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Primi indizi in favore di un rialzo delle borse

Pubblicato: 19 gen 2009 da AleOne

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I dati che descrivono l’andamento del mercato del lavoro negli Usa mostrano chiaramente che la recessione è in continuo peggioramento: solo negli ultimi due mesi dell’anno sono stati persi circa un milione e centomila di posti di lavoro. Il 2008 è terminato con il maggior numero di licenziamenti dal 1945, e ci sono analisti pronti a scommettere che il 2009 possa andare anche peggio sul fronte occupazionale, con le perdite dei posti di lavoro che nel corso dell’anno potrebbero superare la soglia del milione su base mensile. Certo, il piano di stimolo che il presidente eletto Obama si appresta ad attuare dovrebbe in parte limitare i danni, ma nella migliore delle ipotesi gli interventi previsti potranno, almeno inizialmente, solo rallentare l’emorragia e non fermarla: le prospettive sono infatti di vedere creati 500 mila posti di lavoro nel settore delle energie alternative, quasi altrettanti grazie ai lavori di ammodernamento delle infrastrutture, ma se i timori espressi risulteranno corretti questi basteranno a malapena a compensare le perdite di un mese.

Gli allarmi utili lanciati da molti dei protagonisti dei principali settori dell’economia per l’ultimo quarto del 2008 rischiano quindi di ripetersi anche nei prossimi trimestri: tanto più aumenterà il numero di disoccupati tanto più diminuirà la capacità dei consumatori di acquistare beni e servizi. I dati più rappresentativi del trend delle vendite sono probabilmente quelli relativi al comparto dell’auto, con riduzioni che per alcune marche hanno toccato il 50%.

E’ normale che gli investitori non siano propensi a scommettere in questa fase sul mercato azionario e preferiscano mantenersi liquidi, o tutto al più dirottare le proprie risorse su investimenti meno rischiosi come i bond governativi o l’oro. Il future Bund sta consolidando in area 125 ma sembra probabile, alla rottura dei massimi di quota 125,56 un balzo verso i 130 punti almeno mentre l’oro, salito di più del 25% dai minimi di ottobre a quota 686 e con la prospettiva, in caso di rottura dei 900 punti, di ripetere la stessa performance in tempi relativamente brevi riportandosi sui massimi del 2008 a 1030 dollari l’oncia.

Le più recenti dichiarazioni dei maggiori esponenti degli organismi istituzionali, tutte fresche di pochi giorni, non lasciano ben sperare per una rapida risoluzione della crisi: secondo le parole del presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, che ha presieduto a Basilea il “Global Economy Meeting”, l’economia globale rallenterà significativamente durante l’anno appena iniziato con impatti negativi sui paesi industrializzati e bisognerà attendere fino al 2010 per i primi segnali di ripresa. Dello stesso avviso il cancelliere dello Scacchiere britannico Alistair Darling che ha ammesso che la recessione è più profonda rispetto alle previsioni del governo e che l’economia rischia di contrarsi nel 2009 (tra lo 0,75% e l’1,25%) prima di riprendersi dopo la metà del 2010. Indicazioni analoghe le si possono ricavare dal “Budget and Economic Outlook” del Congresso Usa nel quale si prevede che l’economia statunitense rimarrà in recessione fino al secondo semestre del 2009 facendo registrare una contrazione del 2,2% e solo nel 2010 sarà possibile assistere ad una ripresa, nell’ordine dell’1,5%.

Nonostante queste prospettive poco incoraggianti le borse non hanno iniziato male l’anno ed anzi, in alcuni casi come per gli indici dei paesi emergenti, sono stati messi a segno rimbalzi di tutto rispetto. La spiegazione può essere ricercata nel fatto che i ribassi delle borse hanno preceduto di molti mesi l’entrata in recessione dei principali paesi. Per quelli dell’area dell’euro ad esempio è possibile parlare di una recessione tecnica, ovvero di un periodo di due trimestri consecutivi di contrazione del Pil, solo dalla fine del 2008, ma i listini hanno iniziato a scendere già dalla metà del 2007. E’ realistico pensare che i prezzi delle azioni scontino ormai le difficoltà in cui versa l’economia?

Tornando al settore dell’auto, forse il simbolo più tangibile della contrazione dell’attività produttiva e di vendita negli ultimi mesi, è possibile registrare la dichiarazione di ottimismo del presidente di Daimler, che parlando al salone di Detroit, ha affermato “stiamo affrontando il 2009 con fiducia moderata”. Certo, affermare il contrario nel suo ruolo sarebbe stato improbabile, ma forse se non ci fossero elementi che permettano di pensare che effettivamente il fondo sia stato toccato, almeno nel settore in questione, sarebbe stato possibile percorrere anche la strada del silenzio, evitando di fare dichiarazioni che rischiano poi di trasformarsi in un boomerang se prive di fondamento. Ed in ogni caso, se alcune dichiarazioni possono sembrare una preghiera di speranza, alcuni segnali concreti in favore di un potenziale miglioramento della situazione, per i mercati finanziari e non per l’economia reale, intendiamoci, li si registrano.

