Quanto sia difficile interpretare il sentiment dei mercati finanziari nelle ultime settimane lo testimonia la cronaca delle oscillazioni dei listini azionari. L’ultima ottava del mese di novembre aveva ad esempio visto l’indice S&P500 salire per 5 sedute consecutive, con i prezzi che rispetto alla chiusura del venerdì precedente avevano messo a segno un guadagno del 19,10% circa, il migliore dal 1993.
Evidentemente tra gli operatori c’era la convinzione che i salvataggi architettati dal governo americano potessero riuscire a far ripartire l’economia, che fosse possibile iniziare a guardare oltre l’ostacolo sperando che le notizie negative fossero già incorporate dalle attuali valutazioni dei listini. L’avvio del mese di dicembre ha portato una doccia fredda, anzi gelida: negli States è infatti risultato in ribasso l’indice Ism manifatturiero, sceso a novembre sui minimi dal 1982, ed i mercati sono tornati pessimisti, facendo arretrare Nasdaq e S&P500 di quasi il 9% in una sola seduta.
Ma le oscillazioni schizofreniche, ed in qualche modo inspiegabili, sono proseguite: nel giorno in cui sono stati resi noti i dati sul mercato del lavoro statunitense a novembre, che hanno evidenziato la perdita di 533mila posti di lavoro (il maggiore calo dal dicembre 1974) e che hanno portato l’indice di disoccupazione al 6,7% dal 6,5% di ottobre (mai così elevato dall’ottobre 1993), nel giorno in cui il presidente in pectore Barak Obama ha pronunciato parole drammatiche “non c’è un modo facile e rapido per risolvere la crisi, che prima di migliorare probabilmente peggiorerà”, lo S&P500 è salito del 3,65% ed il Nasdaq addirittura del 4,41%. Orientarsi per gli investitori è veramente difficile, notizie positive come l’intervento deciso delle principali banche centrali europee (Bce e Bank of England) in favore di una politica monetaria più accomodante, richiesta per altro a gran voce da tutti gli osservatori dei mercati finanziari, hanno visto le borse arretrare vistosamente, al contrario notizie drammatiche come quella dell’andamento del mercato del lavoro Usa alla fine hanno ricevuto una accoglienza positiva.
Una cosa è certa: la guerra contro la fase recessiva sarà lunga, l’ipotesi di dover aspettare due anni prima di vedere tornare stabilmente il sereno appare plausibile, ed è difficile sperare che eventuali nuovi interventi della Fed (che si e’ affrettata a dichiararsi disponibile in questo senso) sui tassi possano essere risolutivi. I Fed Funds sono infatti già all’1%, il livello più basso dal dopoguerra. Se dire cosa faranno i listini azionari è impresa difficile, più facile sembra essere il prevedere, dato l’attuale quadro generale, un ulteriore apprezzamento dei bond governativi (i rendimenti in calo dovrebbero spingere i prezzi al rialzo).
Anche per quello che riguarda il quadro grafico c’è maggiore chiarezza sul fronte dei titoli di stato (o almeno dei future sui benchmark più rappresentativi) che su quello degli indici di borsa. Il bund future ha disegnato tra giugno 2007 e novembre 2008 una estesa fase laterale, con base in area 109,50 e limite superiore a 118,50, interrotta dal violento superamento della sua parte alta a partire da metà novembre, con i prezzi saliti anche al di sopra dei precedenti massimi storici del settembre 2005 toccati in area 122,50. Se la regola in base alla quale l’obiettivo di un movimento dopo un periodo di lateralità viene calcolato proiettando l’ampiezza del trading range dal punto di rottura troverà conferma anche in questo caso allora il target per il Bund non è limitato ai 125 punti circa già raggiunti ma potrebbe collocarsi a quota 128, ben al di sopra quindi dei precedenti record. D
el resto il T-bond statunitense (sempre nella versione “future”) i massimi storici del giugno 2003 in area 123 (già messi alla prova a settembre di quest’anno ma poi, in questo primo tentativo, subito abbandonati a causa di una brusca correzione ribassista) li ha già superati con decisione nelle ultime sedute, confermando quindi la ripresa del trend rialzista di lungo termine interrotto da una fase laterale durata quasi cinque anni. In questo caso il target, ancora una volta calcolato con il metodo delle proiezioni, si colloca in area 143,50 (una prima resistenza a 136), ben al di sopra quindi dei massimi recentemente raggiunti. Scommettere sull’obbligazionario appare quindi ancora una buona strategia. Al contrario, visto che i bond stanno salendo sostenuti dagli interventi “anti recessione” delle banche centrali (il ciclo economico è quindi ancora in fase discendente), le commodities non rappresentano per il momento una alternativa di investimento praticabile.
