Anno nuovo vita nuova. Considerando come è andata nel 2008 per i mercati azionari verrebbe da sperare che il detto questa volta si applichi in pieno. Purtroppo l’analisi degli elementi a disposizione tende a negare questa ipotesi. Il 2009 non solo rischia di essere come il 2008, ma potrebbe andare anche peggio. Nel corso del 2008 gli investitori hanno infatti maturato l’idea della crisi economica, ma ancora non ne hanno sperimentato appieno la portata. Gli effetti dei licenziamenti, dei fallimenti, sono stati in parte anticipati dal crollo dei listini azionari, ma probabilmente non sono ancora stati valutati in pieno. In una nota rilasciata nei primi giorni del mese dall’Istituto tedesco Ifo, il più noto centro studi del Paese, si legge che l’economia mondiale sta vivendo un massiccio calo.
Il passaggio della crisi dai mercati finanziari, dove è nata a seguito del crollo del mercato immobiliare statunitense nel 2007, all’economia reale è ora completato. Il raffreddamento dello sviluppo economico non ha colpito solo le maggiori regioni come il Nord America, l’Europa occidentale e l’Asia, ma anche quelle aree che fino a pochi mesi fa registravano tassi di crescita velocissimi come l’Europa orientale, la Russia ed alcune zone del Sud America. Il rischio è che all’orizzonte si profili una recessione globale, e non solo una contrazione delle economie più avanzate.
Un rischio di questo tipo è un elemento nuovo nel quadro che cerca di tratteggiare la situazione prospettica del ciclo economico: solo pochi mesi orsono la maggioranza degli osservatori era infatti convinta che la tenuta di un elevato tasso di sviluppo da parte di paesi come la Cina e l’India potesse evitare la recessione globale. La continua revisione al ribasso delle previsioni sulla crescita economica dell’Asia (area industrializzata, ovvero Giappone, Australia e Nuova Zelanda e paesi emergenti, Cina ed India) minano anche questa certezza. Secondo il Fondo Monetario Internazionale nel 2009 il Pil dell’area industrializzata potrebbe crescere solo dello 0,1%, con una revisione al ribasso dello 0,6% rispetto alla previsione precedente, formulata ad ottobre. Per quello che riguarda i paesi emergenti la Cina potrebbe crescere “solo” dell’8,5% (la previsione precedente era di +9,3%), l’India del 6,3% (precedente 6,9%).
Sarebbe sufficiente a questo punto una ulteriore marginale flessione rispetto alle stime per condannare anche l’Asia nel suo complesso alla crescita negativa. Un secondo elemento di novità nella definizione dei contorni della crisi che sta attraversando il sistema economico riguarda la durata della fase recessiva. Secondo le stime Ifo il prodotto interno lordo della Germania dovrebbe contrarsi nel 2009 del 2,2% (il saldo per il 2008 dovrebbe attestarsi intorno all’1,5% dopo il rialzo del 2,5% nel 2007), ma anche per il 2010 l’Ifo prevede che la crescita del pil sia negativo, anche se in misura meno accentuata (-0,2%).
E non sarà solo la locomotiva tedesca ad ingranare la marcia indietro. La Bce mette in conto per il 2009 una contrazione media del Pil nella zona dell’euro nell’ordine dello 0,5%, con punte fino al -1%, dopo che il 2008 verrà archiviato con una crescita tra lo 0,8 e l’1,2%. La fine della recessione non sarebbe quindi da ricercare nel 2009 ma lo sguardo dovrebbe essere spinto in avanti ancora di alcuni trimestri prima di poter vedere la fine del tunnel. Previsioni analoghe (ad esempio l’ultimo sondaggio di economisti intervistati dal Wall Street Journal) riguardano anche gli Usa, per i quali esiste il timore che il picco della disoccupazione, già in forte crescita, non verrà toccato prima del prossimo anno (i pessimisti temono che possa essere sforata la quota del 10%) così come il punto più basso del ciclo di quella che si prospetta essere la recessione più dolorosa e lunga dal dopoguerra. Secondo la Federal Reserve di Filadelfia la recessione, iniziata formalmente ad aprile del 2008 (ovvero con un paio di trimestri di anticipo rispetto all’Europa), si protrarrà per almeno 14 mesi, quindi solo nella seconda metà del 2009 potrebbe tornare un timido segno di crescita. E queste sono stime ufficiali. Quelle ufficiose arrivano a prevedere un protrarsi della contrazione per almeno 24 mesi, ben oltre quindi la fine del 2009 anche per gli States così come per l’Europa.
