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Borse e Bond attesi al rialzo, ma con i rischi a medio termine rimangono

Pubblicato: 01 dic 2008 da AleOne

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Le parole del presidente della Bce Trichet riflettono la gravità della condizione, non solo per i mercati finanziari ma anche per l’economia reale. La situazione economica, ha infatti recentemente dichiarato Trichet, è cambiata “drammaticamente”, tanto che il board della Bce potrà prendere in considerazione nella sua prossima riunione di dicembre nuovi ribassi dei tassi di interesse. Del resto i rischi inflazionistici appaiono ora in netto calo mentre la crescita economica è in decisa frenata. I tassi dell’area euro fermi al 3,25%, quando quelli Usa sono all’1% (e i mercati hanno già scontato un taglio allo 0,5%, se non dello 0,75%, nella prossima riunione del Fomc in programma il 16 dicembre) e quelli inglesi al 3% (il livello più basso dal 1955 dopo il ribasso choc di un punto e mezzo percentuale da parte della BoE) non sono forse giustificati ed una loro riduzione a breve è quindi probabile.

E difficilmente il nostro paese sarà immune dalla crisi. Lo stesso presidente del Consiglio ha recentemente dichiarato che le difficoltà delle strutture finanziarie si stanno trasformando in una crisi “‘dell’economia reale che potrebbe essere anche molto profonda”.

Facile prevedere con queste premesse un ulteriore apprezzamento dei bond governativi (i rendimenti in calo dovrebbero spingere i prezzi al rialzo), meno scontato invece l’effetto sui mercati azionari. Anche per quello che riguarda il quadro grafico c’è maggiore chiarezza sul fronte dei titoli di stato (o almeno dei future sui benchmark più rappresentativi) che su quello degli indici di borsa. Il bund future ha disegnato tra giugno 2007 e novembre 2008 una estesa fase laterale, con base in area 109,50 e limite superiore a 118,50, interrotta dal violento superamento della sua parte alta a partire da metà novembre, con i prezzi diretti verso i massimi storici del settembre 2005 toccati in area 122,50. Se la regola in base alla quale l’obiettivo di un movimento dopo un periodo di lateralità viene calcolato proiettando l’ampiezza del trading range dal punto di rottura troverà conferma anche in questo caso allora il target per il Bund non è limitato ai 122,50 punti ma potrebbe collocarsi a quota 127,50, ben al di sopra quindi dei precedenti record.

Del resto il T-bond statunitense (sempre nella versione “future”) i massimi storici del giugno 2003 in area 123 (già messi alla prova a settembre di quest’anno ma poi, in questo primo tentativo, subito abbandonati a causa di una brusca correzione ribassista) li ha già superati con decisione nelle ultime sedute, confermando quindi la ripresa del trend rialzista di lungo termine interrotto da una fase laterale durata quasi cinque anni. In questo caso il target, ancora una volta calcolato con il metodo delle proiezioni, si colloca in area 137, ben al di sopra quindi dei massimi recentemente raggiunti. Con questo quadro in mente, che prevede le obbligazioni destinate a crescere ancora di prezzo in modo significativo (ed a decrescere quindi in termini di rendimenti offerti) e con l’economia in recessione, viene da domandarsi se sia ragionevole sperare in una evoluzione positiva per le borse.

Lo studio dell’evoluzione del ciclo economico non fornisce risposte incoraggianti: la situazione attuale, pil in contrazione e tassi di interesse in calo, è tipica delle fasi iniziali di una contrazione dell’economia. Il ciclo economico può essere scomposto idealmente in quattro fasi, la prima, che sarebbe quella attuale, è l’ingresso in recessione. I dati macro relativi al mercato del lavoro, ai consumi ed all’attività economica in generale sono in peggioramento oltre le attese, e governi e banche centrali si adoperano con misure di stimolo fiscale o manovre sui tassi di interesse per cercare di contenere la crisi. L’unico comparto in questa fase ad essere interessato da una crescita dei prezzi è quello delle obbligazioni, mentre borse e materie prime scontano la prevedibile contrazione della domanda di beni da parte dei consumatori. Quando potranno iniziare a risalire la china le borse? Difficile dare una indicazione temporale precisa, tuttavia è ragionevole pensare che, se la fase di depressione (intesa come crescita negativa del Pil) si protrarrà, come sembra realistico pensare, per almeno un anno dai primi segnali della sua comparsa (sul mercato circolano stime di un crollo del Pil Usa del 5% per l’ultimo quarto del 2008, e di una riduzione del 3% e dell’1% rispettivamente per il primo ed il secondo quarto del 2009), le borse inizieranno a rialzare la testa qualche mese prima che i dati macro decretino l’effettiva uscita dalla crisi. Del resto i listini azionari hanno iniziato a perdere terreno molto prima che ufficialmente venisse riconosciuta l’esistenza di un periodo di contrazione ed è quindi ragionevole pensare che invertano la rotta prima che a livello ufficiale venga dichiarato lo scampato pericolo.