Nonostante il prezzo del petrolio ridimensionatosi di circa i 2/3 rispetto ai massimi storici toccati durante l’estate è possibile che la discesa non sia ancora terminata, e lo stesso si può dire anche per metalli industriali e soft commodities. L’indice CRB, anche se ormai nettamente ipervenduto, sembra puntare al ricongiungimento con i minimi del 2001 di area 183. Una correzione tecnica nel breve è possibile ma la tendenza sembra essere ancora saldamente al ribasso. Le stesse conclusioni rischiano di applicarsi anche alle borse: l’ipervenduto (situazione tecnica che spesso è alla base di un rimbalzo) è evidente ma motivi per sperare in qualche cosa di più di una reazione temporanea non ce ne sono. L’investitore più smaliziato può quindi mettersi in caccia di segnali di recupero da parte di azioni e merci, consapevole del rischio che si corre nel tentativo di cavalcare una correzione (per definizione un fenomeno temporaneo, dove la rapidità di azione diventa essenziale per poter portare a casa il risultato), ma per chi vuole godersi in pace il Natale quali sono le possibili alternative ai bond governativi, o meglio, come movimentare un po’ un portafoglio di investimento ferma restando la presenza di titoli di stato (la scadenza sulla quale pare corretto orientarsi in questa fase è quella dei 5 anni circa di vita residua)?
Per cercare di capire dove possa indirizzare i propri sforzi il risparmiatore in questa fase vale la pena di sondare il variegato mondo degli ETF (con i quali è possibile in ogni caso investire sul comparto obbligazionario sia europeo sia statunitense). Il panorama rappresentato da questi strumenti è molto ampio e studiandone la tendenza è possibile trovare idee di investimento che permettano di diversificare rispetto alle scelte più tradizionali. Utilizzando l’analisi statistica per determinare la condizione della tendenza passata, misurata in termini di regressione lineare, degli ETF/ETC quotati a Piazza Affari, è possibile stilare una sorta di classifica di quelli che meglio si sono comportati negli ultimi mesi.
Non stupisce che le posizioni di preminenza della graduatoria siano occupate dal Db X-Trackers Dj Euro Stoxx 50 Short Etf (XSSX) e dal Db X-Trackers Shortdax Etf, ovvero due strumenti che riflettono inversamente la performance dell’indice di riferimento (rispettivamente il DJ EURO STOXX 50 TR e l’indice DAX), per i quali cioè un decremento dell’indice azionario tradizionale genera un incremento di pari valore dell’indice short e viceversa.
Per entrambi questi ETC sono individuabili soglie di resistenza molto significative, livelli che se superati ne confermerebbero la validità come strumenti di investimento (o in alternativa, in virtù della loro natura, come strumenti per la copertura del rischio di un eventuale portafoglio azionario esistente): area 110 per il Dax short e 55,50 per l’Eurostoxx short.
Graficamente interessante è anche l’ETC Etfs Gold (BULL). Segnali degni di nota verrebbero in questo caso oltre quota 9,50, introduttivi a movimenti verso area 12,50. Sotto 7,50 lo strumento perderebbe invece interesse per l’investitore. L’indice di riferimento per questo ETC è il Dow Jones-AIG Gold Sub-Index che riflette il prezzo dei future sull’oro negoziati presso il COMEX. Nel calcolo lo sponsor considera il prezzo del future le cui negoziazioni terminano nel mese successivo a quello di riferimento. Da ricordare che le quote dell’ETC sono denominate in USD e negoziate in Euro e quindi soggette al rischio (o all’opportunità, in caso il movimento sia favorevole come lo è stato negli ultimi mesi) di cambio. Il fattore cambio potrebbe giocare un ruolo importante in futuro anche non solo riguardo all’oro ed ai preziosi in generale ma anche nei confronti di bond ed azioni denominati in dollari Usa. Se, come appare plausibile pensare, lo spazio di manovra sul fronte dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve è ormai ridotto mentre quello a disposizione della Bce è decisamente più ampio, è probabile che il differenziale dei tassi si riduca in favore del dollaro e che quindi l’euro non trovi motivi seri di rafforzamento che vadano oltre una temporanea correzione tecnica. Avere attività in dollari in questa fase potrebbe rappresentare quindi più che un rischio una opportunità’.
Difficile trovare alternative di interessanti sul comparto più tradizionale delle azioni quotate, almeno in territorio domestico. Nel paniere nostrano delle blue chip i temi sui quali speculare sono ridotti al lumicino: petroliferi ed energia sono penalizzati dal ribasso del prezzo del greggio, banche e finanziari in generale non sembrano ancora in grado di uscire dalla crisi, i comparti ciclici come l’editoria e le costruzioni soffrono per le previsioni di crescita negative per l’economia che circolano ormai da qualche mese sui mercati, i tecnologici (maggior rappresentate STM) sono allo steso modo penalizzati dalle attese di riduzione dei volumi di vendita per i prossimi trimestri (Nokia, tra i maggiori clienti di STM, ha ad esempio tagliato le stime sul mercato dei cellulari per il 2009, anticipando una riduzione più incisiva anche rispetto a quella già annunciata qualche tempo fa, con la previsione di un calo di circa il 5%). L’avvio di una fase di rimbalzo, che è bene ricordarlo almeno inizialmente dovrebbe essere considerata solo una reazione temporanea all’ipervenduto che grava ormai da tempo sul mercato verrebbe segnalata dal superamento da parte dell’indice S&PMib della resistenza dei 20500 punti, con i prezzi che potrebbero salire in quel caso del 10% circa prima di trovarsi in presenza di altri ostacoli solidi. Nel caso di aprisse questa finestra di opportunità i titoli che potrebbero partecipare con maggiore forza al rimbalzo potrebbero essere proprio quelli maggiormente penalizzati durante i recenti cali. Evitare in ogni caso di andare sovrapesati sull’azionario, da mantenere sempre al di sotto del 30% in questa fase rispetto all’impegno totale del portafoglio.