
L’amministrazione controllata di Tribune ha proiettato drammaticamente nel settore della carta stampata e dei media in generale la crisi finanziaria dei mutui ad alto rischio. Era sicuramente prevedibile, ma senza dubbio il caso del Tribune, proprietario di testate come Los Angeles Times e Chicago Tribune, è il sintomo di una crisi sistemica del mondo della comunicazione.
Poco importa se i debiti del numero uno del gruppo, Sam Zell, abbiano schiacciato i margini molto più di quanto li abbiano alzati i pesanti tagli al personale e ai costi. In realtà sugli editori a cavallo dell’Oceano Atlantico pesano sia la crisi finanziaria che un cambiamento generale che viene da lontano.
Non è un caso che il New York Times abbia dato a Cushman&Wakefield (gruppo Ifil) il mandato per studiare un’ipoteca sulla sede dell’Ottava Strada puntando così a raccogliere 225 milioni di dollari.
Il declino dei media Usa è solo parte di una crisi degli editori di tutto il mondo. In una dichiarazione riportata dal Financial Times Alan Mutter, un esperto del settore, lo ha sottolineato bene: “Le circostanze del
Tribune sono lontane dall’essere uniche”.
Un lato più strutturale del problema risiede, però, nella sfida delle pubblicazioni sul Web: una sfida che la carta stampata sta perdendo e che è oggi analizzata anche da Les Echos. La gente può ormai ottenere informazioni gratuite su Internet e perciò è sempre più restia a comprare giornali e riviste ritenuti spesso troppo cari: anche per questo motivo gli introiti pubblicitari di Tribune Co. sono scesi del 19 per cento.
La prima tentazione per gli editori in questi casi è il taglio dei costi e il licenziamento di schiere di giornalisti. Spesso, però, questa “soluzione” si è dimostrata un’arma a doppio taglio in quanto ha comportato un calo della qualità (e della competitività) spesso accompagnato da ulteriori riduzioni delle vendite.
I margini delle testate on line e delle pagine web dei grandi quotidiani mondiali anche in Europa non coprono ancora neanche lontanamente le perdite in copie vendute in edicola e in pubblicità. La quadratura del cerchio è quindi tutt’altro che a portata di mano e questa sfida rende urgenti degli interventi anche pubblici negli Stati Uniti, in Europa e in Italia.
Nel Bel Paese il taglio dei finanziamenti pubblici alle piccole e medie testate rischia ancora di creare un deserto e di far chiudere giornali importanti. Si allontana più che mai l’ipotesi di un sostegno pubblico ai media in difficoltà e la vicenda dell’incremento dell’Iva nel caso di Sky e Mediaset Premium conferma questo segnale. Forse sarebbe auspicabile in molti casi la differenziazione dei media negli attigui servizi di comunicazione. In molti casi, però, il rischio di una stampa sempre meno autonoma cresce. Il prezzo potrebbe essere molto caro, d’altra parte, se si dice che chi fa l’editore non lo faccia per soldi, è anche legittimo pensare che non voglia finire in bancarotta.
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