Fed e BCE (ma anche la Banca Centrale inglese, quella giapponese e tutte le altre) hanno adottato una politica monetaria decisamente accomodante, e lo hanno potuto fare perchè, sepolto lo spettro della “stagflazione” che circolava per i mercati solo l’estate scorsa, si sono trovate a dover affrontare una crisi grave ma nell’ambito della quale almeno la voce inflazione non rappresenta più un problema (o almeno non lo rappresenta nel breve termine). Il livello raggiunto dai tassi di interesse è tuttavia già molto basso e se, come tutti stanno iniziando a realizzare, la crisi sarà più lunga di quanto preventivato in precedenza, sarà necessario continuare ad intervenire anche con politiche diverse da quella dei tassi, ovvero iniezioni di liquidità fatte alle banche perchè queste rendano disponibile il credito e salvataggi di aziende ed istituzioni finanziarie. Nonostante gli sforzi fatti e da fare è probabile che i crediti inesigibili aumentino e che quindi la stretta creditizia (intorno alla gola dell’economia) aumenti ancora in futuro. La velocità con la quale le banche accumuleranno perdite rischia di essere infatti superiore a quella con la quale le banche stesse potranno ripatrimonializzarsi e di conseguenza il credito si ridurrà. Insomma, la spirale viziosa deve ancora finire di avvolgersi ed è quindi poco probabile che il peggio sia alle spalle. E non solo per l’economia reale, ma anche per i mercati azionari e gli investimenti finanziari di natura più rischiosa in generale.
Ma dove potrebbero andare a finire gli indici nei prossimi mesi? Lo studio del grafico del Comit, l’indice di Piazza Affari per il quale è disponibile la serie storica più ampia, prospetta il rischio di cali accentuati anche nel corso dei prossimi mesi. Scendendo al di sotto dei 959 punti, minimo del marzo 2003, le quotazioni hanno completato infatti l’ampia figura a doppio massimo disegnata a partire dal picco del marzo 2000. Il completamento della configurazione ribassista è un segnale negativo che si aggiunge ad una serie di indizi con valenza simile, il principale dei quali è la violazione al ribasso, avvenuta ad inizio 2008 con un evidente gap ribassista, della trend line crescente tracciata in scala semilogaritmica dai minimi di inizio 1978.
Gli analisti grafici riconoscono una buona capacità previsionale alla famiglia delle figure di inversione cui il doppio massimo appartiene (doppi e tripli massimi e testa spalle sono manifestazioni di uno stesso fenomeno, la perdita di momentum di un trend e la sua inversione attraverso lo sviluppo di una fase di “distribuzione”) e quindi la sua presenza è un elemento da non sottovalutare. Certo, la strada percorsa al ribasso dal top di metà 2007 è stata veramente molta (-60% circa prendendo come riferimento i minimi di inizio mese) e viene quindi naturale immaginare che i prezzi attuali siano ancora difficilmente comprimibili, che i fattori negativi siano ormai tutti incorporati nelle quotazioni dei titoli, tuttavia andare contro il trend solo sulla convinzione che più in basso di così non si possa scendere è un esercizio molto rischioso.
Eventuali discese nuovamente al di sotto dei 900 punti, ovvero il picco del maggio 1986 che per il momento ha rallentato la tendenza negativa dei prezzi, aprirebbero la strada a movimenti verso il supporto successivo, ipotizzabile in area 600, con una ulteriore perdita di valore potenziale di 1/3 circa. E le implicazioni negative dettate dalla presenza di una figura di inversione a doppio massimo non gravano solo sulla nostra borsa, che, sicuramente significativa per l’investitore domestico, ha tutto sommato un peso marginale nel panorama internazionale.
Una condizione grafica assolutamente analoga a quella dell’indice Comit la si riscontra infatti anche per lo S&P500, l’indice più rappresentativo della maggiore borsa mondiale. L’indice Usa ha toccato per due volte la resistenza dei 1550 punti, a marzo 2000 ed ad ottobre 2007, ed è poi sceso a novembre di quest’anno fino a testare i minimi di ottobre 2002 a 768. Dal primo test di questo supporto, base della figura a doppio massimo, è scaturito un rimbalzo di una certa ampiezza che per il momento ha evitato il peggio. Discese nuovamente al di sotto di area 750 andrebbero guardate con pesante sospetto ed dovrebbero essere considerate introduttive al test dei 570/80 punti almeno, area di transito della trend line rialzista tracciata in scala semilogaritmica dai minimi del 1942. Nel caso del Comit un primo segnale che permetterebbe di iniziare a guardare con meno apprensione al futuro verrebbe inviato al superamento dei 1150/1200 punti. Nel caso dello S&P500 sarebbe la rottura di area 1000 ad indicare un primo rientro delle pressioni al ribasso. Fino a quel momento lo scenario prospettico di più probabile realizzazione dovrà essere considerato quello che vede il completamento delle figure a doppio massimo descritte.