendiconto ai loro clienti e cercheranno di fare di tutto per ridurre le perdite accumulate negli ultimi mesi. Difficile immaginare quindi che ci sia qualcuno disposto a “remare contro” se qualche timido interesse di acquisto effettivamente si manifesterà nelle prossime settimane.
Per quello che riguarda le commodities le possibilità di un rimbalzo poggiano su basi anche più concrete di quelle che potrebbero sostenere una reazione delle borse: il governo cinese ha varato un piano di aiuto all’economia nell’intento di rilanciare la crescita (nel 2008 l’aumento del Pil rischia di fermarsi al 6%, la metà circa di quanto raggiunto lo scorso anno).
L’indice CRB delle commodities, dopo essere sceso in modo continuo dal picco del 22 settembre a 373 ai minimi del 27 ottobre a 253 (il 32% di calo in poco più di un mese) ha tentato nelle ultime settimane di costruire una base dalla quale mettere a segno una reazione. Il superamento dei 280 punti confermerebbe un tentativo di ripresa con un primo obiettivo a 305 circa. Oltre quella soglia il mercato dimostrerebbe di essere entrato in una vera e propria fase correttiva del ribasso dai massimi dello scorso luglio a 474, con un obiettivo minimo, calcolato in base ai ritracciamenti di Fibonacci, posto in area 340.
Segnali di rallentamento li sta inviando anche il prezzo del greggio: il Wti, dopo aver raggiunto la soglia dei 60 dollari, in prossimità dell’ultimo dei ritracciamenti di Fibonacci relativi al rialzo dai minimi di fine ‘98, ha iniziato a dimostrarsi nervoso, compiendo balzi al rialzo del 10% circa del proprio valore in una sola seduta. Gli indicatori tecnici di uso più comune, quelli che gli analisti guardano per cercare di indovinare la forza residua di una tendenza, sono scesi già da fine ottobre in situazione di eccesso (ipervenduto), segnalando che le condizioni per un rimbalzo effettivamente ci sono. Questo non significa che il prezzo del greggio tornerà necessariamente sui massimi estivi, tuttavia se nei prossimi mesi dovessero comparire indizi che fanno pensare ad una fase recessiva effettivamente meno drammatica di quella immaginata fino ad ora, le quotazioni del petrolio potrebbero posizionarsi in un range di stabilità compreso tra i 94 ed i 103 dollari.
Nel breve il prezzo del greggio potrebbe oscillare tra i 55 ed i 65 dollari (in area 60 dollari transita la linea di tendenza rialzista tracciata dai minimi di inizio 2002) cercando di costruire una fase di accumulo sulla quale poggiare una reazione. Solo la violazione di area 55 costringerebbe a pensare che il prezzo non ha ancora raggiunto un’area di minimi, con le quotazioni dirette in area 45/46, supporti significativi risalenti al 2005. Difficile immaginare una fase di risalita del petrolio senza che contestualmente si verifichi un rimbalzo del cambio euro dollaro: negli ultimi tre anni circa i due grafici, quello del greggio e quello del cambio, sono sostanzialmente sovrapponibili. In alcuni momenti chiave le oscillazioni del cambio hanno anticipato di qualche settimana quelle del greggio, ma regolarmente le due curve sono tornate ad essere molto simili. Movimenti del cambio al di sopra di area 1,33 confermerebbero l’avvio di una fase di recupero dell’euro sulla moneta americana che potrebbero riportare le quotazioni a 1,40 almeno. Solo discese al di sotto di area 1,22, 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi di fine 2000, costringerebbero a considerare un quadro prospettico diverso, con il dollaro ancora in grado di apprezzarsi sull’euro con un target in area 1,16 almeno.
Una possibile configurazione di inversione la sta disegnando anche lo S&P500, il paniere forse più rappresentativo della condizione generale dei listini azionari. Ad ottobre le quotazioni hanno toccato infatti in due distinte occasioni area 840 (il 10 ed il 28 ottobre) disegnando quello che potrebbe rivelarsi una figura a doppio minimo, ovvero una configurazione dal potenziale rialzista. Sarebbe il superamento del top del 14 ottobre a 1044 a completare il doppio minimo, attivando le sue implicazioni rialziste.
Il target della configurazione, calcolato come viene fatto in modo empirico dagli analisti grafici proiettandone l’ampiezza dal punto di conferma, si colloca in area 1250. Una prima resistenza significativa i prezzi la incontrerebbero comunque già a 1120/30. Discese sotto i minimi di ottobre cancellerebbero l’ipotesi che quella in via di costruzione sia una figura rialzista sostituendola con la prospettiva di una ripresa del trend ribassista con obiettivo tra i 600 ed i 650 punti.
Segnali di rallentamento li sta inviando anche il grafico del nostro S&PMib, nonostante il nostro listino sia stato appesantito nel corso di tutta la fase negativa dalla massiccia presenza di titoli finanziari, i più colpiti dalle vendite da quando si è materializzata la crisi. Nel caso del listino domestico le oscillazioni delle ultime settimane hanno preso la forma di un potenziale testa spalle rialzista, figura dalle implicazioni simili a quella a doppio minimo ipotizzata per l’indice USA. L’attivazione del potenziale rialzista verrebbe al di sopra dei 23500 punti con un target posto in area 28500. Discese sotto i minimi di ottobre a 18589 costringerebbero a rivedere il quadro prospettico includendo nuovamente come l’ipotesi più probabile quella del proseguimento della fase ribassista in atto dai massimi del 2007. Obiettivo in quel caso a 12000 circa.