Quello che probabilmente succederà è che tra qualche mese inizieranno a fare capolino dati macro ancora negativi ma migliori delle attese (al contrario quindi di adesso, quando le attese sono spesso battute in senso peggiorativo) ed i mercati fiuteranno aria di cambiamento, e gli acquisti torneranno ad interessare le borse. Del resto tra qualche mese i rendimenti delle obbligazioni saranno talmente ridotti che sarà facile trovare qualche investitore disposto a scommettere una piccola parte del capitale sulle azioni. Per i prossimi 6/9 mesi, nella migliore delle ipotesi, le borse (ma anche i mercati delle commodities) riserveranno ancora delusioni ai risparmiatori. Certo, questo non vuol dire che la strada percorsa sarà solo al ribasso, ma solo che le probabili fasi positive che si manifesteranno nei prossimi mesi saranno delle semplici correzioni, destinate a durare qualche settimana prima che i venti di crisi tornino a soffiare.

Ed un rimbalzo è possibile proprio da qui a fine anno: gli indicatori tecnici, dopo i recenti crolli, sono tutti nettamente ipervenduti (un termine tecnico che indica una situazione tale di strapotere da parte dei venditori che rischiano di trovarsi ad un certo punto senza controparte, fintanto che qualcuno decide che forse i prezzi raggiunti sono, almeno per un po’, una opportunità di acquisto, avviando così un rimbalzo), e tipicamente la parte finale dell’anno bene si presta a reazioni alimentate dagli investitori istituzionali che cercano di abbellire per quanto possibile i loro bilanci. Nelle prossime settimane poi l’”effetto Obama” potrebbe rivitalizzare le borse. Già la scelta di Timothy Geithner e Lawrence Summers per i due posti più importanti per l’economia sembra essere piaciuta ai mercati. In particolare Geithner, che è presidente della New York Federal Reserve Bank, dovrebbe divenire segretario al Tesoro, mentre Summers potrebbe divenire il direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca. Entrambi godono di grande rispetto sui mercati finanziari: il rimbalzo messo a segno dagli indici Usa in corrispondenza dell’annuncio della loro scelta è un segnale che ne conferma il gradimento.

Ed è proprio il montare delle aspettative riguardo il cambio della guardia alla Casa Bianca che potrebbe favorire l’avvio di una fase positiva per i listini. Per cercare di fare ipotesi sul futuro delle borse, ora che quasi tutti i listini principali sono scesi sotto il fondamentale supporto rappresentato dai minimi di fine 2002/inizio 2003 (i 768 punti per lo S&P500, i 20324 dello S&PMib o i 7603 del Nikkei), è necessario scomodare la teoria delle onde di Elliott. In base a questo approccio tutti i movimenti di mercato sono divisibili in due grandi famiglie, di tendenza (o impulsivi) e correttivi. Sia gli impulsi sia le correzioni sono scomponibili in sequenze di onde che, seppure diverse per dimensione e durata, sono riconducibili a modelli prefissati. Cercando di indovinare in quale porzione della sequenza si trovano i mercati è possibile immaginare quale potrebbe essere l’evoluzione futura. Nel caso dello S&P500 la situazione sembra essere quella che vede l’indice impegnato nella costruzione della fase terminale di una sequenza correttiva. La tendenza principale, quella che sale dagli anni ‘70, è al rialzo, interrotta da una correzione iniziata con i picchi del 2000 e passata attraverso tre fasi. La prima fase il ribasso fino ai minimi del 2002, la seconda la ripresa fino ai picchi del 2007, che sono tornati pressappoco ad interessare i massimi del 2000, la terza il ribasso vissuto nell’ultimo anno circa. Nella teoria di Elliott tutte le fasi correttive si sviluppano in tre segmenti, quindi la sequenza vista negli ultimi 8 anni circa sarebbe da leggere come la correzione del precedente rialzo. Se così è, allora la parte maggiore della fase correttiva è ormai alle spalle ed in tempi relativamente brevi (rispetto agli 8 anni già trascorsi) i prezzi dovrebbero andare incontro ad una ripresa.

