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Bot ai minimi, ma lo Stato deve far bene i conti

Pubblicato: 13 gen 2009 da Ferry Boat

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All’orizzonte ancora niente di buono. Ieri la tenuta della domanda dei Bot e soprattutto lo scivolamento dei rendimenti ai minimi storici (1,659% per il trimestrale e 1,84% per l’annuale) hanno permesso sicuramente allo Stato di concludere un buon affare con i suoi creditori di breve periodo. Sulle prossime aste gravano però diverse incognite e diversi segnali spingono alla cautela.

Per qualcuno la domanda, pari a circa 2/3 dell’offerta, di Buoni ordinari del tesoro è derivata da un normale rifinanziamento delle esposizioni in questo comparto da parte degli operatori. Altre considerazioni convergono però su un ritorno verso mercati sicuri come quello dei titoli di stato, in primis il fondato timore di nuovi ribassi per il mercato azionario.

Le variabili economiche per sostenere una recessione globale ci sono tutte e si aggravano pure. Basta guardare alla produzione industriale dei maggiori paesi europei che continua a precipitare per vedere che l’economia rallenta. La perdita di oltre un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti in due mesi è poi un segnale funesto che aggrava le cose, come il rinvio della riforma sanitaria da parte di Barack Obama. La locomotiva d’Europa, la Germania, rallenta bruscamente e il fatto che la Merkel abbia dovuto promuovere la costituzione di un fondo tedesco da 50 miliardi di euro per il sostegno delle imprese indica che il contagio dell’economia reale richiede misure emergenziali. Lo ha detto anche Trichet: la luce alla fine del tunnel (se va bene) non la vedremo prima del 2010. In questo brutto panorama l’Italia non spicca, anzi.

Il debito pubblico ha toccato durante lo scorso ottobre i 1.671 miliardi di euro e, come segnala il direttore del Cerm Fabio Pammolli, la contrazione dell’avanzo primario trimestrale dal 4,4 al 4,3% del Pil nel corso di un anno può essere un segnale preoccupante. L’avanzo primario ci serve, infatti, per abbattere il debito e fronteggiare la crisi con manovre di spesa pubblica.

L’industria tedesca è in affanno (per alcuni analisti il Pil tedesco potrebbe perdere anche il 3% nel 2009) e, visti anche i forti legami che essa ha con quella italiana e l’importanza di quel mercato per le nostre industrie, gli effetti di questa debacle si sentiranno sicuramente tra breve anche nel Bel Paese. La ricetta anticrisi più gettonata nel mondo, da Obama al Fondo monetario internazionale, è quella di un finanziamento pubblico dell’economia con politiche fiscali adeguate e con nuovi piani di spesa pubblica che potrebbero passare per le infrastrutture. In Italia la pressione mediatica su quest’ultimo argomento è cominciata da qualche tempo (basta vedere al riguardo il focus di oggi sul Corriere della Sera e quello di domenica scorsa sul Sole 24 Ore). Che all’Italia servano nuove infrastrutture a tutte le latitudini è vero e sacrosanto. Conciliare questa esigenza che oggi è anche finanziaria con il nostro debito pubblico stellare sarà però molto difficile.

I massimi del differenziale tra il Bund decennale e Btp che è salito a 144 punti dai 135 punti di ieri sfiorando i 145 punti dello scorso 28 dicembre (record storico) indicano una sfiducia dei mercati internazionali nel nostro Paese che è preoccupante. Il parametro di riferimento è la Germania che è appunto in chiara difficoltà: se si considera dunque che ormai gran parte del nostro debito (quasi la metà) è in mano a investitori stranieri sarà forse il caso che i nostri governanti inviino segnali di fiducia ai mercati mondiali. Un taglio dei tassi Ue di mezzo punto (questo sembra aspettarsi dalla Bce il mercato per il prossimo giovedì) e un conseguente ulteriore abbassamento del costo del denaro nell’area Ue dovrebbero portare sollievo ai grandi debitori come lo Stato italiano: sarà il caso di approfittarne.

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