Uno in particolare merita di essere seguito, l’andamento della volatilità storica. Questa grandezza, misura della rischiosità statistica di un mercato, ha toccato per i maggiori indici azionari nel corso del dicembre 2008 valori mai raggiunti prima, nel caso del Dow Jones Industrial e dello S&P500 superando il precedente record storico toccato ad inizio 1975, dopo la discesa dell’indice nel biennio 1973/1974 (poi avvicinato nel 1988 dopo il crollo della seconda metà del 1987), nel caso dell’indice Comit (l’unico per il quale sia disponibile una serie storica sufficientemente ampia) eguagliando i picchi del 1988, del 1998 e del 2002. Dopo l’impressionante rialzo dell’ultimo anno la volatilità storica ha iniziato a dare a dicembre segnali di rallentamento e potrebbe ora scivolare verso valori più consoni con la media storica.

E l’esperienza empirica insegna che una fase di riduzione della volatilità storica si accompagna di norma ad una progressione rialzista degli indici. Certo, da sola la riduzione della volatilità non basta ad invertire la tendenza delle borse, e sarà quindi necessario attendere segnali in tal senso provenire anche dai grafici degli indici azionari (segnali che per il momento a dire la verità latitano) prima anche solo di pensare di tornare ad investire sull’azionario. L’esercizio nel quale si deve cimentare il risparmiatore in questa fase non è quindi certo facile: da un lato per ancora molti mesi dall’economia reale arriveranno segnali di difficoltà, dall’altro i prezzi delle azioni, già storicamente molto bassi, lo alletteranno con la prospettiva di guadagni potenzialmente anche elevati.

Un esempio di questa dicotomia lo si può avere con l’analisi delle performance di titoli quotati a Piazza Affari nella prima decade dell’anno, soprattutto considerando il risultato deludente archiviato nel 2008. Più di 20 titoli sul totale di quelli quotati hanno registrato infatti una performance superiore al 20% (in alcuni casi, come quelli di Eutelia, Fidia e Bastogi, la rivalutazione è stata di gran lunga superiore al 20%) e più dei due terzi del totale hanno fatto segnare un incremento rispetto al valore di apertura del 2 gennaio. Ancora più incredibile il risultato se si restringe il campo di analisi ai 40 titoli dell’S&PMib, tutti negativi nel 2008. Nei primi 10 giorni di gennaio infatti ben 28 hanno archiviato un saldo positivo, 5 superiore al 10% (21,5% nel caso di Fiat).

Evidentemente tra gli investitori ce ne sono molti che ritengono interessanti i livelli raggiunti come opportunità di acquisto a dispetto delle notizie e dei dati macro di recente uscita. Lo studio del grafico dell’indice S&PMib sembra confermare l’ipotesi che all’orizzonte si profili una fase di stabilità o addirittura di rialzo, pur senza permettere di parlare ancora di una vera e propria tendenza rialzista. Le quotazioni sono infatti salite al di sopra della media mobile a 50 sedute, anche se poi ne sono tornate al di sotto, allontanandosi dai supporti di area 18000 messi alla prova dai minimi di fine ottobre e inizio dicembre. Sarà tuttavia necessario il superamento almeno di area 23300, top di inizio novembre 2008 e linea che scende dal massimo di maggio per avere un primo segnale grafico favorevole ad una evoluzione almeno temporaneamente rialzista. Fino a quel momento gli spunti mostrati da alcuni titoli dovranno essere considerati degli “assolo” che per quanto incoraggianti non rappresentano il mercato nel suo complesso. Del resto è normale che dopo un lungo ribasso i tentativi di rimbalzo siano caratterizzati da una grande incertezza: gli operatori, scottati dalle recenti esperienze, tendono a monetizzare i guadagni non appena questi si presentano, evitando di tenere le posizioni per periodi significativi.

L’andamento del mercato diventa quindi molto erratico, con fughe in avanti e bruschi ripensamenti. Solo il mantenimento per un periodo abbastanza lungo al di sopra di un livello considerato critico, in questo caso i minimi del 2008, può convincere gli investitori a cambiare atteggiamento ed a dare vita ad un vero e proprio trend. Discese sotto i minimi del 2008 a 17803 sarebbero quindi da guardare con timore poichè potrebbero significare che il tentativo di rimbalzo messo a segno nelle primissime sedute dell’anno non è destinato ad avere un seguito e che il trend ribassista tornerà a comandare. Sotto area 18000 sarebbe probabile il proseguimento del ribasso fino in area 15500 almeno, un calo di ampiezza tale da sconsigliare il mantenimento di posizioni al rialzo aperte.

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