Il problema è che nella teoria delle onde le correzioni come quella in via di definizione, che appartiene alla famiglia dei “flat” (così denominata perchè la fase intermedia ripercorre tutta o quasi il primo elemento ribassista, dando origine quindi ad una porzione di mercato piatta, orizzontale) possono avere la terza fase di ampiezza uguale alla prima, ed allora si parla di “flat regolare” (il classico rettangolo dell’analisi grafica tradizionale), oppure estesa rispetto alla prima, ed allora di parla di “flat irregolare” (così nascono le figura di inversione più conosciute dell’analisi grafica, i doppi massimi). Fintanto che le quotazioni rimarranno in prossimità dei minimi del 2002/2003, che sono stati messi alla prova nelle ultime settimane ma non realmente violati (su movimenti i questa ampiezza spaziale e temporale il superamento per poche frazioni percentuali di estensione e soprattutto senza che vi sia almeno una chiusura settimanale a confermare la violazione non viene considerato effettivo) sarà possibile ipotizzare di essere in presenza di un flat regolare. La violazione decisa dei supporti indicati costringerebbe al contrario a considerare l’ipotesi di una correzione irregolare, con terzo segmento esteso rispetto al primo. Nel caso dello S&P500 il target del ribasso si collocherebbe in area 600, per lo S&PMib a quota 12000, per il Nikkei a 4000. Ecco quindi che, seppure in termini di individuazione delle componenti residue della correzione da disegnare si può essere d’accordo nel dire che la porzione maggiore è ormai alle spalle, in termini operativi è troppo rischioso decidere di intervenire in acquisto sui livelli attuali senza avere conferme che quelli raggiunti possano essere effettivamente i minimi: il proseguimento del ribasso verso gli obiettivi successivi significherebbe un ulteriore calo del 20% per lo S&P500, del 35% per lo S&PMib e del 50% per il Nikkei.

Se invece i mercati dovessero tentare una reazione senza scendere sotto i supporti critici rappresentati dai minimi del 2002/2003 potrebbero esservi spazi per operare in acquisto. Nel caso della borsa Usa un primo segnale incoraggiante verrebbe al di sopra degli 850 punti, con conferme ulteriori oltre area 900 per un primo target a quota 1000. Lo S&PMib uscirebbe dai vortici ribassisti al di sopra di area 22000, con ulteriori conferme oltre 24500 per il test di 28500. Il Nikkei invierebbe un primo segnale di volersi affrancare dalle pressioni al ribasso oltre 8850, una conferma oltre area 10000 per il test di 11000 almeno. I livelli di resistenza critici indicati, area 900 per lo S&P500, 24500 per lo S&PMib e 10000 per il Nikkei, potrebbero rappresentare anche il punto di arrivo per un eventuale rally di fine anno, una correzione che se limitata a quei livelli non si dimostrerebbe tuttavia risolutiva, ovvero non cancellerebbe il rischio di assistere nella prima parte del 2009 al completamento della correzione “irregolare”. Fino a che queste resistenze non saranno alle spalle meglio operare tenendo ben presente il rischio che un rimbalzo potrebbe avere vita breve e che eventuali posizioni di acquisto devono essere aperte solo se corredate da uno stop loss rigoroso. In alternativa, ancora per qualche mese, potrebbe essere una strategia vincente giocare sul tavolo dei bond, cercando ovviamente di realizzare guadagni in conto capitale tralasciando il rendimento, che rischia di diventare sempre più risicato.

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